SIRIA: La jihad caucasica si è spostata in Medio Oriente, facendo un regalo a Mosca

La crisi che sta vivendo negli ultimi anni l’Emirato del Caucaso, messo in difficoltà dalla dura lotta al terrorismo attuata dalla Russia, si sta facendo ancora più acuta in seguito alla recente ascesa dell’ISIS, che dopo avere reclutato un gran numero di combattenti caucasici per la guerra in Siria sta provando ad affermare la propria presenza proprio nel Caucaso settentrionale, dando il via a un forte dualismo con lo stesso Emirato, deciso invece a mantenere la propria autorità nella regione. La decisione dello Stato Islamico di riconoscere un proprio governatorato nel Caucaso settentrionale ha rappresentato l’ultimo affronto diretto all’Emirato, che nel frattempo ha deciso di mandare una propria delegazione a combattere in Siria, contro Assad ma anche contro quei guerriglieri caucasici arruolatisi nell’ISIS e definiti per questo “traditori”.

I combattenti caucasici in Siria

Con l’arrivo in Siria di una delegazione di combattenti dell’Emirato del Caucaso, molti guerriglieri che fino a poco tempo fa avevano lottato l’uno a fianco dell’altro per la liberazione del Caucaso si sono così ritrovati a farsi improvvisamente la guerra tra di loro: da una parte i gruppi passati dalla parte dell’ISIS, e dall’altra quelli rimasti fedeli all’Emirato, alleatisi con altri gruppi radicali attivi in Siria.

Il numero di mujaheddin caucasici che scelgono di arruolarsi nelle file dello Stato Islamico è ogni anno in continuo aumento, grazie anche all’efficace propaganda fatta dall’ISIS nella regione. Al momento si stima che lo Stato Islamico in Siria disponga di un massimo di 1500 combattenti provenienti dalla Federazione Russa, dei quali la maggior parte è originaria del Caucaso settentrionale. Tra di essi il più celebre è Abu Omar al-Shishani, letteralmente “il ceceno”, comandante delle forze armate dell’ISIS in Siria, nonché autore dell’assedio di Kobanȇ e della conquista di Mosul.

Gli altri combattenti caucasici presenti in Siria sono invece inquadrati all’interno dell’alleanza chiamata “Esercito della Riconquista“, appoggiata dagli Stati Uniti e da alcuni gruppi radicali come Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra. Prima di recarsi in Siria, al contrario di coloro i quali si sono arruolati nell’ISIS, questi guerriglieri hanno avuto il benestare dell’Emirato. Una delle prime brigate ad includere questi combattenti è stata la “brigata al-Muhajireen“, divenuta nel corso del conflitto “Jaish Muhajireen wal-Ansar” (Esercito degli Emigranti e degli Aiutanti). Di questa brigata ha fatto parte lo stesso al-Shishani, diventandone presto il comandante, salvo poi essere sostituito in seguito al suo giuramento di fedeltà allo Stato Islamico da un altro al-Shishani, Salahuddin, anch’esso di origini cecene.

Ulteriori divisioni tra i combattenti caucasici in Siria si sono però verificate anche all’interno della stessa alleanza anti-ISIS: è il caso del gesto di Salahuddin al-Shishani, che ha deciso di staccarsi dalla brigata Jaish Muhajireen wal-Ansar per creare il gruppo “Imarat Kavkaz v Shame” (Emirato del Caucaso in Siria) che secondo al-Shishani sarebbe l’unico rappresentante legittimo dell’Emirato in Siria. Un terzo al-Shishani, Seyfullah, cacciato sempre dal gruppo Jaish Muhajireen wal-Ansar, ha invece deciso insieme ad altri combattenti caucasici di giurare fedeltà al fronte al-Nusra.

Il problema del riconoscimento

Nonostante il recente giuramento di fedeltà verso lo Stato Islamico di molti esponenti di spicco dell’Emirato del Caucaso, gli ultimi due emiri che si sono avvicendati al potere hanno sempre rifiutato di riconoscere la leadership del Califfato, accusando di tradimento chiunque decidesse di abbandonare l’Emirato per aderirvi. Addirittura l’ex emiro Abu Ali Muhammad è arrivato a definire “cervelli di plastica” quei combattenti che hanno preso la decisione di recarsi in Siria e arruolarsi nelle file dell’ISIS.

Il principio secondo cui l’Emirato del Caucaso si rifiuta di giurare fedeltà allo Stato Islamico è che l’obiettivo per cui è nato lo stesso Emirato è stato da sempre la liberazione del Cauacaso dal controllo russo; mentre l’ISIS punta invece alla creazione di un califfato transnazionale, del quale l’Emirato non vorrebbe fare parte. Secondo le autorità dell’Emirato quindi, i combattenti caucasici che decidono di passare dalla parte dell’ISIS perderebbero di vista l’obiettivo primario del movimento stesso.

C’è anche però chi, come al-Shishani, sostiene la tesi di un complotto organizzato da Mosca per dividere i mujaheddin del Caucaso e metterli uno contro l’altro: secondo il comandante delle forze armate dell’ISIS in Siria, infatti, l’ultimo leader dell’Emirato, Abu Usman Gimrinsky, si era convinto a giurare fedeltà allo Stato Islamico, salvo però poi sparire improvvisamente nel nulla per diversi mesi e venire in seguito ritrovato morto. La prematura morte di Gimrinsky avrebbe così impedito al leader dell’Emirato di far aderire ufficialmente il suo movimento allo Stato Islamico, causando ulteriori divisioni tra i guerriglieri della regione.

Un problema in meno per la Russia

Chi non può che trarre beneficio da queste recenti divisioni tra i mujaheddin caucasici è invece proprio la Russia, che con il progressivo indebolimento della resistenza islamista nel Caucaso settentrionale e il trasferimento di numerosi combattenti in Siria sta riuscendo a dare una parziale svolta all’annoso problema del Caucaso, portandolo al di fuori dei propri confini. Con i guerriglieri islamisti impegnati a combattersi tra di loro in Siria, la Russia, che nel frattempo ha iniziato ad intraprendere i raid aerei sul paese, ha così l’opportunità di prendere due piccioni con una fava, combattendo i ribelli caucasici di entrambi gli schieramenti tenendo allo stesso tempo la guerra lontana dai propri confini.

Chi è Emanuele Cassano

Ha studiato Scienze Internazionali, con specializzazione in Studi Europei. Per East Journal si occupa di Caucaso, regione a cui si dedica da anni e dove ha trascorso numerosi soggiorni di studio e ricerca. Dal 2016 collabora con la rivista Osservatorio Balcani e Caucaso.

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Giornalista e attivista siriana, Zaina Erhaim ha formato oltre cento reporter "sul campo", addestrati a raccontare il conflitto in Siria in maniera indipendente e accurata. Costretta a riparare in Gran Bretagna, continua da lì la sua battaglia per la verità.

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