UZBEKISTAN: Un social network per scovare i dissidenti

di Massimiliano Ferraro

Immaginate uno dei regimi più repressivi del mondo, da sempre sulla lista nera per il mancato rispetto dei diritti umani, che improvvisamente decide di impegnarsi a promuovere la libertà di informazione attraverso i social network. Sembra una follia, eppure è ciò che sta accadendo proprio in questi giorni nell’Uzbekistan di Islom Karimov. Ma è meglio non farsi troppe illusioni. Sotto gli altissimi cieli dell’Asia Centrale in pochi credono alla favola del tiranno dalla vecchia nomenklatura sovietica convertito di colpo ai valori della generazione-Facebook.

Ecco perché il 1° settembre un comprensibile e diffuso scetticismo ha accolto la nascita dell’imitazione uzbeka del più noto social network californiano. Si chiama Muloqot, un nome che suona curioso dalle parti di Tashkent, perché significa “dialogo”, ovvero quello che Karimov ha sempre dimostrato di non voler avere con i dissidenti uzbeki. Una contraddizione troppo evidente per non far sorgere qualche sospetto. Nonostante infatti la piattaforma sia stata presentata al pubblico come “un mezzo di comunicazione comodo e conveniente”, secondo i critici la convenienza sarebbe tutta del regime che d’ora in poi potrà contare su un nuovo mezzo per monitorare il flusso delle informazioni.

Che cos’è dunque Muloqot? “Un progetto che aiuta le persone ad esprimersi e a socializzare”, oppure una subdola esca pensata per scovare ribelli e cyber spie? I dubbi sulla improvvisa folgorazione democratica di Karimov aumentano andando ad analizzare il funzionamento del sito tanto sponsorizzato dalle autorità. Per aprire un account su Muloqut l’utente deve necessariamente fornire il proprio numero di cellulare uzbeko, una precauzione pensata per immunizzare il sistema da possibili infiltrati stranieri che potrebbero propagandare sul web idee democratiche e filo-occidentali. Ma c’è di più, l’unico modo per ottenere un numero di telefono uzbeko necessario alla registrazione è quello di presentare un documento di identità.

Il risultato è scontato: grazie a Muloqot il regime saprà sempre chi scrive e cosa… Una trappola bella e buona insomma, che Karimov, notoriamente nemico di internet, avrebbe teso ai dissidenti per paura che anche in Uzbekistan possa nascere una rivoluzione sul web. Come dargli torto? È ormai dimostrato che da Twitter ai kalashnikov il passo sia breve. Lo sanno bene nel Nord Africa ma anche in Asia Centrale. È proprio qui, nella solo apparente loquacità delle cinque artificiose repubbliche volute da Stalin, che si può rintracciare il primo seme della rivolta diffusa dai social network.

I gerarchi uzbeki non hanno certo dimenticato che nel vicino Kirghizistan il tam tam delle tastiere è servito per eliminare il presidente Kurmanbek Bakiev già nella primavera del 2010. Un evento avvertito ancora come un precedente inquietante, al punto che nei grigi palazzi del potere di Tashkent nemmeno un’informazione già ferocemente controllata sembra bastare più. Da qui il bisogno impellente di informatizzare la repressione. Molti siti web stranieri risultano inaccessibili agli oltre sette milioni di utenti uzbeki che navigano in internet. Di questi soltanto ottantacinquemila possiedono un account su Facebook. Un numero ancora esiguo ma che ad uno come Karimov, abituato da vent’anni a eliminare con ogni mezzo i suoi pochi, coraggiosi oppositori, sembra davvero un’enormità.

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6 commenti

  1. articolo molto interessante. L’unica cosa che non mi è chiara è il perchè abbian sentito la necessità di creare un social network, non saran cosí stupidi da credere di incanalare il dissenso in un’agorà 2.0 e sterilizzarlo levando dalla circolazione chi traligna? O lo sono? Vorran mutuare la politica dei cento fiori di mao con 50 anni di ritardo?

  2. Ciao Salvatore,
    quello che posso dirti è che ciò che sembra normale per noi non lo è ovviamente in Uzbekistan. Non credo tuttavia che sia siano così stupidi da pensare di incanalare TUTTO il dissenso, ma di certo questo social network è consepito per essere un’arma in più nelle mani del regime. E che regime…
    Un saluto a te.
    Massimiliano

  3. per quello che ho visto io gli uzbeki sono i piu’ “occidentali” tra i popoli dell’Asia Centrale, i piu’ propensi al raggiro del turista, i meno amati dai popoli confinanti e i piu’ desiderosi di essere “occidente”. Samarcanda e Bucara sono ricostruite per i turisti. Questa sfilza di luoghi comuni per dire che forse stupidi a tal punto non lo sono ma di certo si credono furbi…

  4. I social network da sempre, e in genere sin dal principio, sono (anche) sistemi di controllo sociale.
    Addirittura Twitter si è rivelato essere un’ avanguardia politica, adoperata ad arte dai tecnocrati occidentali per incanalare le parole di ribelli e rivoluzionari (presunti tali) che senza essere minimamente verificate sono state poi divulgate dai grandi mass-media in funzione apologetica.
    Su Vkontakte, il principale social network russo, si è attuato l’obbligo di collegare il proprio profilo con un numero cellulare.
    E chissà per quali altri fini verranno usati i social network…
    L’importante è che noi, ancor prima di puntare il dito, ci guardassimo bene dai nostri stessi social network prima di diventare la società profetizzata da Orwell

  5. Certamente, ma qui si stava parlando dellUzbekistan e di un social network sospetto per non dire di regime. Un regime che potrà pure sembrare bonario (non so a chi però) ma è messo sotto accusa dalle Nazioni Unite per la pratica sistematica della tortura. Ricordo che la “specialità” del luogo è la bollitura a morte degli oppositori… Difficilmente nel pessimo Occidente passerei dei guai se mia figlia di 15 anni scrivesse sul web che ogni martedì mi riciunisco in cantina con degli amici o roba del genere.
    Le critiche ai social network in generale sono invece cose note, ma il reale pericolo per gli utenti va contestualizzato (specie quando si somma ai metodi una dittatura già piuttosto rodata).

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