SIRIA: Ucciso Zahran Alloush, la Russia decapita i ribelli a Damasco

Temeva per la sua sicurezza, perciò aveva spedito un delegato a trattare con gli altri leader ribelli, alla conferenza di Riyadh del mese scorso. Era rimasto nel suo feudo alla periferia est di Damasco, la Ghouta dove regna incontrastato alla testa di Jaysh al-Islam, una delle formazioni ribelli più forti in Siria. Precauzione inutile. Zahran Alloush è morto il giorno di Natale quando un missile russo ha colpito l’edificio in cui si trovava insieme ai vertici di molte altre milizie minori. Esce di scena di uno dei personaggi più discussi dell’opposizione ad Assad.

Figlio di un autorevole sheik salafita che ora risiede in Arabia Saudita, Alloush propugna una versione fondamentalista dell’islam. Tanto che Assad lo teneva rinchiuso nel carcere di Seidnaia insieme a un altro migliaio di personaggi legati alle più diverse sfumature dell’islam politico. Fino a metà 2011, quando il regime spalanca le porte della prigione con una mossa che – oggi lo si può ben dire – ha dato i suoi frutti. È così che sono nate la maggior parte delle milizie islamiste radicali che combattono ancora oggi in Siria e che, nelle intenzioni di Assad, dovevano dare una sorta di legittimità posticcia alla sanguinosa repressione del regime sugli altri manifestanti, quelli pacifici.

Alloush crea allora la sua milizia, l’Esercito dell’Islam, qualche migliaio di uomini ben armati e addestrati. Controlla in modo capillare la Ghouta nonostante il pesante assedio dell’esercito regolare. Regge lo scontro, non sbanda quando Assad attacca col gas nervino nell’estate di due anni fa, anzi stringe i rapporti con altri gruppi estremisti, da Ahrar al-Sham ai qaedisti di al-Nusra. Nella Ghouta riesce a imporsi come leader carismatico e comanda con i metodi del dittatore e del mafioso. Lì vengono eliminati oppositori siriani di spicco come l’attivista per i diritti umani Razan Zaituna. E altri volti meno noti della rivoluzione vengono torturati e assassinati. Lì minaccia le minoranze alawite e sciite. Lì Alloush infiltra i suoi uomini nelle posizioni di potere, controlla ogni accesso, rivende gli aiuti umanitari a prezzi gonfiati.

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Dai sauditi, oltre all’interpretazione radicale dell’islam, Alloush prende cospicui finanziamenti. E forse anche l’ordine di prepararsi a giocare un ruolo politico di primo piano nella futura Siria post Assad. Così inizia a ripulire la sua immagine. Concede interviste ai media occidentali. Giura di non voler trasformare il paese in uno stato islamico. Lancia un’offensiva contro le cellule dell’Isis che cercavano di mettere radici a Damasco e le spazza via. Usa strumenti di propaganda sempre più raffinati e mirati. E poche settimane prima di morire manda il suo delegato a Riyadh per creare un fronte comune con gli altri ribelli e soprattutto iniziare i negoziati con Assad sotto la guida dell’Onu.

È su questo sfondo che bisogna chiedersi che peso avrà la sua morte. Prima di tutto per la sua potente milizia, di cui era il padrone assoluto e che potrebbe sfaldarsi in assenza di un successore dal polso saldo. Ma anche per l’inizio dei negoziati tra regime e opposizioni, che l’Onu ha messo in calendario per la fine di gennaio. Chiunque abbia interesse a far saltare il tavolo può sfruttare la morte di Alloush. I sauditi e gli altri finanziatori del Golfo, se giudicheranno conveniente continuare a logorare il regime. Ma anche la Russia, che non ha mai fatto mistero di considerare la maggior parte dei ribelli nient’altro che terroristi. L’uccisione di Alloush è anche un modo decisamente poco diplomatico per affermare che non può nascere un dialogo con i gruppi ribelli più sgraditi a Mosca. Per entrambi gli schieramenti si tratta in ogni caso di alzare la posta in palio.

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Nella foto, Zahran Alloush tiene un discorso ai suoi miliziani alla periferia di Damasco. 

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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