SLOVACCHIA: La sterilizzazione forzata delle donne rom

Nel 2012 la Slovacchia è stata condannata tre volte dalla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, a causa delle azioni di sterilizzazione forzata compiute su donne di origine rom tra il 1999 e il 2002. Il trattamento, praticato senza il consenso e la volontà delle pazienti, avvenne in sede di parto cesareo in ospedali pubblici slovacchi (per l’inquietante ricostruzione dei fatti si veda I.G. and Others vs. Slovakia , V.C. vs. Slovakia e N.B. v Slovakia).

I tre casi portati all’attenzione della Corte Europea tra il 2004 e il 2010 finalmente si concludono con il riconoscimento della violazione dei principi previsti della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Con l’ingresso della Repubblica Slovacca nell’Unione Europea nel 2004, gli abusi e i maltrattamenti psicofisici subiti da donne appartenenti alle comunità rom vengono in parte denunciati.

Nel 2005 diviene effettivo l’obbligo di firma che sottoscriva la consapevolezza e la volontà della paziente a sottoporsi all’intervento di sterilizzazione. La regolamentazione però non risulta un deterrente alla pratica della sterilizzazione coatta. Spesso la richiesta della firma avviene a operazione già conclusa. Alcune donne scoprono anni dopo che il loro apparato riproduttivo è stato manomesso. Le autorità slovacche però chiudono i casi senza nessuna condanna penale e raramente si concedono risarcimenti alle vittime. Il clima è di impunità.

Il fenomeno non sembra essere giudicato negativamente dal sistema politico slovacco. Infatti nel 2011 il Ministro del lavoro promuove una campagna di sensibilizzazione sulla contraccezione e sulla sterilizzazione gratuita per le fasce più svantaggiate della società. Si rivolge quindi ai rom, che in Slovacchia rappresentano il 10% della popolazione.

Alla luce delle ultime sentenze, la Slovacchia viene condannata per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, secondo cui nessun individuo può essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti. La Corte obbliga quindi al risarcimento delle vittime. In alcuni casi viene anche riconosciuta la violazione dell’articolo 8, che prevede il rispetto della vita privata e personale. Le conseguenze della sterilizzazione obbligata infatti sono molte e inquietanti. Nella donna si innesta un senso di inferiorità, dovuto alla violazione dell’apparato riproduttivo che la identifica, soprattutto nelle comunità patriarcali. In queste organizzazioni sociali l’incapacità a generare compromette il rapporto coniugale e familiare, e deteriora il ruolo della donna all’interno della comunità.

Il recente verdetto però non prevede l’accettazione dell’accusa di inosservanza dell’articolo 14, che vieta le azioni discriminatoriefondate sul sesso, la razza, il colore, […] l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione”. Per questo motivo la sentenza della Corte è giudicata deludente da chi segue queste vicende da ormai un decennio. Risulta difficile provare l’intento discriminatorio che spinge i medici della sanità pubblica a sottoporre donne rom di ogni età a operazioni di sterilizzazione senza consenso e senza motivo.

A dissentire dal verdetto della Corte è il giudice Mijovic, il quale asserisce come il verificarsi di diversi casi simili in Slovacchia rinforzi la convinzione che le sterilizzazioni effettuate sulle donne rom non siano atti accidentali, ma un retaggio di una radicata attitudine nei confronti della minoranza rom nel paese.

La pratica della sterilizzazione forzata sulle donne rom rimanda al progetto di eugenetica nazista, portato avanti anche dal sistema comunista al fine di un efficace ed effettivo ridimensionamento numerico delle comunità rom. La politica contro la fertilità è ancora attiva, come rimedio (o come punizione) ad alcune prerogative (stereotipate) delle donne rom, che vengono disegnate come incapaci a praticare l’astinenza sessuale e desiderose di proliferare per ottenere sussidi economici. Vittime del peso doppio della discriminazione di genere e di razza.

Il rapporto Body and Soul del 2003 definiva la situazione dei Rom in Slovacchia orientale la peggiore d’Europa. Non sembra però che ci siano stati miglioramenti rilevanti. Ad allarmare sono inoltre la segregazione all’interno degli ospedali pubblici e l’accesso all’assistenza sanitaria definito complicato, disincentivante e discriminante per la minoranza rom.

Foto: (c) Harry van Gorkum, Lightstalkers.org

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Un commento

  1. Brava Simona, ottimo articolo. E’ fondamentale far conoscere queste realtà, al fine di non sottovalutarne la pericolosità. Prima di tutto perché è decisamente angosciante che attualmente vengano ancora praticati questi metodi nazisti, a spese del corpo delle donne. Inoltre perché, se pensiamo che queste politiche siano delle barbarie, “distanti da noi”, e non riguardano la nostra Italia, ci sbagliamo di e grosso: la sterilizzazione che avviene in Slovacchia è solo il caso estremo di una discriminazione più ampia, socialmente condivisa contro le popolazioni Rom e Sinti, che purtroppo non conosce confini statali. Frasi del tipo ” dovrebbero sterilizzare le zingare” “non dovrebbero più fare figli” oppure “non so come faccia un bambino a crescere in quella cultura” le ho sentite in svariati contesti, dalle dichiarazioni di politici fino al signore seduto accanto in autobus. Come hai sottolineato tu l’essere donna e rom ti rende vittima di una doppia discriminazione, diventi una cittadina di serie B, senza il diritto di far valere la tua opinione, nemmeno per quanto riguarda le decisioni sul proprio corpo. Grazie quindi per aver scritto su questi fatti, poiché ci fa vedere fino a che punto può arrivare il razzismo e la follia umana.