CINEMA: Crystal Swan, cercando la libertà nella Bielorussia del 1996

Velya ha vent’anni nella Minsk del 1996. Il suo sogno è trasferirsi a Chicago, tempio della musica house con cui racimola due soldi come DJ. Per ottenere un visto deve inventarsi un lavoro sicuro: come manager della fabbrica di bicchieri di cristallo. Ma finisce per scrivere il numero di telefono sbagliato, e si ritrova ospite inattesa di una famiglia di campagna, tutta intenta nei preparativi per il matrimonio del figlio, appena rientrato dal servizio militare.

Tre quarti commedia, un quarto dramma, il debutto alla regia della bielorusso-americana Darya Zhuk ha convinto i critici tanto nella nativa Bielorussia – che l’ha proposto agli Oscar, prima volta da 22 anni, per la categoria Miglior film straniero – quanto nei festival in Europa e Nord America. Girato su un soggetto di Helga Landauer, Crystal Swan (Khrustal) è la storia di una protagonista che non si arrende alle prime difficoltà, grazie all’ottima interpretazione di Alina Nasibullina, vincitrice anche di un premio per la migliore attrice. La fotografia, curata dalla spagnola Carolina Costa, ha rimandi all’estetica di Wes Anderson.

“E’ un film su cui avevo iniziato a lavorare nel 2011 – racconta la regista – e seppur con un budget minimale, 300.000 dollari in tutto, siamo riusciti a portarlo a termine”. Il produttore bielorusso in particolare, e gli attori, hanno lavorato per un compenso davvero infimo. “Spero di ripagarli coinvolgendoli anche nei miei prossimi progetti”, spiega Zhuk.

Crystal Swan è un film che racconta la Bielorussia di vent’anni fa, ma con un continuo rimando al presente. La pellicola di Zhuk è di nuovo, per la terza volta, nelle sale del paese, pur in una versione adattata (per non rischiare problemi con la censura, sono stati tagliati gli ultimi venti secondi con la scena delle proteste e i canti “libertà!”).

Il soggetto di Landauer, in sè, è in realtà molto cupo. “Quando l’ho letto ho pensato che avrei dovuto assolutamente filmarlo. Ma nessuno mi dava retta. E’ troppo pesante, dicevano”, racconta Zhuk. Ma la regista riesce a farne una storia leggera, che per gran parte del film si muove sul registro dell’ironia e della commedia, con una protagonista anticonformista e piena di risorse, e altri personaggi che, per quanto macchiettistici (dalla madre che fa la guida al museo dei partigiani e si dà allo yoga, agli uomini del villaggio che vanno a pesca con le bombe a mano) garantiscono al film una certa leggerezza. La tensione principale si scopre tra Velya, che non conosce regole e cerca la sua libertà, e Stepan, che dal servizio militare è tornato con l’idea che questo mondo abbia bisogno di regole certe e di un ordine in cui ciascuno conosca il proprio posto. La parte finale vira verso il dramma: non ci sono vincitori in questo mondo, e chi come Velya vuole rompere le regole deve fare i conti con strutture sociali e psicologiche che impongono un forte prezzo per poter sentirsi liberi. C’è comunque modo di cavarsela, accettando ciò che avviene, magari con un aiuto inatteso.

Crystal Swan ha risuonato molto con le persone della mia generazione – spiega Zhuk. – Anch’io sono cresciuta tra queste sub-culture, con il mito dell’America e la musica house e techno. Una mia amica, la famosa DJ bielorussa Dasha Pushkina, si è riconosciuta nella scena del visto, a lei lo avevano rifiutato almeno cinque volte. E il personaggio di Alik [il DJ techno eroinomane, ndr] be’, corrisponde a un tipo con cui ho avuto la cattiva idea di uscire assieme, da giovane. Per altri è molto significativo il fatto che il film tocchi il tema della voglia di emigrare“. E, si potrebbe aggiungere, anche dell’incontro-scontro tra mondo urbano e rurale, nel momento storico della depressione economica post-sovietica, in cui ciascuno si arrabatta come può per tirare insieme due soldi, mentre le grande industrie di stato hanno smesso di pagare gli stipendi.

Per un’altra parte di pubblico, quello più giovane, le atmosfere degli anni ’90 continuano a corrispondere al clima pesante che ancora si respira in Bielorussia. “Certo oggi ci sono più opportunità, i giovani viaggiano di più e Vilnius, che non è lontana, è the place to be. Ma resta questa sensazione di oppressione. Dal 1996 ad oggi, c’è ancora lo stesso presidente al potere”.

Dall’altra parte, il film non ha corrisposto alle aspettative di tutti, a Minsk e dintorni. “Il pubblico e i critici cercano ancora oggi un prodotto culturale che possa definire l’identità bielorussa. Ma il mio film è girato in russo a Minsk, mentre nelle scene del villaggio i miei personaggi parlano il dialetto misto della trasjanka. Perché non parlano bielorusso, mi è stato chiesto. Non sarebbe stato credibile, non in quel villaggio industriale, non nel 1996. Il mio è un film che parla più ad un registro universale che ad uno nazionale. Resta una grande domanda oggi per prodotti culturali che parlino, in bielorusso, alle aspettative dei bielorussi, che spieghino e dimostrino perché abbiamo un’identità nazionale e uno stato separato da quello dei nostri vicini. Ma questo non era il mio scopo.”

Zhuk, che con questa coproduzione russo-bielorusso-tedesca-statunitense ha raccolto vari premi, a partire dal festival di Karlovy Vary nel 2018, sta già pensando ai prossimi progetti. “Ho varie idee su cui sto lavorando. Quella su cui punto di più è un film su un gruppo femminista politico in Ucraina.”

Interview: Belarusian Filmmaker Darya Zhuk on Her First Feature Film

https://www.hollywoodreporter.com/news/oscars-belarus-selects-crystal-swan-foreign-language-category-1124342

https://variety.com/2018/film/reviews/crystal-swan-review-1202862728/https://www.thewrap.com/crystal-swan-told-edgy-story-repressive-country/

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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