Nasce a Torino la rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk

Due mesi orsono è stata inaugurata la prima rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk (DNR – Donetskaja Narodnaja Respublika) sul suolo italiano, più precisamente nella città di Torino. L’avvenimento è passato in sordina a livello nazionale, anche se, più recentemente, si è giunti a una vera e propria interrogazione parlamentare firmata da alcuni deputati del PD. Ma chi c’è dietro questo centro di rappresentanza e qual è lo scopo stesso della sua esistenza?

A capo dei protagonisti di questa vicenda c’è Maurizio Marrone, giovane consigliere di Fratelli d’Italia che nel 2011 sfidò Piero Fassino con lo slogan “Torino è in rosso, cambia colore, scrivi Marrone”. Slogan elettorali a parte, Marrone e colleghi si mantengono su posizioni filo-russe, anti-America pre-Trump e anti-europeiste, nel più classico stile della destra europea. Marrone si schiera apertamente a favore di quella che definisce “una parte di popolazione che non ha accettato di essere trascinata nell’Unione Europea dal golpe di Maidan”. Tuttavia lo stesso Marrone tre anni fa propose di abbassare la bandiera europea del Palazzo Civico di Torino a mezz’asta, in un’azione che definì “un gesto simbolico per schierarsi al fianco di Kiev minacciata dai carri armati russi, per rivendicare che il cuore di Torino batte con quello di Piazza Maidan”. Non c’è dubbio che la sua visione sia completamente mutata con gli anni, fino all’apertura di un centro il cui fine ultimo è dichiaratamente il riconoscimento internazionale delle repubbliche separatiste del Donbass.

In concomitanza con il riaccendersi del conflitto, il centro ha organizzato un incontro a porte aperte intitolato “La nuova guerra fredda”. Tra gli ospiti della serata lo scrittore Nicolai Lilin, celebre per Educazione siberiana, romanzo autobiografico di successo, ma dalla dubbia veridicità. Lilin, che da anni vive in Italia, non ha mai fatto mancare il supporto alle repubbliche del Donbass.
Il centro di rappresentanza della DNR si trova in uno spazio all’interno della Fondazione Magellano, nel pieno centro di Torino. Al suo interno, foto di Putin e di Zacharchenko alle pareti, insieme a simboli e bandiere. L’aula è gremita, il pubblico è di mezza età, qua e là si sente parlare russo. Un nutrito gruppo di giovani occupa la parte laterale della sala; davanti a me, due di loro si salutano con il consueto saluto romano, stringendosi l’avambraccio.

Dopo l’introduzione di Marrone, il primo a parlare è Lilin e i suoi argomenti non lasciano spazio a interpretazioni: l’Ucraina sta riaccendendo il conflitto perché spera nel supporto economico dell’UE e sta organizzando una guerra civile ad hoc, incolpando ingiustamente la Russia di aggressione. Passano pochi minuti prima che un gruppetto di persone si alzi e accenni a lasciare la sala, accusando lo scrittore di avere una visione superficiale e menzognera. Dal pubblico, grida in russo li invitano ad andare a casa, mentre uno dei giovani di cui sopra li accompagna a suon di spinte verso l’uscita. “Siamo di Donetsk, tra l’altro” riesce ancora a dire una signora, prima di uscire.

Il resto della serata è continuato sulla falsariga delle poche cose raccontate fino a qui. Nei lunghi interventi di altri relatori ci si è quasi dimenticati di Donetsk, lasciando spazio a invettive anti-americane ed elogi del sovranismo. L’intento di parlare di un conflitto troppo spesso dimenticato dai media occidentali era nobile, ma tutto è sfociato in quello che i firmatari dell’interrogazione parlamentare avevano sottolineato e che riguarda l’Europa intera: l’esaltazione di un neo-feudalesimo e di un neo-sovranismo di chi pensa che la soluzione alla complessità sia chiudersi in casa propria con i propri leader, possibilmente autoritari.

Questo articolo è frutto della collaborazione con MAiA Mirees Alumni International Association. Le analisi dell’autrice sono pubblicate anche su PECOB, Università di Bologna.

FOTO: Donbas News Agency

Chi è Maria Baldovin

Nata a Ivrea (TO) nel 1991, ha studiato lingue e letterature straniere all’università di Torino e ha poi deciso di improvvisarsi scienziata politica, con una magistrale in studi sull’Est Europa. Al momento cerca di fare la pendolare tra Torino e Bruxelles, con grande gioia delle compagnie aeree. Per East Journal scrive prevalentemente di Russia, ma ha anche una passione per la Germania (ex orientale, s’intende).

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