BOSNIA: Ma i bosgnacchi parlano bosniaco? La parola ai giudici

La Corte Costituzionale della Bosnia ed Erzegovina ha stabilito lo scorso 26 maggio che i bosgnacchi in Republika Srpska (RS, l’entità amministrativa a maggioranza serba del paese) devono poter chiamare la propria lingua come gli pare, pur stabilendo che la Costituzione della RS non è in contrasto con la Costituzione statale sul tema.

Il tema, che potrebbe apparire metafisico, deriva dalla disputa tra la maggioranza serbobosniaca guidata dal partito SNSD di Milorad Dodik, al potere in RS, e la minoranza bosgnacca (bosniaco musulmana). Questi ultimi vorrebbero definire la propria lingua semplicemente come “bosniaca” (bosanski/Bosnian), un termine più neutrale ed inclusivo, anziché come “bosgnacca” (bošnjak /Bosniak), termine che rinvia in maniera esclusiva alle caratteristiche etnoculturali del popolo bosniaco musulmano. Le autorità della RS hanno stabilito che educazione e documenti nell’entità siano nelle lingue “serba, croata e bosgnacca”, anziché “serba, croata e bosniaca”. La distinzione è sottile ma importante: la prima serie suddivide anche la lingua secondo definizioni etniche, senza lasciare alcun margine per identità inclusive o marginali, e negando l’esistenza di una unitarietà linguistico-culturale della Bosnia-Erzegovina (come invece sostenuto dai principali linguisti).

I giudici costituzionali hanno rigettato la richiesta del deputato bosgnacco della RS Safet Softić (SDA) di dichiarare incostituzionale l’art. 7(1) della Costituzione della RS laddove esso si riferisce a “la lingua del popolo bosgnacco”. Secondo la Corte, tale formula è neutra e non specifica il nome di tale linguaggio, ma riconosce il diritto costituzionale del popolo bosgnacco – così come quello degli altri due popoli costitutivi e dei restanti cittadini – di dare alla propria lingua il nome preferito.

La Corte nota anche che nessuna previsione costituzionale stipula che il nome dei popoli costitutivi vada attribuito anche alla/e loro lingua/e. Le autorità pubbliche della RS, secondo i giudici, non hanno il diritto di definire il nome della lingua parlata dal popolo bosgnacco in maniera contraria al volere di questi stessi, né è possibile determinare il nome di una lingua tramite regole linguistiche scientifiche. Ogni pratica contraria sarebbe in violazione di entrambe le costituzioni della Bosnia ed Erzegovina e della Republika Srpska.

La Corte costituzionale della Bosnia ed Erzegovina cerca così di trarsi fuori da una situazione delicata. Da una parte obbliga le autorità della RS a tener conto di come i bosgnacchi vogliano chiamare la propria lingua, e le associazioni e partiti bosgnacchi faranno ora pressione su Banja Luka per la revoca delle decisioni che parlavano di “lingua bosgnacca” anzichè bosniaca. Ma secondo il vicepresidente del parlamento dell’entità, Nenad Stevandic, non c’è nessuna discriminazione contro i bosgnacchi in Republika Srpska, e la lingua sarà chiamata come prescritto dalla Costituzione della RS – “lingua del popolo bosgnacco” –  il che non proibisce ai bosgnacchi di chiamarla come più gli piace, conclude Stevandic.

Dall’altra parte, la Corte Costituzionale ha evitato di chiedere che la modifica della Costituzione della RS, il che avrebbe potuto far salire ulteriormente la tensione tra Banja Luka e Sarajevo. Dopo la precedente sentenza sull’incostituzionalità della festività del 9 gennaio come giorno della Republika Srpska, Dodik aveva annunciato un referendum contro l’autorità della Corte costituzionale e delle corti statali nell’entità, per ora sospeso, ma sempre pronto ad essere tirato fuori come asso nella manica in caso di necessità. In caso la pubblicazione delle motivazioni della sentenza dovessero mostrare che anche in questo caso i giudici serbobosniaci sono stati messi in minoranza sul tema da parte dei giudici bosgnacchi, croati-bosniaci e internazionali, Dodik potrebbe riprendere il proprio appello contro la presenza di giudici internazionali alla Corte Costituzionale, ed eventualmente rilanciare il processo referendario, se dovessere ritenere di garantirsi così qualche punto a favore in vista delle elezioni locali di ottobre.

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Andrea Zambelli

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