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Rifugiati, le porte chiuse del gruppo di Visegrád

Il 20 luglio scorso il Consiglio Affari Interni dell’UE ha raggiunto la prima intesa riguardante la redistribuzione dei rifugiati e richiedenti asilo tra i paesi dell’Unione. Delle 40.000 unità inizialmente indicate, l’accordo si è fermato a 32.256: un numero certamente non esaltante e che ha bollato il primo round di relocation come “fallimentare”.

Si è parlato molto dell’atteggiamento più o meno magnanimo di Germania, Francia e Regno Unito. Pochissimo, al contrario, è stato detto sui paesi dell’Europa Centro Orientale, che invece hanno avuto un peso non indifferente sull’esito finale. Il gruppo di Visegrád ha infatti fatto quadrato su un atteggiamento fortemente ostile verso le indicazioni della Commissione europea. Ne ha criticato le scelte politiche, ha rivendicato una necessaria autonomia di scelta e, infine, ha accordato un’ospitalità totale per soli 3.700 richiedenti asilo, nei quali vengono compresi i 1.400 posti per il resettlement dei rifugiati provenienti da campi profughi extra europei, che nulla hanno a che fare con l’emergenza sulle coste italiane e greche.

Ungheria: dai questionari xenofobi alla costruzione del muro sul confine serbo

Il caso più eclatante riguarda certamente l’Ungheria, protagonista di una serie di azioni dal fortissimo impatto simbolico e reale. Durante lo scorso aprile, il governo Orbán ha fatto recapitare a tutte le famiglie ungheresi un piccolo questionario che raccogliesse pareri e percezioni sulla questione migrazione. Il questionario è stato duramente criticato dalla portavoce dell’ufficio diritti umani dell’ONU Cecile Poully, che lo ha definito estremamente fazioso, oltre che inserito in un contesto di paura e xenofobia indotta. Effettivamente, mentre gli adulti erano intenti a compilare le domande su immigrazione e terrorismo, il governo si impegnava ad affiggere in ogni città manifesti contenenti slogan quali “se vieni in Ungheria, non portare via il lavoro agli ungheresi”.

Ma questo è stato solo l’inizio. Dopo aver detto che il sistema delle quote ideate da Bruxelles era “un’idea folle” ed aver declinato qualsiasi offerta di accoglienza verso i migranti giunti in Italia e Grecia, lo scorso giugno il Parlamento magiaro ha votato favorevolmente per la costruzione di una recinzione filospinata al confine meridionale con la Serbia, lunga 175 km ed alta quattro metri. L’iniziativa ha suscitato aspre reazioni da tutto il Continente europeo, ed in particolar modo dalle confinanti Austria e Serbia. Se le parole del premier serbo Vucic, definitosi “scioccato”, non sembrano aver impensierito troppo il governo ungherese, la contro-minaccia austriaca di blocco delle frontiere ha invece prodotto un alleggerimento della posizione di Budapest: il muro si farà ma, contrariamente a quanto dichiarato dal Ministro dell’interno Peter Szijjarto che aveva parlato di sospensione dell’accordo di Dublino III, l’Ungheria non violerà il Trattato e rimarrà dentro Schengen (almeno per ora).

A onor del vero va comunque detto che lo Stato magiaro soffre più di molti altri del flusso di migranti irregolari. Molti di essi decidono infatti di passare lungo i Balcani per raggiungere l’Europa settentrionale (sfruttando costi minori e legislazioni di transito favorevoli, come in Macedonia), e l’Ungheria è il primo Stato UE chiamato a bloccarli, riconoscerli e, in caso positivo, accettarli all’interno dei propri confini. Se nel 2012 le richieste di asilo erano poco più di 2.000, nel 2014 ne sono giunte 43.000, mentre al giugno 2015 il numero ha già toccato le 57.000 unità. Dopo la Svezia, l’Ungheria è oggi il secondo paese con il più alto numero di richieste di asilo pro-capite in Europa. Resta tuttavia, da anni, quello che accoglie il numero più basso di tali richieste – a malapena il 7%

Polonia: priorità pelosa ai correligionari, e un occhio alle conseguenze del conflitto nella vicina Ucraina

La Polonia darà ospitalità a 2.000 rifugiati, di cui solo 1.100 tra quelli sbarcati in Italia e Grecia. Anche in questo caso va ribadito che il paese sta fronteggiando in prima linea la drammatica questione ucraina. Solo nel 2014 sono infatti stati emessi ben 331.000 permessi di transito per cittadini ucraini in fuga dalle regioni in conflitto (+50% rispetto al 2013), e fonti governative parlano di più di un milione di transfughi in arrivo se la situazione non migliorerà a breve. Parliamo comunque di permessi di tipo D, della durata di 90 giorni, che non giustificano cifre di accoglienza così basse rispetto alle caratteristiche demografiche ed economiche polacche.

Il Primo Ministro Ewa Kopacz ha dichiarato che il principio di riordino ed accoglienza dei migranti del Mediterraneo debba costituirsi non per imposizione, ma su base necessariamente volontaria. Seguendo questo ragionamento, la volontà dell’esecutivo polacco si è palesata finora con la seguente idea: “si fa entrare solo chi è più simile culturalmente”. Si spiega così l’accoglienza spontanea concessa a sessanta famiglie siriane di religione cristiana, a fronte del 75% dei respingimenti rispetto alle richieste di asilo pervenute in tutto il 2014, e al numero totale di rifugiati presenti attualmente nel paese (solo 175.000 su una popolazione di 38 milioni). Molte ONG impegnate nella difesa dei diritti umani hanno criticato questo abuso selettivo basato su criteri religiosi che, tuttavia, rispecchia un comune sentire emerso anche dagli ultimi sondaggi. Secondo il Centre for Research on Prejudice dell’Università di Varsavia, il 69% della popolazione polacca non vuole avere all’interno dei suoi confini cittadini non bianchi; il 36% crede che ci siano già troppi immigrati; due terzi degli intervistati sono convinti che aprire le porte ai migranti africani o mediorientali significhi esporsi pericolosamente ad attacchi terroristici.

Repubblica Ceca e Slovacchia: reticenza e numeri solo simbolici per paesi ben poco accoglienti

Contrariamente ai primi due Stati, Repubblica Ceca e Slovacchia non hanno problemi di contatto con situazioni di gravi crisi umanitarie o transiti di migranti, eppure si sono mostrate più che resistenti davanti alle richieste di accoglienza di Bruxelles. Il Primo Ministro ceco Bohuslav Sobotka, similmente al suo omologo polacco, ha ribadito che la sovranità statale non deve mai essere calpestata per questioni di primaria importanza. Gli ha fatto eco il Ministro degli interni, Milan Chovanec, che ha parlato del sistema delle quote come di soluzione superficiale, ha richiesto la presenza di rappresentanti cechi all’interno dei punti di registrazione in Italia e Grecia e, in modo non troppo velato, ha dimostrato di apprezzare la soluzione ungherese al contenimento del flusso migratorio. Certo fa impressione sentire queste parole per un paese che, nel 2014, ha concesso diritto d’asilo a soli 765 richiedenti e, secondo l’ultimo censimento, annovera al suo interno poco più di 3.000 cittadini musulmani dichiarati. Alla fine la Repubblica Ceca ha accordato l’ingresso di 1.500 richiedenti asilo complessivi, che entreranno nel paese a fasi scaglionate (400 a ottobre 2015, 700 nel 2016 e 400 nel 2017).

In modo molto simile, il premier slovacco Robert Fico ha invocato il principio della volontarietà, aggiungendo che la vera soluzione del problema è aumentare le risorse economiche nelle aree dove il fenomeno migratorio si origina. Addirittura, davanti all’obbligo di accogliere una quota fissa di migranti, nello scorso maggio Fico aveva deciso di indire un referendum. La proposta è poi naufragata davanti all’accettazione di ospitare 200 rifugiati: un numero ridicolo, quasi simbolico, che si allinea comunque con la politica di accoglienza più restrittiva d’Europa (solo 14 richieste accettate su 331 presentate nel 2014).

Nel frattempo, alcune migliaia di cittadini cechi e slovacchi hanno ritrovato uno spirito unitario nelle due manifestazioni che hanno avuto luogo tra la fine di giugno e l’inizio di luglio tra Praga e Bratislava. In entrambi in casi, gli slogan principali sono stati: “Europa agli europei, stop islamizzazione, no ai diktat di Bruxelles”. Le manifestazioni hanno visto una partecipazione abbastanza contenuta, ma sembrerebbero rappresentarel’opinione pubblica, indicativamente contraria all’ingresso di nuovi immigrati, specialmente musulmani.

Alle radici della xenofobia e del populismo centroeuropeo

Ora, cercare di trovare una causa comune per questa ondata di intolleranza mista a populismo non è cosa semplice. Potremmo appellarci all’omogeneità culturale delle società dei paesi di Visegrád, la cui multietnicità è stata erosa nel secolo scorso, prima dalla Seconda Guerra Mondiale e poi dai cupi decenni della Guerra Fredda. Oppure, potremmo riferirci alle fonti d’informazione fortemente nazionali (se non nazionalistiche), che vivono in un sistema di diffusione molto chiuso e che, tuttora, influenzano non poco le opinioni dei cittadini (soprattutto nelle aree più remote ed arretrate dei paesi). O ancora, potremmo vedere dietro alle dichiarazioni xenofobe di molti capi di governo una strategia politica per cercare di rimanere al potere. Questa tesi è certamente valida sia per l’Ungheria che per la Polonia. Nel primo caso, l’Unione civica Fidesk di Orbán sta cercando di sottrarre l’egemonia consensuale sui temi accoglienza ed immigrazione al partito di estrema destra Jobbik. Nel secondo caso, invece, la Piattaforma Civica polacca è estremamente impegnata a recuperare la fiducia degli elettori in vista delle elezioni parlamentari del prossimo ottobre, che al momento vedono come favorito il partito dai tratti fortemente conservatori “Legge e Giustizia”. Una deriva a destra, insomma, atta a scongiurare la presa al potere della destra più estrema.

Ad ogni modo, quel che è inconfutabile è che le radici primarie di tutte queste ragioni affondino nell’atteggiamento fortemente ostile dei cittadini centro orientali. Non è infatti la politica a volersi spostare a destra: sono i polacchi, gli ungheresi, i cechi e gli slovacchi che vogliono chiudere il più possibile il loro territorio allo straniero, chiedendo politiche di protezione nazionale e di chiusura verso chi è definibile come “diverso”. Un atteggiamento abbastanza incredibile se pensiamo che, fino all’altro ieri, erano proprio queste popolazioni a voler fuggire dal proprio territorio e a trovare rifugio in altri Stati.

Parallelamente, se il termometro politico dell’UE trova una sua misurabilità specifica in ciò che succede nei paesi di più recente adesione, ci rendiamo conto di quanto il concetto di unità sia ancora un’utopia assoluta. Sul piano valoriale, così come su quello politico, il blocco più orientale dell’Unione si ritrova su posizione antitetiche con quelle che dovrebbero ispirare l’UE, ancorate ad un’idea di sovranità nazionale intoccabile e di acceso conservatorismo culturale. Per usare un eufemismo, diciamo che Bruxelles dovrà lavorare ancora molto per cercare di assorbire questa distanza. L’unica certezza è che, al momento, le porte che si affacciano verso il Mediterraneo rimangono chiuse a doppia mandata. E filospinate.

Chi è Vittorio Giorgetti

Laureato in Relazioni Internazionali e Studi Europei all'Università di Firenze con una tesi sul rapporto odierno tra i Balcani Occidentali e l'Unione Europea. Dopo due brevi collaborazioni con l'Institute of International Relations di Praga e lo European University Institute di Firenze, attualmente si occupa di europrogettazione e cooperazione e sviluppo. Parla inglese, spagnolo e francese.

Un commento

  1. Laura Matelda Puppini

    Ho trovato di grande interesse questo articolo. Anch’io, commentando: “Migrazioni di ieri e di oggi. Nuove emergenze e un dialogo necessario” su Storia Storie Pordenone | Il blog degli Storici del Friuli Occidentale http://www.storiastoriepn.it/blog/ avevo posto l’accento sulla posizione dei paesi dell’ Est aderenti alla U.E ed al problema di una Europa che non esiste più. E senza programmazione europea, condivisa, non è possibile avere una politica verso i migranti adeguata. Spesso persone si muovono anche a causa di guerre. Eliminiamole, smettiamo di andar in giro a portar democrazia (maledetto sia quel 2003 in cui andammo in Iraq) ed a fomentare sogni, e mafia scafista e chiediamo all’Europa di agire perchè ognuno possa vivere nella propria terra in pace, serenità e con cibo ed acqua sufficienti. Ma forse bisognerebbe parlare anche dell’accaparramento delle fonti energetiche, e della politica di Israele ed altri.

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