SIRIA: Abusi di potere e processi sommari. Amnesty accusa i curdi

Gli oppositori politici vengono zittiti con la scusa della lotta al terrorismo. Basta essere sospettati di avere legami con lo Stato Islamico per finire in galera. Ma senza prove né un processo equo. E lo stesso vale per chi con la politica non c’entra nulla. È l’accusa rivolta da Amnesty al Partito dell’Unione Democratica (PYD), la formazione curda che dal 2014 amministra vaste zone nel nord della Siria dopo la ritirata del regime. Ad agosto Amnesty ha visitato due penitenziari a Qamishli e Malikiya, entrambi gestiti dal PYD e dalle forze di sicurezza locali (Asayish). Dai colloqui con decine di detenuti sono emersi frequenti casi di abusi di potere, violazioni dei diritti civili e politici, detenzioni arbitrarie e processi sommari. La denuncia di Amnesty, pubblicata all’inizio di settembre, accende i riflettori su un aspetto spesso sottovalutato: il PYD e i suoi rami militari YPG e YPJ non raccolgono un consenso unanime fra i curdi siriani. E restano molte zone d’ombra nel modo in cui sono arrivati a controllare i tre cantoni a ridosso del confine turco.

Il quadro legale

Fin dal 2014 i curdi siriani sono stati attaccati duramente dallo Stato Islamico, che non ha mai fatto distinzione fra combattenti e civili nella scelta dei suoi bersagli. L’avanzata dei miliziani del Califfato e il timore di infiltrati ha spinto il PYD a emanare una nuova legge anti-terrorismo, più dura. Tuttavia, in molti casi gli arresti appaiono senz’altro arbitrari e le procedure previste dal codice non vengono rispettate. Secondo le leggi in vigore, infatti, i sospetti possono essere soggetti a fermo dietro mandato e per un massimo di 72 ore, oltre le quali è necessario che il pubblico ministero presenti un’accusa formale e dia il via all’iter processuale. Inoltre, la costituzione adottata nel gennaio del 2015 vieta espressamente le detenzioni arbitrarie e pone fra i principi generali il rispetto dei diritti umani. Il PYD esercita un’autorità de facto sui tre cantoni a maggioranza curda, ma ha rapidamente ricostruito le istituzioni essenziali in materia di sicurezza e giustizia, tra le quali carceri, tribunali e le figure amministrative di riferimento. Secondo Amnesty, quindi, non solo è tenuto per legge a rispettare i diritti individuali di base della popolazione sotto il suo controllo, ma ne ha anche piena capacità.

Arresti arbitrari

Il documento di Amnesty riporta diversi casi di arresti arbitrari. Omar, un trentenne arabo di Hasakah, è stato detenuto per un mese con l’accusa di essere un terrorista: ma aveva soltanto la sfortuna di portare un nome simile a quello di un ricercato. Le autorità non hanno mai presentato prove a suo carico. Un cittadino originario di Raqqa di nome Malek è finito in galera per aver criticato l’operato del  PYD su facebook.

Identico destino è toccato a esponenti di gruppi politici curdi che si oppongono al PYD. Il Partito Democratico Curdo-Siriano (PDK-S) ha denunciato l’arresto di 12 dei suoi membri a Efrin, condannati per atti di terrorismo senza che alcuna prova circostanziata fosse presentata durante il processo. Il PDK-S ha stretti legami con il partito di Barzani, presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, che il PYD e il PKK turco hanno ripetutamente accusato di tradimento verso la causa dell’indipendentismo curdo per le posizioni concilianti adottate nei confronti degli Stati Uniti.

Fermi prolungati e processi sommari

Diversi detenuti hanno raccontato ad Amnesty di essere in attesa di processo da più di un anno. Per alcuni di loro non era mai stata formulata un’accusa, né avevano potuto vedere un avvocato o la famiglia. Issam, ad esempio, è stato rapito dai miliziani dello Stato Islamico mentre tentava di raggiungere Raqqa. I rapitori l’hanno costretto a rivelare l’esatta posizione di un posto di blocco dell’YPG curdo. Appena rilasciato è tornato indietro per avvisare i militanti curdi prima che fosse troppo tardi. Ma è stato arrestato e tenuto in stato di fermo per sei mesi senza sapere di cosa fosse accusato. È stato quindi condannato a sette anni di prigione e altrettanti di esilio senza aver visto un avvocato né aver avuto la possibilità di difendersi da solo.

Il terrorismo come arma per sbaragliare gli oppositori politici

Non è la prima volta che organizzazioni internazionali rivolgono accuse simili al PYD. Beninteso, le violazioni di cui il partito curdo sarebbe responsabile non sono minimamente paragonabili alle atrocità che il regime di Assad e lo Stato Islamico compiono pressoché quotidianamente. Ma d’altronde non per questo vanno taciute o sminuite. Soprattutto perché alimentano il sospetto che il PYD sia emerso dal nutrito panorama politico proprio grazie alla manipolazione della giustizia, mettendo a tacere critici e oppositori.

Questo capitolo della storia del PYD è stato ricostruito da Human Rights Watch in un lungo e dettagliato report pubblicato nel giugno del 2014. Secondo HRW, il PYD ha sfruttato il controllo che esercita sulle forze di sicurezza interne per detenere illegalmente decine e decine di affiliati a partiti curdi di opposizione come il già citato KDP-S, il partito Yekiti e il partito Azadi, nonostante essi conducessero le loro battaglie politiche in modo pacifico. Questi prigionieri politici sono stati arrestati con accuse che vanno dal traffico di droga al coinvolgimento in attentati. Per citare solo un esempio, nell’aprile del 2014 un tribunale di Efrin controllato dal PYD ha condannato 13 persone, fra cui 5 membri del KDP-S, con l’accusa di aver compiuto diversi attentati. Secondo la ricostruzione di HRW, i giudici hanno emesso la sentenza esclusivamente sulla base delle confessioni degli imputati, nonostante gli stessi avessero denunciato di averle rese sotto tortura.

La repressione del dissenso

Nei cantoni controllati dal PYD si sono verificati diversi casi di sparizioni e omicidi irrisolti di oppositori politici. Il PYD ha sempre negato qualsiasi responsabilità, ma l’assenza di indagini credibili – in contrasto con la solerzia delle forze di polizia quando si verificano attentati – ha convinto HRW del contrario. Non mancano episodi di aperta repressione di manifestazioni di protesta, come quelle che hanno agitato Amuda nel giugno del 2013. Dopo aver sparato sulla folla in circostanze non del tutto chiare, l’indomani i militanti dell’YPG hanno fermato circa 50 membri del partito Yekiti e li hanno ripetutamente picchiati.

Gli attriti fra PYD e gli altri partiti curdi siriani nascono dall’atteggiamento verso il regime di Damasco. Il KDP-S ha accusato apertamente il PYD di collaborare indirettamente con Assad, perché non ha mai inviato uomini a fianco dei ribelli che combattono in tutto il paese. Le diffidenze reciproche hanno avuto pesanti conseguenze sulla divisione del potere fra i diversi gruppi. Gli sforzi di creare un fronte politico comune a tutti i curdi, abbozzati già a partire dal 2011, sono ben presto naufragati o non hanno di fatto mai funzionato a dovere. Nel frattempo il PYD è riuscito a imporre la propria linea, spesso estromettendo i rivali dalle cariche di maggior importanza. Con la strada spianata da arresti, processi sbrigativi e repressione del dissenso.

Photo credit: Human Rights Watch

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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