SIRIA: I ribelli ‘moderati’? Sorpresa, sono i curdi

Squadra che vince non si cambia. In Siria gli americani cercano con urgenza rinforzi sul terreno. C’è da rispondere colpo su colpo alla Russia. Bisogna dimostrare di avere una strategia. Ma finora per Washington è andato tutto storto. I russi volano vicino ad Aleppo, difficile cacciare l’Isis da quelle zone senza rischiare incidenti con Mosca. L’idea del Pentagono di addestrare i ribelli è naufragata, i 500 milioni di dollari investiti sono finiti nelle casse dei jihadisti di al-Nusra sotto forma di disertori, armi e munizioni. Fine dei ribelli ‘moderati’. Gli unici successi arrivano dall’appoggio ai curdi nel nord-est. E così Washington ha deciso di puntare tutto su di loro.

Nome nuovo per facce conosciute

Primo passo, un nome nuovo e qualche alleanza per rinfoltire i ranghi. Nascono così le Syrian Democratic Forces (SDF), con un interessante quanto breve comunicato. Ne fanno parte l’YPG e l’YPJ, le formazioni militari curde che controllano i tre ‘cantoni’ al confine con la Turchia, da Efrin a Qamishli passando per Kobane. Insieme a loro il Consiglio Militare Siriaco, milizia cristiana alleata con i curdi da anni. E poi quello che resta del malandato Esercito Siriano Libero (ESL), un pugno di brigate attivo nel nord fra Aleppo e Tall Abiyad. Gli obiettivi: creare il nocciolo di un esercito nazionale unificato e dare il via ufficiale all’autogoverno delle regioni del nord-est.

Come alleanza è una mezza novità. Curdi e siriaci collaborano da tempo, con alcuni pezzi dell’Esercito Siriano Libero un anno fa formarono un comando militare congiunto, Burkan al-Furat. È quella bandiera che oggi sventola al valico di Tall Abiyad, per evitare che l’esercito di Ankara attacchi l’YPG siriano mentre è impegnato a combattere il PKK turco, suo omologo di là dal confine. Ben più rilevante è lo scopo finale: autogoverno e nucleo di un futuro esercito ‘nazionale’ significano solo una cosa, vogliono giocare un ruolo di primo piano anche in futuro.

La nuova strategia Usa

Le Syrian Democratic Forces nascono con la ‘benedizione’ di Washington. Un modo per rilanciare quel supporto militare ai curdi che gli Usa non fanno mancare fin dall’assedio di Kobane, ottobre 2014. Aiuti interessati, com’è ovvio, visto che i curdi sono gli unici a poter combattere l’Isis in Siria con qualche risultato. E presto quei 30.000 uomini che compongono le SDF marceranno su Raqqa, tassello fondamentale della ragnatela dell’Isis in Siria. Così vogliono gli americani.

Pazienza se i vertici politici e militari curdi avevano promesso di limitarsi alle zone a maggioranza curda. Pazienza se si sentiranno scaricate tutte quelle milizie che Washington un tempo aiutava e che ora sono nel mirino delle bombe russe. Ci sono ragioni più impellenti. Ad esempio rilanciare la lotta all’Isis e segnare la differenza rispetto a Putin, per il momento occupato a blindare Assad. Ad esempio rilanciarla con modi che non facciano innervosire il Cremlino, stando lontano dalla sua zona di operazioni. E magari anche puntando su chi, come i curdi dell’YPG, con Assad ha sempre trovato accordi invece di iniziare una guerra senza quartiere. Che siano proprio i curdi l’ingrediente fondamentale per riavvicinare Russia e Usa e avviare i futuri negoziati di pace?

Cosa ci guadagnano i curdi?

D’altronde la mossa conviene anche ai curdi. Meglio rendersi indispensabili agli americani che vedersi scaricati in un secondo momento. Meglio ancora, avere buoni rapporti sia con Washington che con Mosca. Se con gli americani si tratta di combattere l’Isis, con i russi potrebbe nascere un’intesa a nord di Aleppo: indebolire i ribelli nella zona (con cui i curdi sono in pessimi rapporti) in cambio del via libera alla riunificazione dei cantoni di Efrin e Kobane. In ogni caso i curdi ottengono un peso da far valere quando si deciderà il futuro assetto della Siria, che resti uno stato unico o che venga spezzettata in zone di influenza. Con buona pace della Turchia, che lancia enfatici quanto vuoti avvertimenti a Usa e Russia minacciando ripercussioni se i curdi guadagneranno terreno lungo il suo confine.

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Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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Giornalista e attivista siriana, Zaina Erhaim ha formato oltre cento reporter "sul campo", addestrati a raccontare il conflitto in Siria in maniera indipendente e accurata. Costretta a riparare in Gran Bretagna, continua da lì la sua battaglia per la verità.

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