BIELORUSSIA: Al via i processi contro gli oppositori, l’ex-candidato Babariko compreso

Il 16 febbraio il paese è stato svegliato da numerosi raid in diverse città: nel mirino delle forze speciali bielorusse giornalisti, attivisti per i diritti umani, volontari, avvocati, sindacalisti. Il regime di Lukashenko sta eliminando gli oppositori uno a uno, e non solo i concorrenti politici.

Le perquisizioni sono state una quarantina e si sono concluse col sequestro di diversi materiali e con l’arresto di alcune persone, tra cui l’attivista Dmitry Soloviev a Minsk e la figlia di un rappresentante del Fronte Popolare Bielorusso nella regione di Mogilev. 

La condanna internazionale 

Il giorno seguente l’ambasciata statunitense a Minsk ha pubblicato una nota in cui condanna, unendosi alle ambasciate dell’Unione Europea, del Regno Unito e della Svizzera, la repressione contro giornalisti e attivisti. Anche l’OSCE ha parlato di “un altro evento allarmante per la libertà dei media e la libertà di parola nel paese”, mentre Amnesty International afferma che, dopo aver imprigionato o espulso con la forza quasi tutti i rappresentanti dell’opposizione, le autorità bielorusse prendono di mira i difensori dei diritti umani e i giornalisti. 

Tutto questo accadeva mentre ci si preparava al processo delle due giornaliste di Belsat arrestate nel novembre 2020 per aver trasmesso in streaming dalla Piazza dei Cambiamenti nei giorni successivi alla morte di Roman Bondarenko, deceduto dopo essere stato trattenuto dalle forze dell’ordine. Ekaterina Bachvalova e Darya Chultsova sono state condannate il 18 febbraio a due anni di carcere ai sensi della parte 1 dell’articolo 342 del codice penale per organizzazione di atti contro l’ordine pubblico. 

Il processo come legittimazione del regime

Quello alle due giornaliste non è l’unico processo della settimana. A spiccare su tutti il procedimento contro l’ex candidato alla presidenza Viktor Babariko, in prigione dai primi di giugno del 2020, accusato di appropriazione indebita e riciclaggio. La fase preliminare si è svolta a porte chiuse il 4 febbraio, mentre il processo vero e proprio è iniziato qualche giorno dopo, il 17. La Corte Suprema presso la quale Babariko è giudicato ha rifiutato le petizioni che richiedevano l’accesso alla stampa indipendente e al pubblico, ma anche quella in cui si pretendeva la sostituzione del giudice, la cui moglie è uno degli avvocati dell’accusa. 

Nel processo contro l’ex presidente del consiglio di Belgazprombank i capi di accusa sono riciclaggio di fondi ottenuti con mezzi criminali (fino a 7 anni di prigione) e tangenti (fino a 15 anni di prigione). Oltre a Babariko sono stati indagati altri dipendenti, che però hanno ottenuto quasi tutti un accordo preliminare. Secondo le indagini, Viktor Babariko avrebbe creato un sistema per ricevere in maniera sistematica tangenti: in sedici anni avrebbe raccolto oltre trenta milioni di rubli. Babariko si è dichiarato innocente.

Il caso risale all’11 giugno 2020, quando le forze dell’ordine hanno perquisito i locali della banca e, pochi giorni dopo, il governo ha messo sotto amministrazione speciale Belgazprombank. Gli azionisti russi di Gazprom hanno criticato aspramente la decisione, citando violazioni degli accordi tra stati e della sovranità bielorussa. 

Contro ogni forma di opposizione

Le conseguenze dell’arresto di Babariko – che ricordiamo, aveva raccolto centinaia di migliaia di firme per la propria candidatura alla presidenza – hanno segnato la storia della Bielorussia nei mesi successivi e aperto le porte alla crisi di onnipotenza del regime. Dopo l’arresto di Babariko, secondo di poco a quello di un altro candidato, il blogger Sergej Tichanovskij, marito di Svetlana, Lukashenko ha iniziato a condannare e reprimere con ogni mezzo ogni forma di opposizione e protesta.

I processi di questi giorni sono la prova concreta del terrorismo governativo messo in atto da Aleksandr Lukashenko, che non intende ancora tirarsi indietro, cercando di legittimare agli occhi della popolazione e degli osservatori stranieri le condanne continue. Le modifiche a legislazioni vigenti, l’inserimento di nuove norme volte a limitare le libertà, la fabbricazione sistematica di prove sono tutti strumenti utili al presidente al fine di rendere accettabili i processi che infligge a quanti non lo sostengono. 

A oggi i prigionieri politici sono circa 260, mentre in questi mesi gli arresti sono stati oltre 34.000 di cui circa 500 giornalisti. La repressione in Bielorussia non si ferma ed è volta anche a spaventare chi continua a protestare, sperando che il dissenso si fermi. 

La propaganda ideologica del regime è inoltre sostenuta dalla tv di stato che trasmette, come negli anni passati, video montati ad hoc (l’ultimo è il servizio sulle perquisizioni del 16 febbraio) e smentisce le immagini che testimoniano le grandi manifestazioni a sostegno della democrazia, sperando che gli spettatori si lascino convincere.

Ma non siamo più nel 2006 e i mezzi di comunicazione sono cambiati: il processo a Viktor Babariko è sotto gli occhi di tutti. Una nuova risoluzione è stata presentata al Congresso degli Stati Uniti, mentre in Europa si continua a discutere del futuro democratico della Bielorussia dopo Lukashenko.

L’andamento del processo a Babariko influirà sulle prossime mosse della comunità internazionale e l’ex presidente di Belgazprombank continuerà a giocare un ruolo fondamentale nella transizione democratica del paese.

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Immagine: dmitry-levkovets/unsplash

Chi è Anna Bardazzi

Nata nel 1982 a Prato, si è laureata in Scienze Politiche con una tesi sulla Bielorussia di Lukashenko. Dopo aver vissuto diversi anni all'estero è rientrata recentemente in Italia, dove si occupa di contenuti digitali e traduzioni. A marzo 2021 esce il suo primo romanzo, La felicità non va interrotta, edito da Salani. Collabora con East Journal dal 2020.

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