SIRIA: La Russia inizia i bombardamenti. Contro i ribelli, non contro l’Isis

Colpiti i ribelli, non l’Isis

La Russia ha iniziato i raid aerei sulla Siria. Mentre ieri mattina il presidente Putin dichiarava che l’unico modo di combattere il terrorismo internazionale è agire preventivamente, caccia russi sganciavano le prime bombe nei dintorni di Homs e Hama. C’è l’intervento russo in Siria, ma per colpire chi? Il ministero della Difesa russo afferma in una nota che sono stati colpiti postazioni e mezzi dell’Isis. Peccato che l’Isis in quelle zone non ci sia mai stato. La campagna a nord di Homs è in mano a gruppi ribelli da anni, dove l’esercito di Assad li chiude in una sacca senza possibilità di uscita. Le bombe russe hanno colpito le loro basi a Talbisah e al-Rastan. Come quelle lanciate su Ltamenah, pochi km sopra Hama: lì passa l’attuale linea del fronte che divide l’esercito di Damasco dalla coalizione di ribelli del nord, guidata dal Fronte al-Nusra affiliato ad al-Qaeda. Insomma: tutti ribelli, alcuni più “moderati” (tradotto: con le barbe più corte per corteggiare gli Usa), altri estremisti salafiti, altri ancora legati alla rete di bin Laden e al-Zawahiri. Ma nessun vessillo dell’Isis. La coalizione ‘parallela’ messa in campo da Putin – oltre ai russi, i lealisti di Damasco, l’Iran e l’Iraq – con lo scopo dichiarato di combattere lo Stato Islamico a quanto pare ha sbagliato mira.

Mosca gonfia i muscoli

Ma questa non è ancora la parte più interessante della vicenda. Dopo i preparativi delle ultime settimane era chiaro che Mosca avrebbe blindato il regime di Assad. E magari sarebbe passata al contrattacco. Contro chi? Visto che sul campo Isis e lealisti di fatto si ignorano, restano solo le fazioni ribelli – le uniche a mettere pressione al regime. Ora, quello che conta è cercare di comprendere le reali intenzioni della Russia. E negli ultimi giorni qualche indizio è trapelato qua e là.

Al di là delle bombe, la postura di Mosca è decisamente assertiva. Un generale russo a tre stelle – ricostruisce l’Independent – si è presentato ieri mattina all’ambasciata americana di Baghdad: se avete uomini nella zona sgombrateli e interrompete i vostri raid, noi iniziamo a bombardare fra un’ora. Non esattamente una proposta di collaborazione. Distanza siderale anche fra gli atteggiamenti dei politici russi e americani. Appena diffusa la notizia dei raid, un Lavrov attorniato dai giornalisti di Washington taglia corto: sui raid russi non basatevi su quello che dice il Pentagono. Contemporaneamente, il segretario alla Difesa americano Ashton Carter imbottiva di condizionali la sua dichiarazione sui raid russi.

Per non parlare della rapidità d’azione. Poco prima che i caccia si alzassero in volo il parlamento russo ha votato a favore dell’impiego dell’esercito all’estero, negli stessi minuti arrivava da Damasco una richiesta formale di aiuto militare. E gli Usa? Di ieri è l’annuncio che il fallimentare programma di addestramento dei ribelli siriani da schierare contro l’Isis – 500 milioni di dollari il costo per spedire in Siria un centinaio di combattenti che hanno disertato o sono morti nel giro di 48 ore – è sospeso (“sottoposto a revisione”). Ma, sottolinea Ashton Carter, i nostri raid continuano. Continuano anche i preparativi di Mosca: di recente ha mandato in Siria diversi sistemi missilistici terra-aria. Un chiaro avviso alla coalizione internazionale guidata dagli Usa visto che è l’unica, oltre ad Assad, a disporre di caccia.

Cos’ha detto Putin all’Onu

A giochi fatti arriva la mano tesa di Mosca. La Russia si dice pronta ad aprire ‘canali di comunicazione permanenti’ con la coalizione a guida Usa che sta colpendo l’Isis – scrive la Reuters – con lo scopo di rilanciare la lotta contro ‘i gruppi terroristici’. Attenzione alle parole: quello di ‘terrorismo’ è un concetto che varia da paese a paese. Infatti per i russi, come per Assad, tutti i ribelli sono terroristi. Lo aveva messo bene in chiaro lo stesso Putin nel suo discorso all’assemblea generale dell’Onu il 28 settembre. Sarebbe irresponsabile – così il presidente russo – cercare di manipolare gruppi estremisti e metterli al servizio di qualcuno, così da raggiungere i propri obiettivi politici nella speranza di liquidare questi gruppi più tardi. Il riferimento non è solo a gruppi come al-Nusra (appoggiato di straforo dai paesi del Golfo e dalla Turchia), ma anche a quei fantomatici ribelli ‘moderati’ che sono stati finora il perno della strategia americana. O combattiamo tutti o nessuno, questo il messaggio.

E poi l’ossessivo riferimento alla Carta dell’Onu. Soprattutto se c’è da sottolineare che l’assistenza a uno stato sovrano deve essere offerta, non imposta. Il rincorrersi posticcio di richiesta d’aiuto dalla Siria e voto del parlamento russo può sembrare una farsa. E sotto molti aspetti lo è. Certo, formalmente rispetta il dettato dell’Onu, oltre che la Costituzione russa. Ma il valore di questa mossa non è la correttezza formale, quanto piuttosto il fatto che restringe lo spazio di manovra di Usa e alleati. Nel caso della Crimea il referendum sull’annessione era arrivato a posteriori: invece in Siria Putin ha giocato d’anticipo. E agitando la Carta dell’Onu come scudo ripara in un colpo solo il suo intervento e il regime di Assad. E rende entrambi, di fatto, indispensabili per qualsiasi soluzione della crisi siriana.

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Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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Giornalista e attivista siriana, Zaina Erhaim ha formato oltre cento reporter "sul campo", addestrati a raccontare il conflitto in Siria in maniera indipendente e accurata. Costretta a riparare in Gran Bretagna, continua da lì la sua battaglia per la verità.