UCRAINA: E se la liberalizzazione dei visti fosse uno sbaglio?

L’11 giugno, come più volte scritto, è entrata in vigore la liberalizzazione dei visti ed i cittadini ucraini, a determinate condizioni, e con particolari eccezioni, possono finalmente entrare in Unione Europea senza bisogno di un visto.

Era ora!

Era “solo” l’ottobre del 2008 quando se ne iniziò a parlare. Nel mezzo ci sono stati una protesta che ha portato alla destituzione dell’ex Presidente Yanukovich, l’occupazione della Crimea da parte della Russia, il controllo separatista nel Donbass.
Gli stati europei, primi fra tutti Germania, Francia e Paesi Bassi, hanno fatto di tutto per ritardare il via libera al sistema del visa-free, ma erano coscienti che avevano quanto meno l’obbligo morale di non voltare le spalle a Kiev, anche per evitare, una volta ancora, che l’Ucraina si rivolgesse verso Mosca. 
Solo chi ci è passato sa quanto fosse fastidiosa la richiesta del visto. Lunghe code fuori dai consolati, domande personali, sospetti continui, arbitrarietà da parte dei funzionari, esborso economico alto e spesso la necessità di affidarsi a fantomatici “facilitatori” che per qualche centinaio di euro riuscivano, se non erano dei ciarlatani, a far ottenere il visto. E poi ogni volta cercare di capire quale fosse il consolato più “buono” e “severo”. Un vero percorso ad ostacoli.

Bruxelles val bene una riforma (forse)

L’Unione Europea, in cambio, ha chiesto riforme: miglioramento nella gestione della propria sicurezza esterna, difesa dei diritti fondamentali, lotta alla corruzione e controllo sull’immigrazione. E proprio l’armonizzazione con le regole inerenti la gestione dei flussi migratori, al di là degli annunci, per Bruxelles contava di più. L’UE infatti ha obbligato l’Ucraina, al pari di Moldavia e Georgia, a firmare un accordo di riammissione degli immigrati irregolari. Così come ha imposto un meccanismo di sospensione del regime visa free valido non solo per l’Ucraina, ma per tutti i paesi con i quali è stato sottoscritto un accordo simile.

Tutti in Europa

La frenesia dei cittadini ucraini per venire in Europa, magari per la prima volta, è tangibile. Secondo un sondaggio di Rating, oltre l’80% degli ucraini non ha mai lasciato la propria regione negli ultimi 5 anni, ed il 27% dei residenti di Kiev ed il 19% di quelli di Odessa non sono mai stati in Europa.
Questi dati sono destinati a cambiare e ciò è confermato dal forte interesse che l’Ucraina suscita in alcune compagnie aeree, prima tra tutte Ryanair, che apriranno a partire dall’autunno numerose rotte col fine di “accaparrarsi” quella fascia della popolazione ucraina che pur non avendo grandi disponibilità economiche vuole visitare le città europee.

E se fosse stato uno sbaglio?

Chi scrive ha più volte sostenuto che questo accordo andasse fatto. Ma guardiamo il rovescio della medaglia. La politica ucraina non è stata in grado, Poroshenko in primis, di fare quei cambiamenti che l’Europa e gli ucraini chiedevano. La corruzione c’è e si sente, le figure riformiste sono state allontanate dal Governo e le stesse riforme approvate sono messe in discussione. L’emendamento anti-discriminazione al codice del lavoro è poca cosa; i diritti LGBT non sono assolutamente garantiti; si parla di emendamenti che impongano limiti al ruolo delle NGO; l’Ufficio Anticorruzione (NABU) incontra sempre maggiori ostacoli nella sua azione. Un fallimento ed ora, ottenuto il regime visa-free, non ci saranno stimoli a far meglio.
L’Ucraina è un Paese di 45 milioni di persone, dove lo stipendio mensile medio ruota attorno ai 230 Euro, una guerra è in corso nel Donbass e i confini toccano svariati paesi dell’Unione Europea. Insomma, siamo sicuri che l’Europa non rischi di subire un’ondata migratoria?

L’allarmismo non porta a nulla, ma forse questo accordo, in questi tempi ed in questi termini, ha da un lato completamente falciato la spinta riformista ucraina, peraltro già limitata, e dall’altro porta seri rischi per l’Unione Europea. Altro che accordo win-win.

Chi è Pietro Rizzi

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Dottorando in Relazioni Industriali presso l’Università degli Studi di Bergamo, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. Redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato è stato redattore ed art director del periodico LiberaMente, e si è a lungo occupato di politica come assistente parlamentare e consulente giuridico per comitati referendari. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

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