SIRIA: I curdi siriani tornano all’attacco, la Turchia (per ora) tace

I curdi siriani dell’YPG avanzano a ovest dell’Eufrate, contro l’Isis. Era la ‘linea rossa’ tracciata dalla Turchia: i curdi non devono passare di là del fiume o reagiremo. Il motivo è presto detto. Siamo nel nord della Siria, in quella striscia lungo il confine turco che è il fronte più caldo in queste settimane. Ai due estremi i cantoni curdi, Efrin a ovest e Kobane a est. L’obiettivo dell’YPG è riunirli e dare corpo a quell’embrione di entità statale che stanno costruendo, il Rojava. In mezzo, però, oltre all’Isis, ci sono Assad e alleati iraniani nei dintorni di Aleppo, e formazioni ribelli d’ogni orientamento condensate in un fazzoletto di terra noto come ‘corridoio di Azaz’. Se l’operazione riesce, tutto il confine turco-siriano passa in mano ai curdi. L’incubo di Ankara, che ai curdi preferirebbe persino Assad.

Le bombe di Washington

È un’offensiva importante anche per altri motivi. Il primo è che i curdi siriani non sono da soli, tutt’altro. La coalizione internazionale li appoggia con bombardamenti mirati, una mossa per nulla scontata. La Turchia, membro Nato che dà agli Usa la disponibilità della sua base aerea di Incirlik, è da sempre contraria e proprio per questo motivo Washington ha temporeggiato prima di dare luce verde all’attacco. Oltre alle bombe sta lanciando nelle retrovie del Califfato dei volantini, sono la copia conforme delle licenze dal servizio militare che emette l’Isis, con tanto di timbro e spazio per il nome lasciato bianco.

Da Ankara tutto tace, almeno per ora

La Turchia, per il momento, non ha preso posizione né reagito. Solo pochi giorni prima alcune foto trapelate dalla Siria l’avevano fatta infuriare: raffiguravano membri delle Forze speciali americane ‘embedded’ tra i curdi siriani con l’emblema dell’YPG cucito sulle loro divise. Uno smacco considerevole, dal momento che Ankara considera l’YPG – come il PKK – un’organizzazione terroristica.

È possibile che Usa e Turchia abbiano raggiunto un accordo, e questo è il secondo motivo per cui l’offensiva è importante: di fatto ha frantumato quei veti incrociati che bloccavano tutto da mesi. Pare, dunque, che la Turchia appoggi infine l’operazione, e che gli Usa abbiano dato l’assicurazione che il grosso della forza militare sarà araba, mentre i curdi siriani si ritireranno appena cacciato l’Isis dall’area.

Quanto reggerà questo accordo?

Resta ad ogni modo da vedere la reazione della Turchia. L’accordo, anche se concertato tra le parti, non può che essere fragile. Troppi gli intoppi possibili – un’avanzata ‘preventiva’ della Turchia, un rifiuto di lasciare l’area da parte dei curdi siriani – e troppi gli interessi in ballo da una parte e dall’altra. I curdi hanno appena dichiarato autonomia da Damasco, rinunceranno così al sogno di costruire il Rojava? E la Turchia, sempre più impelagata nel conflitto interno col PKK (che ha rapporti profondi con l’omologo siriano YPG), può accettare senza doppi fini di consegnare alle formazioni curde una zona al di fuori della sua portata?

Forse sì, a patto che il perimetro dell’accordo sia abbastanza ampio da soddisfare tutti e bilanciare concessioni e vantaggi acquisiti. L’altra possibilità è che gli Usa abbiano fatto la voce grossa con entrambi gli interlocutori. D’altronde il momento è propizio per assestare un colpo durissimo all’Isis (che resta la priorità americana), e tanto la Turchia quanto i curdi siriani, anche se per motivi molto diversi, non si possono permettere di perdere i favori di Washington.

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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