POLONIA: Duda eletto presidente. Varsavia vuole voltare pagina, a destra

Da qualche tempo a questa parte non c’è tornata elettorale che non scuota il vecchio continente con vittorie inattese e sfide politiche inedite. Allo stesso tempo, bisogna prendere atto del fatto. Andrzej Duda (PiS, Diritto e Giustizia) ha vinto il ballottaggio per le elezioni presidenziali contro in una sfida che fino a poche settimane fa sembrava già data per scontata a favore del presidente in carica Bronisław Komorowski, tutto sommato. Ciò in cui i sondaggisti e gli opinionisti hanno fallito è stato senz’altro capire i segnali che un paese fortemente conservatore e insoddisfatto della sua classe politica dava ormai da più di un anno, segnali già molto forti al tempo delle elezioni per il parlamento europeo, a cui ha partecipato appena il 25% degli aventi diritto, e alle elezioni locali dello scorso autunno.

Allo stesso tempo l’affluenza, per un paese che generalmente è poco propenso a recarsi alle urne, è stata relativamente alta registrando una partecipazione del 56,1%, ben 8 punti in più rispetto al primo turno, che pure aveva decretato il pressoché sconosciuto Duda in pole position.

La Polonia si sveglia quindi con un nuovo presidente, e per la prima volta dopo quasi un decennio, un partito relativamente euroscettico e fortemente legato all’elettorato cattolico più tradizionalista torna a vincere, richiamando all’orecchio di molti governanti europei i difficili rapporti durante il breve periodo al potere dei due gemelli Kaczyński.

Un Cambiamento Radicale

Nonostante predetto (o desiderato) da molti, un ribaltamento del risultato ottenuto il 10 maggio era forse anche improbabile: anche tra gli altri candidati del primo turno, i maggiori successi si erano registrati per partiti nazionalisti e generalmente di estrema destra. Inoltre, il mancato endorsement al presidente uscente di Pawel Kukiz, rocker nazionalista e candidato outsider che ha sbalordito tutti ottenendo il 20,8% dei consensi al primo turno, è suonato piuttosto come un diretto invito a votare per lo sfidante.

Secondo molti analisti, Kukiz ha ottenuto i favori anche di diversi elettori di PO (Piattaforma Civica, il partito del presidente uscente Komorowski), incamerando un certo voto di protesta. Una protesta che non si è fermata con la prima tornata elettorale, ma che si è trasformata in pura voglia di cambiamento, una costante nelle motivazioni che hanno spinto tanti a disertare le urne o a rifiutare un voto per il “meno peggio”, come tanti definivano il presidente in carica. L’elezione del presidente si è rivelata prevedibilmente un test sul governo della poco apprezzata Ewa Kopacz, erede di Donald Tusk partito nell’autunno scorso alla volta di Bruxelles come nuovo presidente del Consiglio UE.

Nel complesso, la Polonia si ritrova ancora una volta spaccata in due secondo le sue tradizionali pulsioni elettorali, tanto filoeuropeista, liberale e tutto sommato soddisfatta della propria politica ad ovest, euroscettica, conservatrice e scontenta nell’est, che incarna il cuore più tradizionalista e cattolico del paese.

La formazione dei due elettorati è abbastanza trasversale nel paese, e rispecchia fratture storiche del paese. Sono soprattutto i giovani e le campagne a scegliere Duda e la svolta conservatrice, mentre i gradi di educazione superiore, in sintonia con gran parte della classe dirigente ha cercato la rassicurante permanenza del presidente in carica, meno “imprevedibile” e più restio a porre veti alle forze di governo.

Tuttavia, il fatto che il giovane Andrzej Duda abbia incamerato un elettorato non completamente coincidente con quello del suo partito lascia spazio alle ipotesi più svariate per le elezioni parlamentari del prossimo autunno.

Le ragioni di una reazione

La domanda più spontanea è se effettivamente il risultato elettorale per un candidato di destra rispecchi realmente le istanze del paese, ma la situazione è effettivamente complessa. Il paese è sicuramente ancorato a una ideologia fortemente conservatrice, e per tradizione sensibile al populismo più revanscista, ma la voglia di cambiamento è venuta prima di ogni altra cosa e in tanti hanno deciso di voltare le spalle al partito che guida il paese da ormai 8 anni, e dal dialogo con gli elettori alle urne, emerge la voglia di voltare le spalle non solo a “Platforma”, ma anche a tutto il sistema politico verso cui si ha poca fiducia. Se perfino elettori progressisti hanno deciso di scardinare il sistema politico scegliendo Duda, bisogna prendere atto di una certa insoddisfazione ormai radicata tra i polacchi, relativamente a quelle che sono pesanti lacune nella crescita del paese.

Nonostante il successo economico che ha portato una forte prosperità, buona parte dei polacchi non vede benefici dalla crescita economica da tigre asiatica che ha caratterizzato il paese. Lo stato sociale è ancora molto lacunoso e la tendenza liberale dei governi Tusk e Kopacz ha impedito ai diritti dei lavoratori di acquisire sostanza o ai servizi ai cittadini di svilupparsi. Il livello medio dei salari rimane generalmente basso, così come la previdenza sociale, se si escludono alcune classi tradizionalmente previlegiate.

La risposta elettorale all’insoddisfazione verso “Platforma Obywatelska” registra inoltre una mancanza di alternative credibili nel panorama politico del paese, al bipolarismo ormai radicato e interno alla destra. Due destre, liberale ed europeista una, populista e cattolica l’altra.

E niente attorno, dopo l’effettiva dissoluzione del centrosinistra (erede del comunismo e fautore della transizione), iniziata un decennio fa e completata apparentemente due settimane fa dalla disastrosa candidatura presidenziale di Magda Ogórek, giovane di bella presenza ma per niente convincente.

La fine di un “decennio dorato”?

Che la vittoria di Andrzej Duda porti in se grossi cambiamenti è indubbio. Anche se questo fosse arrestato da una vittoria di “Platforma” alle elezioni parlamentari di questo autunno, il governo dovrebbe fare i conti con una coabitazione difficile, in un paese dove il presidente ha funzione simbolica ma la capacità di porre veto all’esecutivo su diverse questioni.

Cambierà molto la politica estera ed europea, che ora gode di particolare prestigio in Europa anche grazie a una forte vicinanza alla Germania merkeliana. Proprio sulla politica estera (materia su cui il presidente ha potere decisionale) si è battuto Komorowski nell’ultima parte della sua campagna elettorale, con ben 6 tra gli ultimi ministri degli esteri (tranne uno) uniti in una dichiarazione a suo favore. Per molti polacchi questo non è stata una motivazione sufficiente per confermare il presidente rispetto alle delusioni e alla stanchezza per una politica interna impopolare, ma ora il paese rischia posizioni di rottura che potrebbero minarne il prestigio sulla scena internazionale. Deriva euroscettica, isteria nazionalista e clericale e un possibile isolamento rispetto agli alleati sono gli spettri che si aggirano su questo paese finora baciato da una crescita divampante.

Difficile dire, per ora, se l’elezione di Duda coincida con un’ondata di cambiamento radicale. Solo le risposte della politica e della campagna elettorale per il rinnovo del parlamento quest’autunno potranno determinarlo con precisione.

Foto: Lukas Plewnia, flickr

Chi è Giacomo Manca

Laureato in Relazioni Internazionali, scrivo di Polonia ed Europa centrale per New Eastern Europe e East Journal

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Un commento

  1. DUDA era l’unica persona NORMALE, che ha presentato UN VERO PROGRAMMA DI RIQUALIFICAZIONE DELLA POLONIA!

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