GERMANIA: La libertà di parola e i limiti della lotta all’antisemitismo

Giovedì 10 dicembre i direttori di 32 istituzioni culturali tedesche hanno lanciato una sfida alla politica ufficiale di lotta all’antisemitismo, in nome della libertà di parola. In una lettera aperta, mentre respingono il movimento per le sanzioni contro Israele, affermano di considerare “pericolosa la logica del contro-boicottaggio“.

Il riferimento è alla risoluzione parlamentare del maggio 2019 che designa come antisemita la campagna Boycott, Divest, Sanction (BDS) e invita le istituzioni pubbliche a negare fondi e spazi a ogni iniziativa che “supporti attivamente” il movimento o che metta in dubbio il diritto a esistere dello stato di Israele.

Ma anziché frenare l’antisemitismo, la risoluzione ha soffocato lo scambio di idee nella sfera pubblica e la libertà di espressione nelle arti, entrambe garantite dalla Costituzione tedesca, hanno affermato i firmatari della lettera aperta.

Quando la lotta all’antisemitismo si trasforma in censura di stato

I direttori del Goethe Institut, della Berliner Festspiele, dell’Humboldt Forum e della Federal Cultural Foundation, insieme ai leader di teatri, musei e istituti di studi culturali ebraici di tutto il paese, sono tra coloro che hanno firmato l’appello.

Tra le conseguenze della risoluzione parlamentare del 2019, nell’ultimo anno e mezzo ha lasciato il posto il direttore del Museo ebraico di Berlino, Peter Schäfer, criticato per il suo impegno politico, mentre i rapper scozzesi Young Fathers erano stati rimossi dalla scaletta della Ruhrtriennale per il loro sostegno pubblico al movimento BDS.

Anche se la risoluzione parlamentare parla solo di istituzioni e mai di persone, in concreto si è vista una crescita delle molestie individuali, spesso tramite social media, secondo Bernd Scherer, direttore della House of World Cultures, uno spazio espositivo di Berlino.

Per Barbara Stollberg-Rilinger, direttrice del Berlin Institute for Advanced Study, “se dovessimo prendere questa risoluzione alla lettera, non potremmo invitare molti intellettuali israeliani ebrei e palestinesi che si oppongono alle violazioni dei diritti umani del proprio governo”. Secondo i critici, oggi persino Albert Einstein e Hannah Arendt sarebbero bollati come antisemiti per le loro posizioni sullo stato di Israele.

Chi può dire a tedeschi o israeliani di cosa possono o non possono discutere?

Esattamente quello che è successo a Yehudit Yinhar, studente ebrea israeliana presso l’Accademia d’arte di Weissensee e co-organizzatrice della School for Unlearning Sionism, che è stata accusata di antisemitismo. Il sito web del progetto è stato messo offline dall’accademia dopo che alcuni dei suoi membri sono stati collegati al movimento BDS.

Nessun denaro pubblico dovrebbe essere usato per delegittimare Israele“, ha affermato l’American Jewish Committee di Berlino. La School for Unlearning Sionism è oggi listata a fianco delle segnalazioni di aggressioni neonaziste sul sito della Fondazione Amadeu Antonio, che documenta gli attacchi antisemiti in Germania,

“L’accusa di antisemitismo nei nostri confronti è una violenza“, ha affermato Yehudit Yinhar. “A un gruppo di ebrei israeliani che fanno ricerche sulla propria storia collettiva viene detto dalle istituzioni tedesche bianche che non possono farlo. Come se avessero il diritto di stabilire le condizioni in base alle quali ci è consentito definire la nostra storia e partecipare al discorso pubblico.”

Una “democrazia militante”. Ma fino a che punto?

Il punto di vista del governo tedesco è che le “regole che si applicano ai dibattiti controversi” includano “il riconoscimento inequivocabile del diritto di Israele di esistere“, ha affermato la ministra della cultura Monika Grütters. La Germania “rifiuta l’antisemitismo e la negazione o banalizzazione dell’Olocausto nei termini più forti possibili”.

Anche Felix Klein, il commissario nominato dal governo tedesco per la lotta all’antisemitismo, ha difeso la risoluzione parlamentare. “La nostra democrazia è una democrazia militante e si oppone fermamente a tali manifestazioni di intolleranza”. Klein definisce come antisemita la critica allo stato di Israele sulla base dei controversi esempi allegati alla definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che secondo i critici confonde ebraismo e sionismo e lascia ben poco spazio per la critica politica alle azioni del governo israeliano.

Ma proprio il militantismo ufficiale, al limite della censura di stato, è ciò che ha spinto i leader delle principali istituzioni culturali tedesche a incontrarsi per mesi in segreto, scambiandosi storie di autocensura, di ore trascorse a preoccuparsi delle storie dei social media di artisti o studiosi che volevano invitare ai loro programmi culturali. Con la preoccupazione di dove affrontare accuse di antisemitismo per legami – reali o presunti – al movimento BDS.

Il caso Mbembe, ultima goccia

L’ultimo e più eminente caso, quello del filosofo camerunese Achille Mbembe, a cui è stato negato l’invito alla Ruhrtriennale prevista per maggio 2020 per aver tracciato parallelismi tra la situazione dei palestinesi e l’apartheid in Sud Africa. Una polemica che si è protratta per oltre un mese, in cui sono stati messi in discussione la relazione tra colonialismo, genocidio e Shoah, nonché il rapporto speciale della Germania con Israele.

La paura che, con il “caso Mbembe“, il dibattito sulla lotta all’antisemitismo stesse prendendo una piega pericolosa ha infine spinto i leader culturali a rendere pubblica la loro posizione. Klein, che aveva personalmente giudicato antisemite le argomentazioni di Mbembe, si è detto sorpreso che i leader culturali abbiano deciso di prendere posizione pubblica senza prima discuterne con lui.

“Vogliamo dimostrare che abbiamo un problema con l’attuazione di questa risoluzione”, ha detto Hortensia Völckers, il direttore artistico della Fondazione Culturale Federale, tra i firmatari della lettera aperta. “Abbiamo bisogno di avere una discussione con i leader politici per renderlo chiaro”.

Foto: Haus der Kulturen der Welt, Berlin, by Ansgar Koreng / CC BY-SA 3.0 (DE).

Chi è Andrea Zambelli

Andrea Zambelli è uno pseudonimo collettivo usato da vari membri della redazione di East Journal.

Leggi anche

riunificazione tedesca

3 ottobre 1990: la riunificazione tedesca raccontata da East Journal

La redazione di East Journal vi dà appuntamento giovedì 8 ottobre, in diretta a partire dalle 18.30, per raccontare la lunga e complessa riunificazione tedesca, avvenuta trent'anni fa, il 3 ottobre 1990.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com