CINEMA: "Song of my mother" vince il Sarajevo Film Festival

Ali (Feyyaz Duman) fa il maestro in una scuola bilingue, turca e curda, a Istanbul, e vive con l’anziana madre Nigar (Zübeyde Ronahi) nel quartiere curdo di Tarlabaşı. Ma Tarlabaşı sta diventando sempre più cara, e le famiglie curde devono cercare nuove abitazioni nei nuovi quartieri-dormitorio della periferia della megalopoli. Nigar risente molto dello spostamento: “mi annoio,” dice, e chiede ad Ali di ritrovarle una cassetta di musica tradizionale dengbej curda, che nessuno in città sembra conoscere o ricordare. Un giorno Nigar decide di voler tornare al villaggio, in Kurdistan. “Sono tornati tutti, sono rimasta solo io qui,” crede. Ali e il cugino Mustafa non riescono a convincerla che il villaggio non esiste più, e che la comunità curda di Tarlabaşı si è semplicemente sparpagliata. Nel frattempo Zeynep, la ragazza di Ali, rimane incinta.

E’ la trama di Songs of My Mother / Klama Dayîka Min / Annemin Şarkısı (Turchia/Francia/Germania, 2014), il debutto cinematografico del regista curdo Erol Mintaş che ha vinto la 20° edizione del Sarajevo Film Festival, dove è stato presentato in prima visione mondiale. I giurati, che l’hanno ricompensato con 16.000 € donati dal Consiglio d’Europa, ne hanno apprezzato “la semplicità coraggiosa, il linguaggio cinematico puro, la scelta di mostrarne la vita quotidiana in una maniera che ci fa comprendere e amare i personaggi. Siamo deliziati dal fatto che i produttori siano stati capaci di resistere alla tentazione del cinema mainstream.”

L’attore protagonista, Feyyaz Duman, ha anche ricevuto un premio “Heart of Sarajevo” (2.500€) “per il suo ritratto stoico di un maestro e scrittore curdo di Istanbul, il cui equilibrio è costantemente messo a repentaglio dai suoi superiori, dalla gentrificazione della città in cui vive, dal desiderio della sua ragazza di costruire una famiglia, ma soprattutto dalla testardaggine di sua madre, che è sempre un passo avanti rispetto al figlio.”

Oltre a presentare il passaggio di consegne tra una generazione e l’altra, Song of My Mother è un film sulla persistenza della cultura e dell’identità curda, e del suo cercare e trovare un posto nella Turchia di oggi. Il film si apre con un flashback sul 1992, dove il padre di Ali, anch’egli maestro elementare, scompare dopo essere stato prelevato dalla polizia per aver insegnato in curdo, lingua proibita. Vent’anni dopo, a Istanbul, Ali insegna in classe in curdo la stessa favola del corvo e dei pavoni che suo padre aveva dovuto lasciare a metà.

Il film è girato in turco e in curdo, e i sottotitoli in diverso colore aiutano a distinguere tra la lingua natale, che Ali parla con la madre e i familiari, e la lingua turca che impiega per rivolgersi ai superiori ma anche nella sua relazione con Zeynep.

“La cosa più difficile per questo film è stato trovare attori professionisti che parlassero curdo, particolarmente per il ruolo della madre anziana, poiché non ci sono molte attrici di quest’età che parlano curdo in Turchia. Ci ho messo due anni a trovarne una,” sottolinea il regista. “Dedico questo film a mia madre, che ha vissuto in un sobborgo di Istanbul dove tante famiglie curde hanno trovato rifugio durante gli anni ’90,” ha dichiarato Mintaş nel ricevere il premio.

Il Sarajevo Film Festival continua a rappresentare uno dei punti di riferimento centrali per i cineasti di tutto il sud-est Europa e non solo. Nato durante il conflitto del ’92-’95 come mezzo per mantenere viva la cultura nella capitale bosniaca sotto assedio, e giunto quest’anno alla 20° edizione, il festival ha ospitato 247 film da quasi 60 paesi diversi durante nove giorni di rassegna. Una borsa speciale è stata affidata a due film-maker di Gaza, Abdel Salam Shehadeh e Ashraf Mashharawi. Per via delle condizioni a Gaza, solo Mashharawi è riuscito a raggiungere Sarajevo. Il festival ha anche presentato una retrospettiva sul regista britannico Michael Winterbottom, a partire dal suo iconico Welcome to Sarajevo del 1997.

 

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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