ARMENIA: il processo Kocharyan divide l’opinione pubblica

Il 12 settembre è cominciato il processo all’ex Presidente armeno Robert Kocharyan, accusato di aver usurpato della sua autorità in occasione della repressione violenta delle manifestazioni del 2008. Tra il febbraio e marzo di quell’anno, in seguito ad elezioni presidenziali che l’opposizione considerava truccate, polizia e militari soppressero violentemente le proteste antigovernative scoppiate nelle strade di Erevan; morirono due poliziotti e otto dimostranti. Oltre a Kocharyan, anche altri ex alti funzionari sono finiti sul banco degli imputati: Seyran Ohanyan, ex ministro della Difesa; Armen Gevorgyan, ex segretario del Consiglio di sicurezza nazionale; e Yuri Khachaturov, capo del presidio militare di Erevan durante la repressione e, fino a pochi mesi fa,  Segretario generale dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva.

Il processo ha creato una netta divisione dell’opinione pubblica, tra chi appoggia lo sforzo di Pashinyan, attuale primo ministro, nel punire i responsabili e chi, invece, sostiene l’infondatezza delle accuse contro Kocharyan. Al termine dell’udienza c’è stato uno scontro tra le due parti: dei testimoni affermano che i sostenitori di Kocharyan hanno aggredito i suoi oppositori.

Chi è Robert Kocharyan e che ruolo ha avuto nella repressione delle proteste del 2008?

Prima di diventare Presidente della Repubblica armena, Robert Kocharyan fu primo ministro dell’Armenia e Presidente della Repubblica del Nagorno-Karabakh, la sua regione di origine.

Kocharyan è stato il Capo di stato dell’Armenia tra il 1998 ed il 2008, quando la costituzione armena gli impedì di candidarsi per un terzo mandato. Le elezioni del 2008 furono vinte dal suo alleato Serzh Sargsyan, mantenendo così intatto gran parte dell’apparato di governo del Partito Repubblicano. L’opposizione dichiarò le elezioni irregolari e ne chiese l’annullamento. Quando scoppiarono le proteste, Kocharyan indisse lo stato di emergenza. Durante la repressione delle proteste, la polizia arrestò diverse centinaia di persone tra cui vari membri dei partiti di opposizione, incluso Nikol Pashinyan. L’attuale primo ministro era infatti uno degli organizzatori delle manifestazioni e ha trascorso per questo circa due anni in prigione. Poiché Kocharyan era ancora in carica durante le proteste, lui e alcuni altri funzionari sono considerati responsabili della violenza con cui esse sono state soppresse.

Il processo

Quando fu accusato di usurpazione di potere a luglio 2018, Kocharyan dichiarò che le imputazioni erano ingiustificate e avevano implicazioni politiche. E in effetti questa è la percezione di una parte importante dell’opinione pubblica, alimentata dall’atteggiamento combattivo di Pashinyan. Quando Kocharyan fu scarcerato a maggio, Pashinyan esortò i suoi sostenitori a bloccare l’entrata del tribunale, e ciò ha portato molti ad attribuirgli un tentativo di politicizzazione del sistema giudiziario.

Dopo circa un mese, Kocharyan fu nuovamente arrestato e rimase in prigione fino al giorno del processo, sebbene il 4 settembre la Corte costituzionale avesse dichiarato l’arresto incostituzionale. Tre giorni dopo aver rifiutato la mozione per il rilascio di Kocharyan dalla custodia cautelare, il 20 settembre la Corte ha anche rifiutato l’uscita su cauzione. Come al termine delle udienze precedenti, fuori dal tribunale si sono verificati scontri tra i sostenitori e gli oppositori dell’ex Presidente.

Kocharyan, che trascorse un periodo in Russia dopo la conclusione del suo mandato, gode dell’appoggio del Cremlino. Mosca ha infatti più volte espresso il suo dissenso nei confronti del processo, e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha affermato che l’accusa “non può che preoccuparci”. Una possibile spiegazione potrebbe risiedere nell’attrito tra le autorità russe e l’attuale governo armeno, che ha messo in atto diverse politiche filo-occidentali allontanandosi gradualmente dalla sfera d’influenza russa.

Giustizia o rivincita?

Uno dei capisaldi del programma politico di Pashinyan è la critica all’attuale sistema giudiziario. Il motivo sarebbe che molti dei giudici ancora presenti nei tribunali sono stati nominati dal precedente governo e gli rimangono fedeli. Ad esempio, in seguito al rilascio temporaneo di Kocharyan a maggio, Pashinyan accusò sia il sistema giudiziario armeno sia i leader del Nagorno-Karabakh di cospirare contro il suo governo. Dall’altra parte, i sostenitori dell’ex presidente e altri oppositori del primo ministro sostengono che le forze dell’ordine stiano esercitando pressione sul sistema giudiziario, compromettendone l’indipendenza.

L’approccio complessivo di Pashinyan nei confronti di questo processo ha portato molti ad accusare il primo ministro di stare politicizzando, invece che depoliticizzando, l’apparato giudiziario. Alla popolarità di questa opinione contribuisce anche il coinvolgimento personale di Pashinyan negli avvenimenti che hanno portato fino a questo punto. A prescindere da come andrà a finire il processo, si potranno quindi trovare diverse giustificazioni per affermare che esso si sia basato anche su motivi politici.

 

Foto: eurasianet.org

Chi è Martina Turra

Laureata in "Philosophy, International and Economic Studies" presso l'Università Ca' Foscari, attualmente frequenta una Laurea Magistrale in "International Security Studies" presso la Scuola Superiore Sant'Anna. Ha svolto un tirocinio presso l'Ambasciata italiana ad Astana.

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