AZERBAIGIAN: Il dissidente Bayram Mammadov trovato morto a Istanbul

Nella notte di mercoledì 5 maggio, l’anarchico ed ex prigioniero di coscienza azero Bayram Mammadov, 25 anni, è stato ritrovato morto a Istanbul, in circostanze ancora poco chiare. Mammadov, che nel maggio 2016 era stato arrestato e torturato per aver imbrattato la statua dell’ex presidente Heydar Aliyev (padre dell’attuale presidente Ilham Aliyev), si era trasferito a Istanbul nel novembre 2020. Il giovane attivista era scomparso da quattro giorni, quando il 5 maggio la polizia ha comunicato ai suoi amici di averne ritrovato il corpo in acqua.

Dieci anni per una scritta

Bayram Mammadov era noto per aver imbrattato la statua del ‘padre della nazione’ Heydar Aliyev con le scritte “Fuck the system” e “Felice giorno degli schiavi” (Qul bayramınız mübarək) – facendo il verso alla frase “Felice giorno dei fiori” (Gül bayramınız mübarək), una ricorrenza celebrata in Azerbaigian il 10 maggio, in concomitanza con il compleanno del defunto presidente. Questo gesto rese Mammadov un simbolo della resistenza al regime autoritario di Aliyev, ma gli costò una condanna a 10 anni di carcere per accuse infondate di possesso di droga. Alla fine del processo-farsa, Mammadov si rivolse al giudice dicendo: “Lei sa benissimo che sono qui per aver scritto “Felice giorno degli schiavi” sulla statua di Heydar Aliyev. Non mi considero un prigioniero. Sono un amante della libertà“.

Mammadov dichiarò in seguito che durante la custodia gli agenti della polizia l’avevano costretto a firmare una confessione sotto tortura e minacciandolo di stupro. Gli stessi metodi vennero usati nei confronti di Giyas Ibrahimov, altro attivista autore dei graffiti. Sia Mammadov che Ibrahimov erano membri del movimento giovanile pro-democrazia N!DA, contro cui la repressione del regime di Aliyev si era accanita in modo particolare durante gli anni 2013-14. Durante la prigionia, Mammadov sviluppò una grave infiammazione renale a causa delle condizioni disumane del carcere.

Nel marzo 2019, in occasione del Novruz, a Mammadov fu concessa la grazia da parte del presidente Aliyev, ma il giovane rimase nel mirino delle autorità. Nel giro di due settimane venne infatti nuovamente arrestato per aver disubbidito agli ordini di un ufficiale della polizia, e trascorse altri 30 giorni in carcere. A giugno 2020, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo si era espressa sul caso di Mammadov e Ibrahimov, riconoscendo una violazione dell’articolo 3 (che proibisce i trattamenti inumani e degradanti) e dell’articolo 10 (libertà di espressione) e aveva condannato l’Azerbaigian a pagare oltre 30.000€ di risarcimenti a ognuna delle vittime.

Repressione senza frontiere?

In molti hanno suggerito che dietro alla morte sospetta del giovane attivista possa esserci la lunga mano del regime di Aliyev. Non sarebbe infatti la prima volta che la repressione delle autorità azere colpisce anche oltreconfine: si pensi ad esempio al video blogger Mahammad Mirzali, che proprio lo scorso 14 marzo è stato oggetto di un attacco ad arma bianca da parte di sei individui nella città francese di Nantes. O al giornalista Afghan Mukhtarli, che nel maggio del 2017 era stato sequestrato nel centro di Tbilisi in Georgia per riapparire pochi giorni dopo in stato di arresto a Baku.

Un’altra ipotesi ad essere circolata è quella del suicidio, secondo alcuni ricollegabile al trauma delle violenze e delle torture che Mammadov ha subito durante i tre anni di prigionia. Questa possibilità è però stata smentita proprio da Mukhtarli, che in un post su Facebook ha raccontato che Bayram era in procinto di trasferirsi all’estero per ragioni di studio, con l’obiettivo di tornare poi in Azerbaigian, paese per cui aveva “grandi sogni”. Secondo la versione dei fatti proposta dalla polizia turca, si sarebbe invece trattato di un tragico incidente. Alcuni testimoni avrebbero visto Bayram a Moda sahil, una zona costiera sul Bosforo, il 2 maggio: il giovane si sarebbe tuffato per recuperare le scarpe cadute in acqua, e sarebbe annegato prima che la polizia e la guardia costiera potessero raggiungerlo.

La morte di Bayram Mammadov lascia un grande vuoto ed è un duro colpo per tutti coloro che in Azerbaigian credono nella necessità di resistere all’autoritarismo e di immaginare un futuro migliore. Probabilmente la ricerca della verità richiederà molto tempo e molti sforzi da parte della famiglia e degli amici di Bayram; ma, come ha scritto la giornalista azera Arzu Geybullayeva,

“Indipendentemente da quello che finiremo per scoprire, non dimentichiamo che Bayram e moltissimi altri hanno passato del tempo in prigione per accuse infondate. Nessuno ha reso conto dei danni inflitti a Bayram. Anzi, dopo la sua scarcerazione il governo si è crogiolato nella gloria per averlo incluso nel decreto di “grazia”. Anzi, i responsabili ne sono usciti indenni e hanno continuato a vivere le proprie vite, mentre la sua è persa per sempre. Non avrebbe dovuto essere imprigionato, non avrebbe dovuto essere torturato, e non sarebbe dovuto morire il 2 maggio. Aveva tutta la vita davanti“.

Immagine: Wikimedia Commons

Chi è Laura Luciani

Nata a Civitanova Marche il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacia firmavano un accordo sulla dissoluzione dell'URSS. Attualmente è dottoranda in scienze politiche presso la Ghent University (Belgio), con una ricerca sulle politiche dell'Unione europea per la promozione dei diritti umani e il sostegno alla società civile nel Caucaso meridionale. Oltre a questi temi, si interessa di spazio post-sovietico in generale, di femminismo e questioni di genere, e a volte di politiche linguistiche. E' co-autrice del programma "Kiosk" di Radio Beckwith.

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