POLONIA: La più silenziosa immigrazione d’Europa

Quando si parla di immigrazione di solito non si immagina la Polonia come una delle mete più popolari d’Europa: eppure, numeri alla mano, una rivoluzione silenziosa è avvenuta nei flussi migratori sulla Vistola.

Un’eredità del comunismo: la comunità vietnamita

Già negli anni del comunismo si è formata la prima comunità immigrata recente e a oggi quella che, per i polacchi, rimane la più nota: i vietnamiti. In virtù di numerosi scambi studenteschi fra quelli che all’epoca erano paesi del blocco comunista, molti giovani vietnamiti hanno conosciuto la Polonia e dopo la fine del regime hanno scelto di rimanervi, facendo da apripista a un’ondata di nuovi arrivi negli anni ’90 che continua ancora oggi.

Molti di loro aprirono ristoranti o piccoli negozi e il loro punto di ritrovo principale divenne il mercato all’aperto dell’ormai scomparso Stadion Dziesięciolecia, all’epoca il più grande mercato del genere in Europa e con una fortissima presenza vietnamita. Ad oggi i vietnamiti sono relativamente accettati nella società polacca e hanno una certa, di solito positiva, presenza mediatica: un’edizione di Masterchef locale è stata vinta dalla polacca di origine vietnamita Ola Nguyen, mentre la serie Netflix “1983” mostra una Little Saigon nella sua Varsavia.

Una terra promessa per gli ucraini

L’economia polacca è in crescita da anni e il paese è uno dei più promettenti dell’Unione Europea, con una disoccupazione bassissima stabilmente sotto il 4%. Questo boom, accompagnato da una crescita demografica prossima allo zero, una popolazione molto vecchia e un’enorme diaspora, ha reso l’immigrazione necessaria e, per alcuni, decisamente attraente. Nel 2018 la Polonia ha rilasciato più permessi di soggiorno a cittadini extracomunitari di qualsiasi altro paese dell’Unione e significativamente di più perfino della Germania. La stragrande maggioranza dei nuovi arrivi è composta da ucraini, il cui numero, nel 2019, arrivava a circa 2 milioni. In alcune città gli ucraini sono ormai una presenza massiccia: a Wrocław, per esempio, già nel 2017 erano il 10% della popolazione.

Il governo polacco ha in passato provato a sostenere che questi arrivi fossero dovuti direttamente alla guerra in Ucraina e che andassero considerati come rifugiati, annullando, pertanto, ogni dovere da parte della Polonia di accogliere altri arrivi dal Medio Oriente. Il bluff, tuttavia, è durato poco, poiché tutti, sia a Bruxelles che a Varsavia, sanno che meno di 400 ucraini hanno fatto richiesta di asilo: la stragrande maggioranza ha fatto domanda per un visto lavorativo, molto più semplice da ottenere. Gli ucraini, in generale, vanno a riempire le aree meno qualificate del mercato del lavoro, accettando quei mestieri “che i polacchi non vogliono più fare”.

Il tentativo di bluff a Bruxelles è un piccolo spaccato della strategia del governo polacco verso l’immigrazione: se nell’ambito propagandistico i toni sono accesi e l’opposizione all’immigrazione è moneta corrente, nei fatti, nei discorsi e negli eventi che contano, le opinioni sono più sfumate. Definire il governo del PiS semplicemente anti-immigrazione è fuorviante: il vero obiettivo è avere uno stretto controllo su chi entra e selezionarlo in modo da alterare il meno possibile l’equilibrio culturale del paese.

Una bozza del ministero degli interni polacco, pubblicata in un leak ad agosto 2019, fa chiarezza sugli obiettivi e i criteri della politica migratoria governativa. Il documento riconosce che l’immigrazione è più che mai necessaria e chiarisce che soggiorni temporanei, basati su contratti a termine, sono al momento l’opzione preferita – e molti ucraini seguono esattamente questa strada.

Il documento crea una gerarchia di potenziali immigrati: in cima ci sono i cittadini polacchi emigrati o i polacchi etnici, seguiti dai cittadini di alcuni paesi ex-sovietici e poi da quelli di paesi cattolici o che abbiano somiglianze culturali con la Polonia. In fondo alla lista i musulmani, considerati poco capaci di adattarsi e tendenti a formare delle enclavi pericolose.

I flussi del futuro

Finora l’enorme afflusso di ucraini ha permesso alla Polonia di sopperire ai buchi nel mercato del lavoro con dei nuovi arrivi facili da integrare e molto vicini culturalmente. Tuttavia, negli ultimi tempi Varsavia si trova a sostenere una competizione quasi impossibile da vincere: quella della Germania. Berlino ha deciso di rendere l’accesso molto più semplice per gli ucraini, rilassando le regole della procedura migratoria e facilitando l’assunzione di extracomunitari per le aziende tedesche. La Polonia sa di avere ancora un po’ di tempo, ma il miglioramento dell’economia ucraina e, soprattutto, le aperture tedesche potrebbero lasciare Varsavia senza ossigeno in un mercato del lavoro fragile.

Il governo si sta lentamente preparando ad accogliere più lavoratori dall’Asia. Nel 2019, sebbene la schiacciante maggioranza dei nuovi arrivi venga ancora dall’Ucraina, in termini percentuali c’è stata una notevole crescita dall’Asia. India e Nepal mostrano i numer maggiori (quasi 10.000 a testa) e una buona parte degli indiani si sposta in Polonia per mestieri qualificati. Il governo ha anche intessuto trattative con le Filippine, aprendo il paese a futuri afflussi che hanno timidamente iniziato a farsi sentire. Forti dei solidi legami già esistenti, le aziende polacche stanno cercando anche in Vietnam di trovare altra manodopera poco qualificata, specie nel settore edile.

Il futuro della prosperità polacca, e in generale dell’intero paese, dipenderà da come la questione dell’immigrazione verrà gestita e se questa sfida sarà vinta. Il governo è finora riuscito a bilanciarsi fra una retorica aggressiva, ostile all’immigrazione, e una pratica ben più aperta e orientata a risultati concreti. Se il PiS riuscirà a non rimanere ostaggio del proprio elettorato e delle proprie promesse, forse riuscirà a gestire con successo uno dei più grandi flussi migratori degli ultimi anni – e probabilmente uno dei meno pubblicizzati.

Foto: Leszek Zych / Polityka (polityka.pl)

Chi è Massimo Gordini

Studente all'Università di Bologna, ho vissuto a Cracovia, Mosca, San Pietroburgo e Stati Uniti per vari scambi. Curioso di tutto ciò che riguarda l'Europa centrale e orientale, per East Journal mi occupo soprattutto di Polonia.

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