ABCASIA: Eletto un nuovo presidente, tra coronavirus e controversie

Lo scorso 22 marzo si sono svolte le elezioni presidenziali nella repubblica de facto dell’Abcasia: neanche la crisi globale legata alla pandemia da nuovo coronavirus è sembrata una ragione valida per posticipare le consultazioni, che hanno portato alla vittoria del leader dell’opposizione Aslan Bzhania con il 56.5% dei voti. Tra mascherine e matite portate da casa per limitare i rischi di contagio, le elezioni hanno rappresentato l’ultimo episodio di una lunga serie di tumulti politici nella repubblica separatista, dove da circa un anno si cerca di eleggere un nuovo presidente.

Due temi che hanno dominato la campagna elettorale (che va avanti dal 2019) sono stati la lotta al crimine organizzato e alla corruzione, fenomeni dilaganti nella repubblica de facto e molto pressanti per i cittadini. Anche la delicata questione della vendita dei beni immobiliari ai cittadini stranieri, nonché quella delle ricadute ecologiche ed economiche dell’estrazione del petrolio (che secondo un membro del team di Bzhania rappresenterebbe la ricetta per un “miracolo economico” in Abcasia) sono state al centro dei dibattiti tra i candidati.

I risultati delle elezioni non sono stati ovviamente riconosciuti dalla comunità internazionale e dalla Georgia, stato da cui l’Abcasia ha fatto secessione dopo un conflitto sanguinoso all’inizio degli anni ’90. In un’intervista rilasciata poco dopo le elezioni, il nuovo presidente Bzhania si è mostrato relativamente aperto ad instaurare un dialogo con Tbilisi su alcune questioni “transfrontaliere”, mentre in precedenza le autorità abcase avevano prontamente rifiutato i tentativi di distensione avanzati dai georgiani.

Prima delle elezioni: presunti avvelenamenti e proteste

Nel luglio 2019 Aslan Bzhania, candidato del principale partito d’opposizione Amtsakhara, avrebbe dovuto sfidare alle urne l’ex presidente abcaso Raul Khajimba, al potere dal 2014. Nel mese di aprile dello scorso anno Bzhania dovette però ritirarsi dalla corsa politica per gravi problemi di salute, che i suoi sostenitori collegarono ad un avvelenamento. In seguito ad una serie di proteste, Khajimba decise di rimandare le elezioni fino al mese di agosto. Bzhania non riuscì a rimettersi in tempo e venne sostituito dal Alkhaz Kvitsiniya, che uscì sconfitto dalla seconda tornata elettorale tenutasi l’8 settembre.

La vittoria ottenuta per un pugno di voti dall’allora presidente in carica Khajimba fu però al centro delle polemiche e di violente proteste che infiammarono per diversi mesi la capitale abcasa, Sukhumi. A inizio gennaio 2020, la Corte Suprema sostenne la richiesta di Kvitsiniya di annullare i risultati delle elezioni, mentre pochi giorni dopo arrivarono le dimissioni di Khajimba.

A inizio marzo, Bzhania si è ammalato nuovamente per ragioni misteriose mentre si trovava a Sochi (in Russia), ma è riuscito comunque a proseguire la propria campagna battendo nettamente, nelle elezioni di domenica scorsa, gli altri due candidati principali: il vicepremier Adgur Ardzinba (35%) e l’ex ministro dell’interno Leonid Dzapshba (2%).

Fronteggiare il coronavirus in uno stato non riconosciuto

Oltre alle proteste e ai vari colpi di scena, lo svolgimento delle elezioni del 22 marzo era stato circondato da numerosi dubbi dovuti ai rischi di infezione da COVID-19. Per ora, la repubblica de facto non ha segnalato nessun caso di infezione. Eppure, proprio all’indomani delle elezioni le autorità abcase hanno introdotto delle misure senza precedenti per proteggere la popolazione dal virus: queste includono, tra le altre cose, la sospensione di ogni tipo di trasporto pubblico, la chiusura dei principali mercati, e la sospensione di escursioni e altre attività turistiche.

Già lo scorso 12 marzo le autorità avevano deciso di cancellare qualsiasi tipo di evento pubblico (tranne le elezioni e i comizi con i candidati – a cui hanno comunque partecipato moltissime persone senza che venissero osservate le regole di distanziamento sociale), e due giorni dopo hanno annunciato il divieto di ingresso a tutti i cittadini stranieri ad eccezione dei russi. Le stesse misure avevano portato alla chiusura dei punti di attraversamento che collegano l’Abcasia alla Georgia, per una durata indeterminata: una decisione che colpisce soprattutto i circa 40.000 georgiani risiedenti nella provincia meridionale di Gali che vivono, in condizioni di grande precarietà, facendo la spola da un lato all’altro della frontiera.

L’Ossezia del Sud, altro piccolo stato separatista appartenente secondo il diritto internazionale alla Georgia, ha preso provvedimenti simili per contrastare la pandemia: tutti i punti di attraversamento sono stati chiusi, in un contesto già molto teso lungo la frontiera amministrativa che separa l’entità de facto dai territori controllati da Tbilisi.

La decisione iniziale di Sukhumi di esonerare i cittadini della Federazione Russa dalle restrizioni sull’ingresso nel territorio è significativa delle relazioni che legano la repubblica separatista sul Mar Nero a Mosca – che ne riconosce (insieme a pochissimi altri stati membri dell’ONU) l’indipendenza e dai cui aiuti economici dipende quasi la metà del budget statale abcaso. La decisione potrebbe anche essere stata dettata dalla volontà di non ostacolare i flussi turistici (provenienti per la stragrande maggioranza proprio dalla Russia), che rappresentano un settore chiave dell’economia.

Secondo quanto riportato da OC Media, l’Abcasia si sarebbe rivolta alle autorità russe per ricevere materiale sanitario volto a contrastare la diffusione del coronavirus e avrebbe invece rifiutato l’offerta di Tbilisi di aiutare i cittadini georgiani che risiedono in quelli che la Georgia considera “territori occupati” da Mosca. Tuttavia, sembrerebbe anche che gli Stati Uniti abbiano, per la prima volta in dieci anni, deciso di inviare degli aiuti a Sukhumi per fronteggiare il coronavirus.

Nel frattempo, nell’altra repubblica de facto del Caucaso del Sud, il Nagorno Karabakh, sono in corso i preparativi per le elezioni parlamentari e presidenziali del 31 marzo. Dopo quelle in Abcasia, anche queste elezioni sembrano destinate a svolgersi nonostante la pandemia – quasi per marcare ancora di più la separazione delle entità de facto dagli altri stati della regione e dai “loro” problemi, e come se bastasse un confine (neanche internazionalmente riconosciuto) per proteggerle dal virus che si diffonde tutto intorno.

Immagine: RIA Novosti / Maksim Blinov

Chi è Laura Luciani

Nata il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacha decidevano la dissoluzione dell'URSS, è appassionata di mondo post-sovietico e russofono. E' dottoranda in Scienze Politiche presso la Ghent University (Belgio). Marchigiana di nascita, brussellese d'adozione, ha trascorso vari periodi di studio, ricerca e lavoro "a est" - tra cui un programma di mobilità studentesca all'Università statale di Mosca MGU, un soggiorno di ricerca in Lettonia e uno SVE a Tbilisi. Per East Journal scrive di Caucaso, Baltico e Russia.

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