CAUCASO: L’ISIS annuncia la morte di Omar il Ceceno

Omar al-Shishani, braccio destro del califfo Abu Bakr al-Baghdadi e “ministro della Guerra” dello Stato Islamico, è morto in Iraq in un raid americano. Per la prima volta, la conferma arriva direttamente da fonti ufficiali dell’IS, attraverso un comunicato ufficiale di Amaq, l’agenzia di informazione e propaganda dell’organizzazione, del 14 luglio.

Infatti, la morte del temuto comandante trentenne, su cui pesava una taglia da 5 milioni di dollari dagli Stati Uniti, era stata annunciata più di una volta sia da fonti irachene che americane. Secondo il Syrian Observatory for Human Rights (Sohr), l’agenzia avrebbe appositamente deciso di posticipare la notizia, in modo da agevolare la successione e allo stesso tempo screditare le fonti americane.

Nel comunicato si apprende che lo sceicco di origine georgiana sarebbe morto nella campagna contro la città di Mosul in Iraq, la piu’ grande attualmente sotto il controllo dello Stato Islamico, e più precisamente a Shirqat, città a sud di Mosul.

Spietato combattente, grande stratega e amatissimo leader, al-Shishani rappresentava senz’altro una forte risorsa per lo Stato Islamico, che ha subito una grave perdita.

Omar, detto il Ceceno, era infatti una delle figure più importanti nella gerarchia dell’Is.
Nato nel Pankisi, remota e povera regione della Georgia al confine con Cecenia e Daghestan, in cui dall’epoca sovietica vive la minoranza cecena dalla quale proviene, veniva da una famiglia di pastori.

A partire dal 1999, con la seconda guerra cecena, il fondamentalismo wahabita e la jihad arrivarono nella regione insieme ai profughi. E’ in questo contesto che Omar, all’anagrafe Tarkhan Batirashvili, si avvicinò ai ribelli che trafficavano armi, combattenti e droga. Allontanatosi da loro, prestò servizio militare in Abkhazia e qui, sotto l’ala americana, si distinse per le sue doti e divenne sergente. Nel 2008 partecipò alla guerra contro la Russia di Putin, ma nel 2010 venne congedato e accusato dalla Georgia di aiutare gli islamisti anti-russi, attraverso il traffico di armi. In carcere, deluso e tradito dalla sua patria, si avvicinò alle idee radicali salafite e alla jihad. Una volta uscito di prigione, si recò prima in Turchia e poi in Siria, dove grazie alle sue doti da combattente divenne il leader indiscusso di una fazione composta da ceceni e affiliati dell’Emirato del Caucaso di Umarov.
Nel 2013, dopo la rottura con il gruppo di appartenenza (ora affiliato di al-Nusra, branca di al-Qaeda), giurò fedeltà ad al-Baghdadi. Da lì, l’ascesa fino a giugno 2014, quando divenne capo delle forze armate in Siria.

Oltre all’alto ruolo ricoperto, la sua figura era inoltre centrale per via del suo legame con il Caucaso. Era infatti una leggenda per le sue campagne, la sua storia e l’umile provenienza, e per la scalata al vertice del potere. Tutti questi motivi lo rendevano il perfetto oggetto di propaganda per attrarre nuove leve dal Caucaso e dalle repubbliche post-sovietiche.

Quello che si teme ora è che la sua morte possa provocare una nuova ondata di violenza e vendetta, specialmente da parte dei suoi uomini, che presumibilmente torneranno in patria al fine di rafforzare la presenza del Wilayat del Caucaso, provincia dello Stato Islamico annunciata un anno fa.

É un dato di fatto che l’esodo dei combattenti dal Caucaso, per lo più ceceni, verso la Siria e l’Iraq a partire dal 2013 abbia diminuito gli atti terroristici nel nord della regione. Inoltre, uno degli obiettivi dell’intervento russo al fianco di al-Assad è proprio quello di colpire i terroristi “russofoni”. Tuttavia, i combattenti provenienti dal Caucaso settentrionale restano una vera forza per lo Stato Islamico, specialmente in questo momento in cui l’organizzazione ha perso diversi territori in Siria e in Iraq. A riprova di ciò, uno dei tre attentatori dell’aeroporto di Istanbul dello scorso giugno è proprio originario del Daghestan, mentre gli altri due dall’Asia Centrale, altra zona critica per la concentrazione di estremismo islamico. Questi presupposti portano a pensare che l’impegno della Russia dovrà dare nuove risposte alla lotta contro il terrorismo, interno e non, e che fornirà nuovi scenari.

Il nostro direttore Matteo Zola e il caporedattore Caucaso Emanuele Cassano si recheranno nei prossimi giorni proprio nella gola del Pankisi, regione di reclutamento di fondamentalisti islamici diretti in Siria e terra natia di Omar al-Shishani. Qui il link per sostenere il reportage che racconterà la loro esperienza.

Questo articolo è frutto della collaborazione con MAiA Mirees Alumni International Association. Le analisi dell’autore sono pubblicate anche su PECOB, Università di Bologna.

Chi è Francesca Barbino

Nata in Calabria nel 1993, vive a Forlì dove si è laureata presso il MIREES, Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe. Da maggio 2016 collabora con East Journal, per il quale si occupa principalmente di Caucaso.

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