BULGARIA: Non è un paese per giornalisti

Per il terzo anno consecutivo la Bulgaria si piazza al 111° posto nell’Indice mondiale della libertà di stampa, stilato dai giornalisti di Reporter senza frontiere (Reporters sans frontières, RSF) su un totale di 180 paesi. Occupando la posizione più bassa di tutta l’UE, la nazione balcanica è superata in negativo solo da Russia, Bielorussia e Turchia in tutto il continente europeo.

A circa un anno e mezzo dal terribile omicidio della reporter investigativa Viktoria Marinova, la libertà di stampa e d’informazione bulgara non dà segni di miglioramento. Il rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa a fine aprile evidenzia il progressivo deterioramento dell’ambiente mediatico del paese.

“La pecora nera dell’Unione europea”

Nel 2019 non si sono registrate vittime tra i giornalisti bulgari. Tuttavia, le pressioni che questi continuano a subire – specie le voci più critiche e autorevoli – sono sintomo dei metodi autoritari alla base del servizio pubblico.

La politica editoriale della Televisione nazionale bulgara (Bălgarska Natsionalna Televizija, BNT) ha assunto toni filogovernativi dopo la nomina del nuovo direttore generale. Il cambio di proprietario dei due colossi privati NOVA Broadcasting Group e BTV Media Group, ha costretto diversi professionisti di spicco al licenziamento.

Corruzione e collusione tra media, politici e oligarchi sono ampiamente diffuse in Bulgaria”, denuncia RSF. Simbolo di questa deriva insalubre è Delyan Peevski, deputato e oligarca che formalmente possiede due quotidiani, ma in realtà controlla anche un canale televisivo, svariati siti di notizie e una fetta consistente della rete di distribuzione della stampa. Inoltre, il governo bulgaro continua a ripartire fondi europei e pubblici ai media senza alcuna trasparenza.

D’altro canto, la persecuzione giudiziaria delle testate indipendenti si fa sempre più intensa. Condurre inchieste di qualità in Bulgaria non è un’impresa ardua di per sé. La difficoltà per i giornalisti sta nel riuscire a farle pubblicare, attirare l’attenzione dei cittadini e suscitare in essi reazioni. Al contrario, il più delle volte i reporter si scontrano con muri di silenzio e la cecità delle autorità; pedinamenti, diffamazioni e minacce nei casi peggiori.

Tacchini o piccioni addomesticati?

Anche il 2020 non sembra procedere nel migliore dei modi per il giornalismo bulgaro. Il 4 febbraio scorso il presidente Rumen Radev ha revocato la fiducia al governo di Boyko Borisov, a seguito di vari scandali. Il pomeriggio dello stesso giorno il premier, andato a verificare l’andamento dei lavori al collegamento idrico volto ad alleviare la crisi di Pernik, ha trovato ad attenderlo un gruppo di giornalisti. Alle loro richieste di commentare l’intervento di Radev, Borisov ha risposto: “Eccovi qui che accorrete come dei tacchini”, con annessa imitazione del gloglottìo del pennuto in questione.

Proteste e indignazione non si sono fatte attendere, e dopo pochi minuti il primo ministro si è pubblicamente scusato, senza però smettere di fare il verso – letteralmente – ai reporter. La sezione bulgara dell’Associazione dei giornalisti europei (AEŽ) ha subito condannato l’accaduto in un severo comunicato, definendo “piccioni addomesticati” i professionisti asserviti al governo.

Nelle settimane successive si sono susseguiti nuovi attacchi denigratori alla categoria da parte di alti esponenti politici; lo scorso 17 marzo il giornalista investigativo Slavi Angelov è stato brutalmente aggredito sotto casa sua. Il 17 aprile i tre presunti esecutori materiali sono stati arrestati.

Pandemia e disinformazione

I primi quattro casi di Covid-19 in Bulgaria si registrano l’8 marzo. Dopo dodici giorni il parlamento vara finalmente un pacchetto di misure di emergenza, e l’ambiguità di alcune accende dibattiti e critiche, non solo nei cittadini. Lo stesso presidente Radev contesta aspramente la direttiva che avrebbe imposto dai tre ai cinque anni di carcere e una multa da 5.000 a 25.000 euro ai colpevoli di diffondere “informazioni false sulla diffusione delle epidemie”. Per giunta, la misura sarebbe dovuta rimanere in vigore oltre la durata della crisi sanitaria, favorendo un clima di autocensura e repressione.

Il 22 marzo Radev pone il veto su parte delle norme, scatenando l’ira di Borisov. Il veto viene comunque accolto da una maggioranza parlamentare schiacciante già il 23 marzo, al fine di evitare ulteriori ritardi alla messa in atto delle disposizioni.

RSF afferma che il prossimo decennio sarà decisivo per il futuro del mondo dell’informazione. Tra la repressione della libertà d’informazione e le misure governative contro la pandemia esiste un legame diretto, che aggrava le crisi mediatiche esistenti. E la minaccia incombe anche sull’Europa, la regione che finora ha dato la miglior prova in termini di libertà di espressione.

foto: Dnevnik.bg

Chi è Giorgia Spadoni

Marchigiana con un debole per le lingue slave, bibliofila e assidua frequentatrice di teatri e cinema. Laureata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, la sua incessante curiosità l'ha portata a vivere in Russia, Croazia e soprattutto Bulgaria, che è riuscita a strapparle un pezzo di cuore. Nel 2018 ha vinto il premio di traduzione "Leonardo Pampuri", indetto dall'Associazione Bulgaria-Italia. Da gennaio 2020 continua a scrutare oltrecortina per East Journal, raccontando frammenti di cultura est-europea, storia e attualità bulgara.

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