TURCHIA: L'intervento in Siria e le risposte di Mosca, per una soluzione non diplomatica della crisi

Mercoledì 3 ottobre, la caduta di un razzo proveniente dalla Siria ha ucciso cinque abitanti del villaggio turco di Akcakale. L’esercito di Ankara ha subito risposto al fuoco, così come sta ribattendo colpo su colpo da ormai quattro giorni, ad altri razzi che si sono abbattuti sul suolo turco senza fare vittime. Così, sebbene tutti si siano affrettati a dire il contrario, Turchia e Siria si trovano di fatto in guerra. Analisti e politici locali ed internazionali, negano fermamente la possibilità di una escalation militare tra i due paesi. Ma per quanto improbabile, potrebbe essere proprio un’escalation militare la chiave per sbloccare un conflitto che ha mietuto quasi ventisei mila vittime in sedici mesi e che nessuno sembra intenzionato a fermare? Forse.

Il coinvolgimento turco nella guerra civile siriana non è certo iniziato il 3 ottobre. Già da settembre si parla di ben due brigate dell’Esercito Libero Siriano guidate da ufficiali turchi. Dall’inizio dell’estate lo stesso Esercito Libero Siriano ripara in territorio turco per rifornirsi di armi e rifocillare i propri uomini. Forse proprio per queste ragioni un jet militare turco è stato abbattuto il 24 giugno scorso, probabilmente dal regime siriano come atto di rappresaglia e alla luce dei più recenti eventi, di monito per il futuro. Ma se in quella circostanza il vulcanico Premier turco Recep Tayyp Erdogan aveva saputo saggiamente tenere a bada gli istinti più bellicosi, non poteva invece rimanere politicamente immobile di fronte all’ultimo episodio che ha portato all’uccisione di cinque cittadini turchi.

Quindi, sebbene siano in molti ad evitare di proposito il termine escalation, non si può però certo sfuggire dal registrare un deciso incremento delle attività militari. Erdogan ha sintetizzato come un vero Cesare la posizione del suo paese: ‘Si vis pacem para bellum’. Ecco allora che a fianco di rassicuranti dichiarazioni per mezzo stampa, “non vogliamo una guerra con la Siria”, Ankara risponde immediatamente agli attacchi provenienti dalla Siria, mobilita i carri armati lungo il confine e autorizza persino il proprio esercito a compiere azioni militari oltre confine, per i prossimi dodici mesi, senza bisogno di autorizzazione parlamentare. Se il dado non è tratto, l’inviolabilità del suolo turco è stata comunque sancita pubblicamente.

Ma non sarebbe certo un’iniziativa unilaterale turca a fermare l’eccidio siriano. Anche se potrebbe esserne il punto di partenza. Come? La Turchia, membro NATO, a causa degli attacchi iniziati il 3 ottobre, ha tecnicamente il diritto di appellarsi all’articolo V dell’Alleanza Atlantica che prevede la difesa comune di un paese membro sotto attacco, nel caso in cui quest’ultimo non sia in grado di difendersi autonomamente. Militarmente, la Turchia è perfettamente in grado di reagire agli attacchi siriani: il suo esercito è di gran lunga quantitativamente e qualitativamente superiore a quello di Damasco, nonostante i recenti aggiornamenti di matrice russa. Ma è politicamente che Ankara non ha la forza per fronteggiare Mosca, longa manus militari del regime di al-Assad. Tuttavia, se la NATO ritenesse imperativo contribuire a mettere in sicurezza un area a cavallo del confine turco-siriano, senza l’ambizione di spodestare il regime di Bashar al-Assad, ma soltanto al fine di garantire la sicurezza di uno stato membro e di evitare altre morti tra i civili turchi, costringerebbe in questo modo Mosca ad una scelta dirimente. La Russia sarebbe così costretta a scegliere se continuare a fornire armi a coloro che si troverebbero nella possibilità di aprire il fuoco contro militari NATO o interrompere il suo sostegno militare ad al-Assad, segnandone la sua inevitabile caduta.

Seppure di difficile applicazione da un punto di vista operativo militare, e di ancora più difficile giustificazione politica per i governi dei paesi NATO che vi parteciperebbero, una decisione della NATO in stile Bosnia, ovvero di intervenire senza mandato ONU, avrebbe se non altro la capacità politica di ‘stanare’ la Russia dal suo gioco a nascondino. Se Mosca si trovasse a sostenere politicamente e militarmente un regime, quello siriano di al-Assad, contro il quale la NATO si è apertamente schierata, politicamente e militarmente, i variati rapporti di forza potrebbero imporre una svolta drammatica al conflitto.

In questo modo infatti la Russia non potrebbe più nascondersi dietro al diritto di veto che ha sinora esercitato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, al fine di prevenire qualsiasi iniziativa contro al-Assad e sarebbe costretta a prendere una posiziona aperta, di sostegno o di condanna nei confronti della Siria. Sfortunatamente, qualora Mosca dovesse decidere di sostenere incondizionatamente Damasco il rischio di una escalation in pieno stile Guerra Fredda sarebbe un’opzione realistica. Di certo c’è che un tale scenario sbloccherebbe una situazione in fase di stallo per la quale nessuno dei maggiori attori internazionali ha voluto assumersi la minima responsabilità, lasciando così che il massacro sia perpetuato ogni giorno con maggiore violenza.

Fermare la violenza con altra violenza non è mai una buona soluzione. D’altra parte continuare ad assistere inermi al perpetuarsi di feroci violenze lascia pesanti dubbi morali e di umana solidarietà. Un dilemma forse di impossibile soluzione. Ci vuole grande cautela certo, ma soprattutto grande coraggio e leader con abilità politiche di altissimo livello, che probabilmente sono la vera merce rara nel mondo odierno delle relazioni internazionali. Forse mostrarsi politicamente audaci e anche un po’ provocatori proprio nell’anno in cui si festeggiano i 50 anni della felice risoluzione della crisi che più di altre portò il mondo sull’orlo dell’Apocalisse potrebbe essere di buon auspicio.

Chi è Pietro Acquistapace

Laureato in storia, bibliofilo, blogger e appassionato di geopolitica, scrive per East Journal di Asia Centrale. Cura il blog Farfalle e trincee, e una pagina FB su Mongolia e Asia Centrale. Ha collaborato per varie riviste come Asia Blog e per il bollettino di Soyombo, associazione dedita alla diffusione della cultura mongola. Nel 2011 è andato fino in Mongolia in Panda.

Leggi anche

TURCHIA: Le amministrative di Istanbul saranno ripetute

La decisione è frutto delle proteste del partito governativo AKP. La reazione del partito oppositore e vincitore a Istanbul, CHP, denuncia un'assenza di democrazia e la presenza di un governo dittatoriale in Turchia.

2 commenti

  1. Ottimo articolo, analisi molto interessante.

  2. Sembra chiaro che nel pantano siriano nessuno ci vuole mettere le mani. Il problema sarà risolto dal “generale tempo”.

Privacy Preference Center