POLONIA: Gas e indipendenza

Non è un mistero che i governi polacchi, a prescindere dal colore, vedano la dipendenza energetica dalla Russia come un coltello puntato alla gola della nazione. Il fortissimo legame fra il colosso del gas Gazprom e il Cremlino è fonte di preoccupazione costante per le autorità polacche, consce del potere ricattatorio che Mosca possiede e che non esita a usare quando i suoi interessi nel vicinato vengono intaccati. La Polonia cerca da anni con tutte le sue forze e con vari mezzi di rendersi indipendente dal gas russo.

Vittoria a Stoccolma

Una recente decisione di una corte arbitrale svedese segna un ulteriore passo in avanti per gli sforzi polacchi. Tutto ha inizio fra il 2009 e il 2010, quando il governo negozia il contratto “Yamal” (dal nome di una penisola russa ricchissima di gas) per garantire il rifornimento di gas fino al 2022. L’accordo si è rivelato enormemente svantaggioso per la compagnia di stato polacca, PGNiG: con una clausola “pay-or-take” Varsavia era costretta ogni anno a pagare almeno 8,7 mld di metri cubi di gas anche quando non ne aveva bisogno, sprecando enormi quantità di denaro. Inoltre, il prezzo non era legato a quello di mercato e la Polonia non aveva il diritto di rivendere il gas ricevuto su altri mercati.

Già nel 2016 il governo di Diritto e Giustizia (PiS) porta Gazprom in contenzioso al tribunale arbitrale di Stoccolma, sostenendo che le condizioni del contratto erano inique e i prezzi non conformi a quelli di mercato, penalizzando ingiustamente la Polonia. Nel 2019, inoltre, Varsavia ha comunicato di non voler rinnovare il contratto, in scadenza nel 2022. E negli ultimi giorni di marzo di quest’anno la notizia: il tribunale di Stoccolma dà ragione a PGNiG, intimando a Gazprom di legare i propri prezzi a quelli di mercato, per il futuro, e restituire alla parte lesa i soldi perduti, per un ammontare che le prime stime individuano in circa 1,3 mld di euro. Denaro che, fanno sapere da Varsavia, verrà investito per diversificare ulteriormente le fonti di approvvigionamento.

Costruire delle alternative

Come ha potuto la Polonia trascinare il colosso russo in tribunale e svincolarsi da un contratto capestro simile? La Polonia del 2009 non è la stessa del 2020: nel corso della decade il paese ha lavorato costantemente e con grandi risultati per diversificare le fonti di approvvigionamento di gas, facendo tesoro delle ultime tecnologie e aprendosi a produttori mondiali geograficamente lontani.

Il fiore all’occhiello della strategia polacca è il gas liquido. Sebbene costoso, il vantaggio di questo tipo di gas è evidente: con le infrastrutture adeguate un paese con uno sbocco sul mare può importare il gas da dovunque, con vantaggi non solo per il consumo interno ma anche per la rivendita a paesi terzi privi di affaccio sul mare.

Il perno della distribuzione di gas liquido in Polonia è la cittadina di Świnoujście, sul mar Baltico. Osservando con orrore il blocco delle esportazioni russe di gas all’Ucraina del 2009, Varsavia iniziò a costruire un rigassificatore nel piccolo porto baltico. Il progetto ha nel corso degli anni ricevuto fondi europei in quanto coerente con la strategia comunitaria di diversificazone delle fonti. Quando è stato inaugurato, nel 2016, il nuovo governo del PiS lo ha battezzato “Lech Kaczyński”, dal nome del presidente deceduto in un incidente aereo nel 2010, simbolo della narrativa martirologica del PiS.

Świnoujście ha un ruolo fondamentale nei piani polacchi di divincolarsi dalla morsa di Mosca. Dall’apertura ha ricevuto enormi afflussi di gas dal Qatar e dalla Norvegia e, ultimamente, anche dagli Stati Uniti. Il maggiore esportatore è il Qatar, che ha un contratto di lungo termine fin da prima che la struttura aprisse e che ha costantemente aumentato il volume delle proprie esportazioni in Polonia. Ultimamente anche gli Stati Uniti sono entrati di peso nel mercato polacco: l’affinità politica tra i due paesi si è tradotta in affinità energetica, sostenuta dalla comunanza di vedute per il destino della regione. Fra il 2018 e il 2019 tre compagnie americane hanno firmato contratti per la vendita di gas liquido a Świnoujście, due dei quali permettono a Varsavia di rivendere il gas acquistato a paesi terzi.

Un altro tassello fondamentale della strategia polacca è il progetto Baltic Pipe. Costruita a partire da infrastrutture già esistenti – il gasdotto Europipe II dalla Norvegia alla Germania – Baltic Pipe porterà gas norvegese in Polonia attraverso la Danimarca. Il gasdotto dovrebbe essere completo e operativo per la fine del 2022, aumentando drasticamente l’approvvigionamento energetico polacco. Anche questo progetto è stato riconosciuto d’interesse comunitario e ha ricevuto sostanziali fondi dell’Unione europea.

Prospettive di lungo termine

Varsavia mira non solo a diminuire drasticamente la percentuale di importazioni russe, ma anche a diventare un esportatore negli altri paesi della regione. I mercati più promettenti sono sicuramente in Ucraina e Slovacchia. Nonostante le buone prospettive, il posizionamento della Polonia come esportatore incontra alcune sfide, prima fra tutte il medesimo ruolo della Germania: aiutata da Nord Stream e da futuri rigassificatori attualmente in progettazione, Berlino mira a giocare allo stesso gioco e parte col vantaggio di avere infrastrutture già esistenti con la Repubblica Ceca e l’Austria.

È probabile che in futuro l’importazione di gas russo non si arresti del tutto. L’obiettivo primario è stato già raggiunto e sta venendo consolidato: rafforzare significativamente la posizione della Polonia vis-à-vis con la Russia e non dipendere da Mosca in toto per il proprio fabbisogno. Con le spalle coperte, è probabile che la Polonia potrà strappare buoni contratti da Gazprom, a vantaggio della propria sicurezza energetica e della propria proiezione nel mercato energetico europeo.

Foto: il terminal di Świnoujście, Polonia. Crediti: Unione Europea

Chi è Massimo Gordini

Studente all'Università di Bologna, ho vissuto a Cracovia, Mosca, San Pietroburgo e Stati Uniti per vari scambi. Curioso di tutto ciò che riguarda l'Europa centrale e orientale, per East Journal mi occupo soprattutto di Polonia.

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