CULTURA: Il mondo in bianco e nero di Pamuk

«Nessuna domanda sulla politica, la prego». È la prima cosa che mi dice Orhan Pamuk quando provo a intervistarlo all’Accademia di Brera di Milano, dove partecipa a una due giorni dedicata all’attività museologica. Verrebbe da chiedersi cosa abbia in comune il Nobel turco per la letteratura con collezionismo e arte. La risposta è la chiave dell’incontro: nel 2012, lo scrittore ha fondato una vera e propria galleria ispirata al suo romanzo Il Museo dell’Innocenza (Einaudi 2009). Qui, ha raccolto gli oggetti della storia d’amore tra Fusun e Kemal – personaggi realmente esistiti -, donando spirito nuovo alla palazzina del quartiere istanbuliota di Beyoglu in cui il protagonista viveva tra gli anni ‘70 e ‘80. La cura artistica per questo progetto museale, la stessa che dagli esordi Pamuk mette nelle sue opere, viene da un passato lontano: «Sono un artista che scrive: a 22 anni ho ucciso il pittore che era in me», forse per la facoltà di Architettura, abbandonata dopo soli tre anni. O forse per vocazione letteraria. Ma dimenticare il primo amore è difficile: c’è traccia di questo strappo in quasi tutti i suoi romanzi, in cui non mancano mai illustrazioni stilizzate in carboncino o fotografie in bianco e nero realizzate dall’autore. Non fa eccezione nemmeno l’ultimo, La donna dai capelli rossi (trad. B. La Rosa Salim, Einaudi 19,50 €), in cui il disegno di un rudimentale argano da carpentiere fa da prologo al VI capitolo.

Il romanzo

Non c’è eccezione che tenga, nemmeno sull’ambientazione: un leitmotiv che torna. Istanbul. «Le persone devono imparare a conoscere la propria città, i luoghi d’appartenenza per ristabilire un legame con il territorio. È per questo che insisto tanto sulla “mia” Istanbul». Anche La donna dai capelli rossi è un ping pong tra il centro e la periferia, tra borghesi (stavolta artisti) e disagiati. In questa narrazione dicotomica compare Cem, liceale negli anni ’80; figlio di un farmacista che, per colpa di idee comuniste, viene arrestato, torturato e non farà più ritorno a casa. Madre e figlio devono arrangiarsi al meglio; Cem si offre per andare a fare da aiutante a un mastro scavatore di pozzi, Mahmut Usta, che si affezionerà a lui e lo proteggerà come un figlio. Cem abbandona la città, si trasferisce a Ongoren dove incontra la donna coi capelli rossi, un’attrice di teatro dalla bellezza eterea e sofisticata, che scalfirà la sua vita. Questo romanzo non è solo narrazione di amori e gelosie shakespeariane, ma anche della morte simbolica di un padre, annunciata dall’evocazone di Edipo re del Rostam e Sohrab di Ferdowsi.

Analogie pamukiane

Ci sono tutti gli elementi della tragedia: eros, pathos e thanatos. Ciascuno dispensato con perizia dallo stregone che conosce a memoria le dosi della propria pozione. Ciononostante, alcuna critica ha definito legnosa la sua trama e faticosa la lettura. Chi – pensando di fargli un torto – lo ha etichettato come appendice del precedente, La stranezza che ho nella testa (Einaudi 2015). È innegabile che i due romanzi dialoghino fra loro; ma non è detto che sia un difetto. Più una danza di analogie: i due protagonisti, Cem e Mevlut si somigliano: nell’atteggiamento, nella mestizia di alcune giornate, nella passione amorosa di altre. E come loro, anche l’ambientazione. Malinconica, decadente e distratta. Ma perché stupirsene; è la caratteristica della letteratura pamukiana e, se vogliamo di Istanbul stessa, quella di lambire la mente con immagini di altri mondi, epoche e volti, che altro non sono se non un’immagine deformata di sé stessa. Già nel suo saggio, Istanbul, Pamuk descriveva la melancolia dei suoi concittadini, una sorta di spleen baudelairiano: hüzün, in turco. Una sensazione inseparabilmente legata alla vita quotidiana della città, una patologia infettiva e incurabile, come la definisce lui, i cui effetti si vedono nel grigiore della folla sul ponte di Galata. Una mondo in bianco e nero, in cui l’unico colore riconoscibile è il rosso infuocato di quei capelli.

Chi è Francesca del Vecchio

Classe 1987, laureata in Lingue e Letterature Straniere e in Studi Arabo-Islamici, con una tesi sull’Islam Politico in Iran. Vive a Milano (ma è nata a Benevento) dove “prova” a fare la giornalista. Collabora per alcune testate come Il Manifesto, Prima Comunicazione e D di Repubblica. Per East Journal si occupa di Medio Oriente, in particolare di Iran.

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