KOSOVO: Vucic visita i serbi del nord, lo spettacolo può continuare

Da BELGRADO – Il giorno dopo la visita del presidente serbo Aleksandar Vucic, Mitrovica è ancora addobbata a festa per l’arrivo di colui che da anni si presenta come il custode del futuro di questa terra tormentata. Ma di questa visita che sembrava destinata a cambiare la storia della regione sono rimaste giusto le bandiere.

La grande attesa per la due giorni di Vucic tra i serbi al nord dell’Ibar ha deluso molte attese. Il presidente serbo non ha esposto alcun piano politico per risolvere la più annosa questione che riguarda il suo paese e la sua, ormai, ex provincia. L’idea di scambio di territori ipotizzata per tutta l’estate sia da Vucic che dal presidente kosovaro Hashim Thaci non è stata nemmeno menzionata, né è stata offerta una qualunque altra soluzione.

Come da copione, non sono mancati attimi di tensione durante la visita di Vucic. Nella giornata di domenica, infatti, il presidente ha dovuto rinunciare a visitare l’enclave serba di Banje per via delle barricate sulle strade che portano a questo villaggio e che, secondo la Tv nazionale serba RTS, sarebbero state organizzate su ordine del presidente del parlamento kosovaro Kadri Veseli.
Agli abitanti di Banje, rimasti invano ad attendere, Vucic si è rivolto via telefono, rendendo ancor più scenica la sua visita in Kosovo e trasmettendo un’ immagine dalla forte carica simbolica che si potrebbe interpretare più o meno così: la Serbia vi ha lasciati soli, ci dispiace, ma non è colpa nostra.

Eppure, andare in Kosovo e dire che le cose andranno meglio non è una cosa facile. Ci provò Milosevic – che poi fece implodere la Jugoslavia – e ci sta provando Vucic, che di Milosevic era ministro e che l’altroieri l’ha apertamente omaggiato. “Milosevic è stato un grande leader serbo, le sue intenzioni erano sicuramente le migliori, ma i risultati sono stati molto peggio. Non perché lui volesse questo, bensì perché gli obiettivi non erano realistici, e perché abbiamo trascurato gli interessi e le ambizioni degli altri popoli. E per questo abbiamo pagato il prezzo più caro e più pesante”, ha detto Vucic alla folla di Mitrovica.

Ciononostante, il discorso di Vucic non verrà ricordato come un discorso storico. Semmai, può aver lasciato ulteriore rassegnazione per la situazione in cui verte Mitrovica, insieme al resto del nord del Kosovo, che tornerebbe sotto l’ala di Belgrado con l’ipotizzato ritaglio di confini.

“Il circo se n’è andato da Mitrovica e la gente tornerà ai suoi problemi quotidiani e alla propria vita. Nessun problema verrà risolto. I serbi continueranno a lasciare il Kosovo per paura ed incertezza. Continueremo a non avere un lavoro e i giovani non avranno modo di vivere qui” – dichiara alla BBC Marko Jaksic, di Mitrovica, più realistico rispetto ad alcuni suoi concittadini che, probabilmente, dal presidente si apettavano un piano più concreto.

Vucic ha però promesso posti di lavoro e investimenti massicci in tutte e cinque le tappe del suo tour. Quelli promessi per il lago artificiale di Gazivode – visita che Pristina aveva cercato di ostacolare – sono i più importanti per via dell’interesse strategico di questo bacino d’acqua, che approvvigiona di acqua potabile e corrente elettrica i comuni del nord, così come il 35% di Pristina e che è di vitale importanza per le industrie locali. Un suo rilancio economico significherebbe nuovi posti di lavoro, ovvero un argine al calo demografico che affligge i comuni serbi del nord.

Ma saranno proprio Gazivode, così come l’enorme complesso minerario di Trepca (spartito tra Mitrovica Nord e Sud), a giocare un ruolo fondamentale al tavolo delle trattative. Già, perché quello che in Kosovo interessa realmente – al netto del patrimonio storico dei suoi monasteri medievali – è il suo sistema energetico e l’abbondanza di materie prime. Non è da escludere che le promesse di investimento presentate da Vucic non siano che vuota retorica che serva solo ad incentivare la popolazione locale a non abbandonare quello che viene ancora definito “il cuore della Serbia”. Nel caso in cui lo scambio di territori diventasse realtà, invece, Gazivode e Trepca risulterebbero una pesantissima perdita per Pristina, che si potrebbe ritrovare in posizione subordinata a Belgrado, almeno dal punto di vista energetico.

Quello che non si sa, però, è se si sia di fronte a pura fantapolitica o se ci sia qualcosa di verosimile, come lascia pensare il placet di Washington, che attraverso il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton si è detta non contraria allo scambio di territori.
Ma è un piano che sembra scellerato o peggio un revival degli anni novanta per quello che sarebbe un vaso di Pandora di revanscismi in tutta la regione balcanica che l’Unione Europea – che già convive con annose dispute di confine – dovrebbe scongiurare.
“Noi serbi del sud del Kosovo siamo una voce che i centri di potere dovrebbero tenere in considerazione per capire quanto sia pericoloso cambiare i confini nei Balcani” – ha dichiarato a Radio 3 Mondo Padre Andrej, dal monastero di Decani, esprimendo la contrarietà della Chiesa ortodossa serba, che ha già scomunicato politicamente il presidente serbo e che ha infatti boicottato la sua visita.

Non resta quindi che aspettare e vedere se tra Belgrado e Pristina si continuerà con quella che ormai ha sempre più l’aspetto di una telenovela fatta di episodi conditi da nazionalismo e di regurgiti del passato o se prevarrà l’obiettivo diplomatico della normalizzazione dei rapporti. Il timore è che gli attori sul palcoscenico siamo per lo più in cerca di carisma personale e la speranza è che non si ripeta uno spettacolo già visto e a cui nessuno vuole assistere nuovamente.

Foto: Mondo.rs

Chi è Giorgio Fruscione

Giorgio Fruscione
Classe 1987, politologo di formazione. Vive a Belgrado, dove lavora come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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