NAGORNO-KARABAKH: Il conflitto arriva all’Eurovision 2016

Si parlava ancora di Repubbliche Socialiste Sovietiche, quando Armenia e Azerbaigian entrarono nel vivo di quello che sarebbe stato uno dei conflitti più efferati del Caucaso. Sulla scia delle neonate dottrine di Gorbachev, nel 1988 il Soviet del Nagorno-Karabakh, all’epoca oblast’ autonoma dell’Azerbaigian, fece riemergere le rivendicazioni nazionali chiedendo l’annessione all’Armenia e dando il via a campagne militari e pulizie etniche che si sarebbero susseguite per anni tra le due repubbliche. Nonostante il cessate il fuoco raggiunto nel 1994 e la mediazione dell’OSCE attraverso il Gruppo di Minsk, le tensioni lungo la linea di confine non si sono mai arrestate. Al contrario, lo scorso autunno è stata registrata un’escalation di violenza nella regione, che ha raggiunto il suo picco all’inizio di Aprile e sembra essere ancora in corso.

Quello che per più di vent’anni è rimasto all’apparenza un conflitto congelato ha da sempre determinato gli affari interni, e ancor di più quelli internazionali, dei due Paesi protagonisti. Ma non è tutto: le rivalità che intercorrono tra le due parti non sono mai state celate, neanche quando si tratta di eventi che vanno al di là della politica.

E’ il caso di Eurovision. Da quando Armenia e Azerbaigian sono stati ammessi al concorso canoro europeo (rispettivamente nel 2006 e 2008) molte sono state le occasioni in cui la disputa è stata portata sul palco. Ed era quasi prevedibile che quest’anno le polemiche di natura politica non sarebbero mancate, proprio alla luce degli ultimi avvenimenti in Nagorno-Karabakh e con i due presidenti impegnati in nuovi dialoghi a Vienna.

La provocazione è arrivata dalla cantante armena Iveta Mukuchyan. Durante la prima semifinale di Eurovision 2016, in diretta da Stoccolma, l’esuberante artista ha esultato per il suo passaggio in finale mostrando la bandiera del Nagorno-Karabakh.
In conferenza stampa, chiamata a rispondere del gesto da un giornalista svedese di Aftonbladet, l’artista si è espressa in maniera piuttosto neutra: negando la matrice politica del gesto, ha affermato che gli artisti in gara sono i rappresentanti del proprio paese, e in quanto tali, portano con se’ “il cuore, i pensieri, i sentimenti e tutte le emozioni legate alla madrepatria. L’unica cosa che voglio diffondere – ha continuato – è la pace. Io voglio solamente la pace ai confini, l’Armenia vuole la pace.”
Nonostante gli sforzi del moderatore, intervenuto per ricordare che i giornalisti sono tenuti a porre domande agli artisti, e non ad esprimere commenti di natura politica, la situazione è diventata successivamente piu’ tesa, quando un giornalista azero ha preso la parola per puntualizzare che il gesto viola ogni norma di diritto internazionale, oltre che a quelle del concorso, poiché la regione appartiene de jure all’Azerbaigian.

Le polemiche non sono tardate ad arrivare. Immediatamente si è espresso il ministro degli esteri azero Hikmet Hajiyev, che ha denunciato l’azione come provocatoria e inaccettabile, accusando gli armeni di usare la visibilità data dall’evento per perseguire fini politici, oltre che per supportare le formazioni illegali che combattono in quello che gli azeri considerano il proprio territorio.

La reazione degli organizzatori è arrivata invece il giorno dopo. Attraverso una dichiarazione ufficiale pubblicata su Facebook, l’UER (Unione Europea di Radiodiffusione) si è detto consapevole della tensione esistente tra Armenia e Azerbaigian sulla questione del Karabakh, motivo per cui reputano l’azione di estrema gravità. L’ente organizzatore ha condannato la vicenda e avvertito che un ulteriore atto di questa natura sarebbe costato la squalifica dall’edizione in corso o dalle successive. Inoltre, i responsabili hanno affermato che un procedimento è in corso per sanzionare l’emittente armena AMPTV.

Ad aggravare la posizione armena rispetto alla sanzione, che verrà stabilita in Giugno, c’è anche una precedente dichiarazione di Gohar Gasparyan, capo della delegazione armena, la quale avrebbe dichiarato già in Aprile di voler portare con se’ la bandiera del Nagorno-Karabakh, a seguito della pubblicazione della lista delle bandiere non permesse allo spettacolo.

Infatti, al fine di salvaguardare la natura non-politica di Eurovision, poco prima dell’inizio del concorso era stata pubblicata una lista di stati non riconosciuti, i cui simboli non potevano essere esposti presso la Stockholm Globe Arena che ospitava la kermesse. La lista si aggiunge all’articolo 1.2.2h del regolamento di Eurovision Song Contest 2016, il quale afferma che “nessun messaggio che promuova organizzazioni, istituzioni, cause politiche o altro, aziende, marchi, prodotti o servizi potrà apparire durante la trasmissione.”

La vicenda che ha coinvolto la delegazione armena è tuttavia solo una delle tante occasioni in cui eventi culturali o sportivi vengono politicizzati. E’ ormai consolidata la teoria secondo cui molti paesi, tra cui la Russia e l’Azerbaigian, utilizzino la partecipazione o l’organizzazione di mega-events per fini meramente politici, come mezzo di rivendicazione nazionale o di promozione internazionale: basti pensare alle Olimpiadi Invernali di Sochi del 2014 o ai giochi Olimpici Europei di Baku del 2015.

Lo stesso ragionamento può essere applicato ad Eurovision: nonostante norme e provvedimenti che vietano la pratica, anno dopo anno la politica sovrasta la performance artistica e il sogno dell’Europa unita svanisce, persino dai palchi televisivi. Nei giorni scorsi, infatti, una polemica di portata ancora maggiore ha investito la cantante ucraina Jamala, che ha vinto proprio questa ultima edizione del concorso canoro con una provocatoria canzone anti-russa.

Chi è Francesca Barbino

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Nata in Calabria nel 1993, vive a Forli’ dove frequenta il MIREES, Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe. Da Maggio 2016 collabora con East Journal, per il quale si occupa principalmente di Caucaso. Parla fluentemente inglese e francese, ha delle basi di russo, e sta imparando il serbo-croato. Gli articoli di analisi scritti per East Journal sono co-pubblicati anche da PECOB, Università di Bologna.

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