BASKET: Lo strano caso Luka Garza, dominatore al college ma inadatto alla NBA

C’era una volta la NBA dei nostri padri. Quella dove essere alti 210 centimetri e pesare 122 chili bastava e avanzava per avere un posto di diritto nelle gerarchie della lega. Se a quella stazza aggiungevi la rapidità di piedi di un ballerino del Bol’šoj e un repertorio di finte e movimenti a canestro praticamente infinito, il posto al sole tra i migliori era garantito. Ma nel basket del terzo millennio non è più così. Per avere notizie in merito, citofonare a Luka Garza.

Dominatore solo da un lato del parquet

22 anni, nome slavo e cognome di origini basche, sbucato fuori da una miscela strana e impazzita dove l’unica costante è il basket, è approdato quattro anni fa a Iowa State University. Sembrava il classico ragazzone dall’eredità balcanica, di quelli che a pallacanestro sanno giocare quasi per diritto di nascita, ma nulla di più. Ha lasciato il college quest’estate come National Player of the Year, cioè vincendo tutti e cinque i premi individuali assegnati dagli addetti ai lavori, come due volte top scorer della sua lega (secondo in tutta la nazione) e settimo ogni epoca.

È un’ira di dio del parquet, non solo a occhio nudo. Luka Garza ha chiuso la sua ultima stagione con un Efficiency Rating di 35,5. Questa è la statistica che riassume tutti i contributi positivi e negativi di un giocatore per poi paragonarli alla media della lega. Più di Anthony Davis nel 2012, secondo solo a Zion Williamson due anni fa. Se lui è in campo, la squadra tende a vincere. Ma per tornare all’impatto visivo, basta guardare qualche sua azione. Nonostante il peso e l’altezza, appena sente di essere vicino al ferro si muove con la leggerezza della pantera pronta ad attaccare. Non lo marca nessuno, e segna praticamente sempre. Tenerlo fuori dall’area non è poi un’opzione, visto che l’ultimo anno ha chiuso al 44% da tre.

Non è perfetto, sia chiaro. Per avere quel fisico, otto rimbalzi a partita sono un po’ pochi. Difensivamente è statico, soprattutto nella mobilità laterale (anche qui il peso non aiuta), e con 210 centimetri e quella apertura alare una stoppata a partita la farebbe un po’ chiunque. La criticità principale è sul pick and roll, ormai onnipresente in ogni schema di squadra, dove non ha la rapidità per gestire cambi d’uomo o penetrazioni. Non ha poi l’ecletticità di un Nikola Jokić, visto che una volta arrivatagli palla difficilmente la muove verso i compagni. Tira o… tira, ci sono poche altre opzioni.

Insomma, stiamo parlando di un giocatore che offensivamente ha dimostrato di avere pochi rivali, ma da costruire in molti altri aspetti del gioco. Anagraficamente vecchio rispetto agli standard di selezione NBA, che solitamente vanno a pescare un paio d’anni prima, e soprattutto gioca in un ruolo che da tempo sta cambiando le sue caratteristiche, se non scomparendo quasi del tutto. Per rimanere in ambito americano: se Jokić è il fenomeno del nuovo millennio, un Gobert è la mosca bianca che fa il lavoro di trent’anni fa. Garza non si sa ancora.

Quando la mela casca molto vicina all’albero

Parte di ciò che rende speciale Luka Garza però è il suo albero genealogico, che potrebbe tranquillamente essere disegnato su una palla a spicchi, tanto è intriso di pallacanestro.

Partiamo dal padre, una decina di centimetri più basso del figlio e nello starting five, nei suoi anni di college, a University of Idaho. Frank Garza è un classico self-made man americano. Ha sangue ispanico e si attribuisce una quantità spropositata di qualifiche: si dice economista, specialista in sviluppo e miglioramento delle performance umane, direttore delle vendite, manager e leadership trainer. È energetico, carismatico, estremamente a suo agio con i riflettori puntati su di lui. Luka ha sempre detto che suo padre è anche il suo migliore amico, oltre che colui che gli ha insegnato certi valori. Il nonno invece si chiama James Halm: altro spilungone di oltre due metri, anche lui giocatore di basket collegiale, ma alle Hawaii, e coach di lunga data. Molti movimenti offensivi, e una certa attitudine all’utilizzo del gancio, li ha passati lui al nipotino.

Ma oltre a sani valori c’è bisogno di talento per far venir fuori questo ragazzo, e quello viene quasi tutto dalla parte della madre. Come ama dire Frank: «Dovete ricordare che è mezzo jugoslavo. Lì sì che ci sono dei giocatori dal talento incredibile». La madre si chiama Sejla, e il cognome da nubile è Muftić. Il nonno è quel Refik Muftić, leggendario portiere bosniaco degli anni Sessanta e Settenta. Luka ricorda bene quando la mamma lo portava a casa sua e per le strade di Sarajevo tutti si fermavano a salutare il nonno. Sejla e la sorella Lejla sono entrambe grandi giocatrici di basket, ma solo la prima si costruisce una carriera da professionista. La zia invece si innamora di Teoman Alibegović, il cui record di punti segnati con la maglia della Slovenia ancora non è stato ritoccato, e lo sposa. Sejla invece dopo la pallacanestro va invece negli States, lavora all’ambasciata di Bosnia e conosce Frank Garza. Quando Luka cresce, sempre più cestista come tutti in famiglia, la madre lo manda durante l’estate ad allenarsi con zio Teoman e i tre cugini, tutti ovviamente giocatori professionisti. Deve aver apprezzato, visto che lo scorso anno ha annunciato di voler prendere la doppia cittadinanza e di voler giocare per la Bosnia.

“No pain, no gain” Luka

Il pedigree c’è. Le capacità offensive pure. Quelle difensive e atletiche meno, molto meno. Tanto che nelle previsioni del Draft per alcuni non dovrebbe neanche esserci, altri lo inseriscono ma non prima della numero 50. Uno dei valori su cui è fondato Luka Garza però è il lavoro individuale. Fin da piccino, quando Frank gli faceva vedere i VHS degli highlights di Kareem Abdul-Jabbar, oppure quando nonno Refik gli insegnava cosa vuol dire vivere come uno sportivo. Così Luka si presenta alla Draft Combine, la vetrina prima della grande serata dove le squadre vedono allenarsi i giovani prospetti, con dieci chili in meno del solito, tanto che nelle prove atletiche abbatte i suoi tempi personali. Una dimostrazione di work ethic, come piace chiamarla a loro, di livello assoluto. La stessa che gli ha fatto giocare partite su partite con fasciature, bernoccoli, punti di sutura messi lì per lì, senza mai fermarsi. La stessa che lo ha fatto andare avanti per mesi, agli inizi del 2018, prima di scoprire che quel gonfiore al petto che gli dava sempre fastidio era una cisti all’altezza dello stomaco pesante quattro chili.

La chiamata, nella notte del Draft, alla fine è arrivata. È la numero 52, dei Detroit Pistons, squadra in rifondazione e piena di giovani. In un progetto tecnico fluido uno come Garza non ci sta male. In più, dall’Iowa arriva un coro di voci bianche: è una persona gentile, umile, grande ascoltatore e lavoratore, capace di essere un leader ed eternamente ottimista. Esattamente come gli hanno insegnato Frank e Sejla. Le speranze si contraggono notevolmente quando i Pistons firmano il veterano Olynik. Garza scala al quarto posto in rotazione, difficile gli venga offerto un contratto.

Dopo la prima parte di allenamenti, in cui stupisce per la quantità di lavoro che svolge, è tempo di Summer League. Luka è in maglia Pistons, e parte dalla panchina la prima partita. Nessun problema, appena mette piede in campo gioca come sempre, ma la squadra perde. Secondo match, stesso copione. Alla terza, finalmente gioca titolare. Così come le partite numero 4 e 5. Inutile dire che Detroit le vince tutte e tre. Garza chiude a 15 punti e 9 rimbalzi di media, ma soprattutto si guadagna il fatidico contratto con i Pistons. È un two-way, cioè gli permetterà di giocare sia con la prima squadra che nella lega di sviluppo. Per un uno dei più grandi di sempre in ambito collegiale, potrebbe sembrare poco, ma il suo commento dice tutto: «Detroit mi ha dato un’opportunità e la sfrutterò al massimo. Ora è tempo che torni al lavoro e migliori ancora prima dell’inizio della stagione». Non sarà più l’NBA dei nostri padri, ma ci potete scommettere che, in un modo o nell’altro, diventerà quella di Luka Garza.

Immagine: Wikipedia

Chi è Luca D Alessandro

Leggi anche

Zvijezda Gradačac, il calcio nella periferia bosniaca

La storia della Zvijezda Gradačac, una società proveniente da una piccola cittadina del Nord della Bosnia-Erzegovina.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

Privacy Preference Center