MONTENEGRO: Il genocidio di Srebrenica divide il governo

Il 17 giugno scorso, il parlamento del Montenegro ha votato una dichiarazione che vieta di negare il genocidio di Srebrenica e dichiara l’11 luglio come giornata della memoria nel paese. La decisione è stata presa grazie al sostegno dei due terzi dell’assemblea, con 55 voti favorevoli, 19 contrari e 7 astenuti.

La dichiarazione proposta dal Partito Bosgnacco del Montenegro è stata supportata dalle forze di opposizione, tra cui spicca il Partito Democratico dei Socialisti (DPS) del presidente della Repubblica Milo Đukanović, i cui rappresentanti sono tornati in via eccezionale in parlamento, dopo il boicottaggio iniziato a metà maggio in segno di protesta con il governo.

Srebrenica: un tema che divide il governo montenegrino

Il genocidio di Srebrenica, avvenuto in Bosnia-Erzegovina nel luglio del 1995, quando le truppe serbo-bosniache guidate da Ratko Mladić uccisero più di 8000 bosgnacchi, è un tema che continua a dividere la variegata coalizione di governo del Montenegro. Lo testimonia anche la distribuzione dei voti sulla dichiarazione, ostacolata fortemente dal Fronte Democratico (DF), una delle principali forze al potere, ma sostenuta da altri 15 rappresentanti appartenenti al governo.

Il DF è la principale forza filo-serba del Montenegro, fortemente legata a Belgrado. L’opposizione del partito alla dichiarazione non è quindi sorprendente, considerato anche il sostegno espresso dalla formazione al collega Vladimir Leposavić, ormai ex ministro della giustizia, dei diritti umani e delle minoranze, che questa primavera aveva dichiarato di non riconoscere i crimini di guerra commessi a Srebrenica come un genocidio.

A causa di queste esternazioni, Leposavić è stato sollevato dall’incarico durante la seduta della settimana scorsa, mentre i vertici del DF si sono scagliati contro gli alleati di governo e contro il primo ministro Zdravko Krivokapić, chiedendo una ridiscussione del patto di coalizione e minacciando di boicottare il parlamento, portando il paese in una fase di stallo istituzionale.

Il DF si è inoltre servito di tutto l’armamentario retorico del caso nel tentativo di sfruttare la nuova situazione per strizzare l’occhio al nazionalismo serbo più estremo, difendendo anche i suoi legami con Belgrado. Diversi rappresentanti hanno rilasciato dichiarazioni al veleno, parlando di accuse di genocidio a tutto il popolo serbo provenienti dal Montenegro, nonostante nella dichiarazione sia stato specificato che Podgorica condanna le responsabilità individuali e non associa le stesse ad alcuna entità collettiva o nazionale.

Le reazioni dai paesi vicini

Non sono mancate ovviamente le reazioni nei paesi vicini. Milorad Dodik, il principale leader serbo-bosniaco, ha definito la dichiarazione del parlamento montenegrino “un atto ostile” e ha specificato come coloro che hanno votato a favore della stessa non siano benvenuti nella Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina (RS), l’entità a maggioranza serba del paese.

D’altra parte, il vice-presidente della RS, il bosgnacco Ramiz Salkić, ha invitato i parlamentari montenegrini a visitare la Bosnia-Erzegovina e, in particolare, il Memoriale di Potočari, dove riposano i resti a oggi ritrovati delle oltre 8000 vittime del genocidio, precedentemente dispersi in varie fosse comuni dall’esercito della RS, che aveva tentato di occultare il crimine.

In Serbia, il presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, ha sposato la linea del DF e ha dichiarato che il Montenegro vuole apporre con questa dichiarazione un “marchio collettivo” su tutto il popolo serbo. Vučić, pesantemente contestato durante la sua visita al Memoriale di Potočari nel 2015, aveva definito i fatti del 1995 come “un crimine mostruoso”, evitando accuratamente il termine “genocidio”.

Una dichiarazione necessaria

La dichiarazione del parlamento montenegrino è un passo importante nel percorso di riconciliazione che deve ancora seguire alla guerra degli anni Novanta nella ex-Jugoslavia. A Sarajevo e in molte parti della Bosnia-Erzegovina l’atto del parlamento montenegrino è stato accolto con grande favore, sintomo della possibilità di un ulteriore avvicinamento tra i due paesi nel segno della convivenza e della riappacificazione.

Anche le madri di Srebrenica, che da anni lottano su più fronti contro il crescente negazionismo del genocidio, hanno apprezzato la dichiarazione e hanno incontrato pochi giorni fa il presidente Đukanović.

L’importanza di questo atto è dimostrata anche dal fatto che la stessa Bosnia-Erzegovina non ha ancora adottato una dichiarazione contro il negazionismo del genocidio. Questo elemento ha spinto il primo ministro del Montenegro, Zdravko Krivokapić, a definire la dichiarazione “inutile“, non essendo stata ancora adottata nel paese in cui il genocidio è stato compiuto: un ulteriore segno di quanto la memoria di Srebrenica divida la coalizione di governo.

Un altro colpo di Đukanović?

D’altra parte, il Montenegro arrivava da diverse settimane convulse sul tema, seguite alle dichiarazioni di Leposavić e alle minacce contro la popolazione bosgnacca a Pljevlja dopo l’elezione del nuovo governo nel settembre scorso. Il rapporto con la memoria di Srebrenica è uno dei punti più controversi per la coalizione governativa, che si è impegnata a perseguire una politica filo-europeista, difficilmente conciliabile con il negazionismo del genocidio.

La questione è stata sfruttata politicamente a dovere dall’opposizione, che con questa dichiarazione ha palesato tutti i limiti del nuovo governo. Andrija Nikolić (DPS) ha dichiarato che Srebrenica ha “svelato a tutti chi sta da quale parte”, sottolineando come il DPS sia l’unico baluardo contro nazionalismo e sciovinismo in Montenegro.

Le sue parole riflettono la linea politica di Milo Đukanović, che ha capito come opporsi al meglio al nuovo governo e come risaltarne i punti più controversi, presentando ancora una volta il suo partito come l’unico referente filo-europeista credibile in Montenegro, insidiato dall’ingerenza di Belgrado e dalle spinte interne del nazionalismo serbo.

Foto: Pixabay

Chi è Dino Huseljić

Studente dell'Università di Pisa, cresciuto in Bosnia-Erzegovina e formato in Lombardia. Si interessa di Balcani e di tutto ciò che riguarda il calcio e la pallacanestro. Dal 2019 scrive su "Gli Stati Generali".

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