La vecchia e la bambina, schegge di Jugoslavia

Jovanka Broz e Leonarda Dibrani. Due donne, due storie, gli stessi Balcani. Già, due storie apparentemente diverse, diversissime. Apparentemente. Perché la morte della prima ed unica first lady che ebbe la Jugoslavia socialista chiude simbolicamente l’era titoista, seppure con un ritardo rispetto alla storia fattuale di più di trent’anni. La seconda, giovanissima rom del Kosovo (ma nata in Italia), dovrebbe segnare invece la fase nuova, quella post-jugoslava finalmente liberatasi dai sussulti violenti che la connotarono per circa un decennio, passando dalla Slovenia al Kosovo ed impuntandosi sulla Bosnia, come ben sappiamo.

Entrambe provengono da due aree calde e di frattura dei Balcani: la Broz era serba di Croazia e veniva dalla turbolenta Krajina, la seconda è capitata a vivere nell’inquieta Mitrovica, la “capitale” dell’enclave serba del Kosovo. E come la prima era “estranea” alla Croazia “pura” dei croati, così la seconda lo è agli occhi degli albanesi dato che è rom, etnia colpevole di aver aiutato i serbi ai tempi di Milosevic. E anche per questo è stata anche aggredita fisicamente.

La prima, la (terza) moglie di Tito, con il suo bon ton è stata corteggiata da quel bel mondo occidentale che in realtà corteggiava – in un pianeta allora geometricamente bipolare –  la posizione geostrategica della Jugoslavia della “terza via”, non troppo comunista e nemmeno troppo anticapitalista. Altri tempi. Oggi i frantumi della ex-Jugoslavia sono solo un fastidio per una Europa impaurita dalla recessione e dall’impoverimento: meglio disfarsene, com’è capitato alla giovane gitana kosovara, spedita senza tanti complimenti dal pullman scolastico di una Francia oggi socialista ed un tempo fucina dei diritti del 1789 alla miseria ostile di Mitrovica (nemmeno più Titova, dato l’ingombro del nome a cui si richiamava). La stessa Broz, invischiata in oscuri giochi di potere, fu subito dopo la morte del Maresciallo cacciata e messa in una sorta di arresti domiciliari peraltro senza accusa, ove conobbe una miseria simile a quella della ragazza kosovara.

La morte della Broz segna, sia pure in modo opaco, la definitiva scomparsa di un mondo già affossato dalle guerre degli anni novanta. La vicenda della Dibrani segna invece un mondo che non riesce proprio a nascere, che abortisce su sé stesso. Un mondo post: dei Balcani riappacificati e finalmente europei. Non sono in realtà né questo né quello. Bosnia, Kosovo e Macedonia rimangono aree problematiche e i dolori e gli odi fanno capolino anche altrove (vedi Vukovar e l’uso del cirillico). E poi ad una Europa sempre più sensibile alle sirene populiste i Balcani dei troppi sans papier sono solo un irritante problema da tener lontano il più possibile. All’Europa interessò il “cuscinetto” strategico della Jugoslavia al tempo d’oro della grandeur titoista, di cui Jovanka fu una efficace icona mediatica. Ed interessò nel 1991, quando credette di guidare la transizione post-jugoslava. Oggi è tutto diverso. E l’icona dell’atteggiamento europeo verso gli indisciplinati Balcani sembra essere ben rappresentato dalla breve storia di Leonarda Dibrani. Suo malgrado.

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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Un commento

  1. Tragedia nella tragedia sembra che la maggioranza dei francesi approvi le determinazioni del compagno presidente del consiglio!

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