Tutti fedeli al Califfo? Come funziona l'affiliazione all'ISIS, tra giuramenti e propaganda

 

Presi nel marasma dei titoli urlati che annunciano “L’ISIS è a sud di Roma”, rischiamo di dimenticare due punti fondamentali. Primo: cellule dello Stato Islamico sono già in Europa, a casa nostra, ben più vicino della Libia. Secondo: non tutto ciò che sventola bandiera nera è ISIS, almeno per come siamo abituati a considerarlo: un insieme indistinto e folle di jihadisti pronti a tutto. Se smettiamo per un attimo di considerare lo Stato Islamico come la barbarie assoluta, possiamo iniziare a capire meglio come è fatto e come si muove il Califfato, quali sono i suoi interessi e i punti deboli. E quindi anche qual è il pericolo reale che stiamo correndo e cosa possiamo fare.

Chi può allearsi con lo Stato Islamico?

Finora lo IS ha accettato l’alleanza (bay’ah) di tre tipologie diverse di affiliati. Primo e più evidente esempio, i tanti gruppi di combattenti jihadisti. Si tratta in genere di gruppi che agiscono localmente e che dimostrano una buona capacità militare. Rientrano in questo caso sia gruppi attivi sullo scenario mediorientale, sia quelli impegnati su altri fronti, come Ansar al-Khilafah nelle Filippine o Jund al-Khilafah in Algeria (responsabile dell’uccisione del francese Hervé Gourdel sui monti della Cabilia lo scorso settembre).

Secondo, singoli individui che possono agire in solitaria o in coordinazione con mini cellule. Anche in questo caso il perno dell’alleanza ruota attorno alla capacità di compiere attentati. Questo tipo di alleanza, però, è evidentemente diverso dal precedente e può avere semplicemente valore formale. Il caso di Amedy Coulibaly, l’attentatore del supermercato kosher di Parigi, è emblematico proprio per i dubbi che ha sollevato. In un video realizzato nell’imminenza dell’attacco si vede Coulibaly prestare il giuramento di alleanza. A posteriori, sul secondo numero di Dar al-Islam, rivista in francese dello IS, il suo gesto è stato celebrato come “un exemple à suivre. Che ci sia o meno una reale affiliazione, il gesto ha almeno un valore propagandistico.

Terzo, intere comunità locali, spesso organizzate in realtà tribali. Qui il legame non è (almeno direttamente) militare, bensì mira a consolidare o creare consenso sociale per lo IS. Anche se meno presente sui media occidentali, l’alleanza con le popolazioni locali è di primaria importanza: infatti è proprio grazie al supporto delle tribù dell’Anbar iracheno che l’allora ISIS ha potuto sviluppare un controllo effettivo sul territorio. Strumento utilizzato anche altrove, ad esempio in Siria come mostra un video in cui si celebra la bay’ah con una comunità curda di 30 villaggi a nord di Aleppo.

Cos’è la bay’ah?

La bay’ah ha un’origine preislamica. La radice della parola raccoglie significati legati alla compravendita e al commercio, e in tale ambito veniva usata prima dell’avvento dell’islam. Assume una connotazione religiosa con il Giuramento sotto l’Albero di Maometto (noto anche come accordo di Hudaybiyya), con cui il Profeta chiedeva ai suoi compagni di rinnovare la fiducia in lui e di impegnarsi ad accettare le sue decisioni.

La bay’ah dei 30 villaggi curdi citata prima documenta come avviene il giuramento di alleanza con lo IS. Questo è il testo nella traduzione fornita dall’ISPI:

Nel nome di Dio, clemente e misericordioso, giuriamo la nostra fedeltà all’Emiro dei Credenti, Califfo dei musulmani, Ibrahim Ibn ‘Awad Ibn Ibrahim, al-Badri, al-Husaini, al-Qurayshi, al-Baghdadi. A lui va il nostro ascolto e la nostra obbedienza, nell’agio e nelle avversità, nei momenti di difficoltà e di prosperità, e il rispetto verso i suoi comandi,circa l’imposizione della religione di Dio, e il jihad contro i nemici di Dio. Non contesteremo i comandi della sua gente, a meno che non vedremo che sono chiaramente miscredenti, e avremo presso di noi la prova di Dio. Dio è testimone di quanto detto. Takbir: Allah Akbar”.

Il giuramento ha indubbiamente un forte valore religioso. Ne è la prova il riferimento, all’interno dei nomi del Califfo Ibrahim, cioè il leader dello IS al-Baghdadi, a una sua discendenza dalla tribù dei Qurayshi, alla quale apparteneva Maometto.

A cosa serve la bay’ah allo IS?

Al di là della valenza religiosa, la bay’ah costituisce uno strumento importante anche sotto il profilo politico, strategico e propagandistico. Di alleanza si parla estesamente nei primi due numeri di Dabiq, la rivista ufficiale in inglese dello IS. Va considerata in parallelo alla richiesta di compiere la hijrah (egira, cioè migrazione) verso lo IS, indicata come un dovere in particolare per dottori, ingegneri e specialisti in genere, che sottolinea la volontà di al-Baghdadi di creare strutture amministrative per consolidare il controllo del territorio e migliorarne la gestione.

Nella stessa ottica va inquadrata la bay’ah: la seconda richiesta è infatti di spingere altri a raggiungere lo IS qualora se ne sia impossibilitati, proprio dichiarando la propria alleanza, registrando il rito e diffondendolo con ogni mezzo. In subordine, il secondo obiettivo dichiarato di questa mossa è rendere “normale”, cioè una consuetudine accettabile, l’affiliazione e l’appoggio allo IS, in modo tale da far breccia nei musulmani più distanti ideologicamente. Ovviamente la moltiplicazione delle bay’at ha anche un effetto intimidatorio verso l’Occidente.

Qualsiasi gruppo jihadista che promette alleanza con lo IS è automaticamente affiliato?

Formalmente sì, ma nella realtà ci sono diverse possibilità da tenere in considerazione. Innanzitutto, essere affiliati significa ricevere un supporto sostanzioso dallo IS, sia in termini logistici e militari, sia per quanto riguarda le modalità di controllo del territorio. Evidentemente non è possibile che ciò avvenga con tutta quella miriade di cellule, milizie e gruppi che pronunciano la bay’ah: non solo per il numero, ma perché – come si dirà più avanti – tutto ciò risponde a una strategia non improvvisata. Di conseguenza, molti gruppi esprimono nei fatti un semplice supporto alla causa, come mostra questa lista in aggiornamento. Finora le scelte del Califfato in materia di affiliazione si sono concentrate su quei Paesi già fortemente destabilizzati, ad esempio l’Egitto (nella penisola del Sinai). Da questo punto di vista, la Libia potrebbe essere la prossima tappa dell’espansione dello IS.

Quando la bay’ah viene accolta, lo IS invia un gruppo di suoi emissari per prendere contatto diretto. In genere si tratta di uomini il cui ruolo è duplice. Impostare la struttura organizzativa, amministrativa e sociale che la cellula di nuova affiliazione dovrà gestire. Vengono quindi creati tribunali, controllate le filiere di produzione di cibo, sorgono uffici per gli affari pubblici (deputati ai rapporti con i singoli individui o, a seconda delle zone, con i vari clan). Fra le prime creazioni c’è una branca locale di al-Hayat, il braccio mediatico dello IS. Tutto ciò indica la volontà di raggiungere un forte radicamento nel territorio, che infatti con l’affiliazione diviene “provincia” (wilaya) dello IS. Fra gli emissari vi sono poi combattenti esperti, in grado di organizzare le milizie, e altri con il compito da “diplomatico” di stringere rapporti con milizie e altre realtà limitrofe.

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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