Consiglio d'Europa Kosovo

KOSOVO: Vicina l’adesione al Consiglio d’Europa, ma restano i nodi con la Serbia

Nonostante le tensioni con Belgrado per l’uso del dinaro nel nord del paese e il censimento in corso, il Kosovo è vicino al Consiglio d’Europa.

Il Kosovo è vicino all’ingresso nel Consiglio d’Europa, dopo il voto positivo ricevuto nella commissione Affari Politici dell’Assemblea dell’organizzazione, lo scorso 27 marzo. Un passaggio importante per Pristina, che da anni ha avviato il dialogo per l’ingresso nel Consiglio d’Europa. L’organo ha l’obiettivo di assicurare il rispetto di tre principi fondamentali: la democrazia pluralista, i diritti umani e la preminenza del diritto. Va da sé che farne parte preveda la garanzia di questi principi e l’espressione favorevole di due terzi degli stati membri. Su quest’ultimo aspetto sono aumentate notevolmente le speranze lo scorso anno, dopo il raggiungimento dell’accordo di Ohrid e l’uscita della Russia dal Consiglio.

Per l’avanzamento nel percorso di adesione, è stata nominata da parte del Consiglio d’Europa una relatrice per la valutazione sullo stato della democrazia in Kosovo, Dora Bakoyannis. Dopo la sua raccomandazione positiva, che accoglie favorevolmente “un ampio elenco di impegni assunti per iscritto dalle autorità del Kosovo”, sottolineando che l’adesione “porterebbe al rafforzamento degli standard dei diritti umani garantendo l’accesso alla Corte europea dei diritti dell’uomo a tutti coloro che si trovano sotto la giurisdizione del Kosovo”, e il voto favorevole in commissione, mancano solo due passaggi prima dell’adesione. Il 18 aprile la sessione plenaria del Consiglio d’Europa si riunirà per esprimere il voto sul tema, che verrà poi completato dalla decisione ultima del consiglio dei Ministri nel mese di maggio.

La mossa strategica di Kurti

Poco prima della valutazione positiva di Dora Bakoyannis al Consiglio d’Europa, da Pristina arriva la notizia dell’annuncio da parte del primo ministro Albin Kurti della restituzione al Monastero di Visoki Dečani di 24 ettari di terreno, da anni al centro di una battaglia legale e politica. Un passo cruciale che ha trovato appoggio nella comunità internazionale, evidenziando la volontà di affrontare le questioni territoriali e di accogliere i diritti delle minoranze religiose nella regione.

I terreni del Monastero di Visoki Dečani sono infatti da tempo oggetto di disputa a causa della complessa storia politica e culturale della regione. Simbolo importante per la minoranza serba, si trova in un territorio a maggioranza albanese e ha frequentemente contributo a tensioni interetniche. Dispute giuridiche riguardanti i terreni hanno portato a contrasti tra le autorità locali e il monastero, a cui è stata per anni negata la proprietà su alcuni terreni circostanti. La lunga presenza di una missione internazionale come la KFOR a protezione della struttura riflette in questo senso l’interesse da parte della comunità nel mantenere la stabilità nella regione. Da qui, capiamo il valore della decisione del governo di Pristina e il suo chiaro obiettivo di accelerare le valutazioni sulla sua ammissibilità al Consiglio d’Europa.

Resta aperto il tema della sicurezza

Sebbene la notizia della restituzione dei terreni al Monastero e l’avanzamento nel processo di adesione all’organizzazione internazionale siano giunte con entusiasmo, non mancano i “ma”. Di fronte alla possibilità di questo avanzamento all’interno del Consiglio d’Europa, infatti, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha minacciato l’uscita della Serbia dall’organizzazione. Ricatto che viola tuttavia l’Accordo di Bruxelles (2023) tra le parti, in cui viene sancito che non ci può essere un’opposizione da parte di Belgrado per l’adesione del Kosovo ad alcun organo internazionale (punto 4).

Il tema della sicurezza nel nord del paese nell’ultimo anno inoltre non è passato inosservato e, anzi, si è ripresentato anche in queste settimane decisive per il Kosovo. La stessa commissione e il report di Bakoyannis chiedono un chiaro impegno post-adesione da parte di Pristina per la normalizzazione dei rapporti con la Serbia con la creazione di una struttura che garantisca autonomia ai comuni a maggioranza serba in Kosovo, in linea con i precedenti accordi raggiunti con la mediazione dell’Unione europea. Nonostante i passi avanti per l’apertura di nuove porte, le tensioni restano – peraltro su più fronti. Lo conferma la recente decisione di Pristina di vietare l’uso del dinaro serbo nel paese, creando non poche difficoltà finanziarie ai serbi che lo utilizzano abitualmente. Questo divieto è arrivato sui tavoli negoziali a Bruxelles, dove la mediazione dell’Unione europea rappresentata da Miroslav Lajčák proprio in questi giorni sta cercando di definire un accordo di risoluzione.

Su un altro fronte, invece, il 5 aprile l’Agenzia statistica del Kosovo ha confermato l’avvio del censimento – attività che non veniva svolta dal 2011 e da cui si evinceva una stima di circa 1.8 milioni di abitanti. Il partito dei serbi del Kosovo, la Lista Serba (Srpska Lista), ha però dichiarato di non voler partecipare alla registrazione, ponendo un grosso interrogativo sui risultati finali. I censimenti sono questioni delicate nell’area dei Balcani occidentali – paesi con tassi di natalità in spirale, migrazioni di massa e tensioni etniche che minano gli sforzi per fornire dati accurati sulla popolazione.

La voce della Lista Serba si fa anche sentire su un altro appuntamento cruciale in tema di sicurezza e stabilità. Il 21 aprile è infatti previsto il voto per la destituzione dei quattro sindaci albanesi del nord del paese, le cui elezioni avute luogo lo scorso anno avevano generato crescenti tensioni tra Serbia e Kosovo. La Lista, strettamente legata a Belgrado, ha annunciato il boicottaggio e il ritiro dei suoi rappresentanti dalla Commissione elettorale centrale, rendendo così quasi impossibile la destituzione dei quattro sindaci, che avrebbe aperto le porte ad elezioni anticipate e alla probabile vittoria di sindaci serbi. Una scelta ostruzionista, quella del partito dei serbi del Kosovo, che ha ricevuto reazioni critiche dalla comunita’ internazionale.

Le prospettive future

Il percorso verso l’ammissione del Kosovo al Consiglio d’Europa va dunque letto come un significativo progresso verso l’integrazione internazionale e il rispetto dei diritti umani nella regione. La decisione strategica di restituire i terreni al Monastero di Dečani riflette infatti l’impegno del governo kosovaro nel raggiungere l’obiettivo Europa.

Tuttavia, le tensioni rimangono palpabili, soprattutto riguardo alla sicurezza nel nord del paese e alle controversie con la Serbia. L’avvio del censimento rappresenta un’opportunità per fornire dati sulla popolazione, ma solleva anche interrogativi su possibili ulteriori tensioni etniche, alimentate dall’attuale contesa sul divieto dei dinari. Tanti tasselli che si sovrastano durante queste settimane cruciali per il Kosovo, tra occasioni favorevoli e criticità da contenere.

Foto: EPA/VALDRIN XHEMAJ

Chi è Ivana Ristovska

Nata nel 1996 a Štip (Macedonia del Nord), vive in Piemonte. Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con una sosta francese a Sciences Po Lyon e una formazione pregressa in Comunicazione Interculturale. Attualmente operativa nel settore della progettazione ambientale. Attività che trova posto accanto ad un costante sguardo verso la storia e il presente dell'area balcanica. Ne parla qui su East Journal.

Leggi anche

guerra targhe

BALCANI: Tra Kosovo e Serbia la fine della guerra delle targhe e quel sottile filo che non si spezza

Facendo seguito ad un'analoga disposizione del governo serbo di fine anno, anche il Kosovo ha deciso di consentire alle auto serbe di entrare nel proprio paese senza alcun contrassegno. E' la fine della guerra delle targhe, una guerra che ha fatto da sfondo costante a tutti i più drammatici sviluppi degli ultimi anni

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com