TURCHIA: La condanna di Osman Kavala a nove anni da Gezi

 

A nove anni esatti dall’inizio delle proteste di Gezi Park, a Istanbul, la condanna all’ergastolo per il filantropo e attivista Osman Kavala con l’accusa di aver cospirato contro il governo proprio attraverso quel movimento, arriva come una doccia fredda nella tarda serata dello scorso 25 aprile.

Inaspettata perché, nel Febbraio 2020, Kavala era stato scagionato da quell’accusa, sebbene mai scarcerato perché presto riaccusato di aver partecipato al tentato golpe del 2016. Il caso Gezi è stato riaperto nel Maggio 2021 dalla corte d’appello, ignorando il verdetto della Corte europea dei diritti dell’uomo del Novembre 2019 che aveva ordinato l’immediata scarcerazione di Kavala e le conseguenti sanzioni del Consiglio d’Europa.

Con lui e per averlo aiutato, sono state condannate a 18 anni di reclusione altre 7 persone: Mücella Yapıcı, Çiğdem Mater, Hakan Altınay, Mine Özerden, Can Atalay, Tayfun Kahraman e Yiğit Ali Ekmekçi.

In assenza di prove concrete

Come racconta il live blog della testata online Bianet, quella del 25 aprile è stata l’ennesima seduta alla corte penale di Çağlayan senza la presenza fisica di Kavala, che, fino alla più recente sentenza, aveva trascorso 1637 giorni nella prigione di Silivri, alla periferia di Istanbul. Un problema tecnico con i sistemi di videconferenza gli hanno consentito di partecipare solo a fotocamera disattivata, come evidenziano gli schizzi dell’illustratore Murat Başol, l’unica fonte possibile per visualizzare quei momenti.

Tra le persone coinvolte nel processo di Gezi c’è anche il giornalista Can Dündar, già arrestato per il processo al quotidiano Cumhurriyet, ora in esilio in Germania.

Oltre a quello di Gezi, c’è un altro anniversario alle porte, quello della fondazione della Corte Costituzionale turca, ed è proprio con questo promemoria che uno degli avvocati degli imputati presenti ha iniziato la sua arringa, certa che, in assenza di prove, la sua stessa difesa non abbia poi molto valore. Infatti, è questa la dichiarazione ufficiale degli avvocati degli ormai condannati: nulla è stato dimostrato, niente lascia intendere che siano stati commessi dei crimini reali, “perché chiedere a un governo di dimettersi non è reato”. A sua discolpa, la corte ha assicurato che i post pubblicati sui social media, le dichiarazioni alla stampa e gli slogan durante le manifestazioni non siano stati oggetto di prova ai fini della sentenza.

“In Turchia, non abbiamo ancora imparato l’importanza di avere un sistema giudiziario indipendente”, ha continuato uno degli avvocati, “questo processo e le accuse al mio cliente confermano ancora una volta quanto tutto sia politicizzato”.

I giudici, però, hanno deciso: nel 2013, Osman Kavala ha tentato di rovesciare il governo ed era in procinto di organizzare un colpo di stato, ed è poi stato parte dell’organizzazione del tentato colpo di stato del 2016, incassando un’ulteriore accusa di spionaggio.

Perché il processo è ripreso dopo l’assoluzione?

Sempre secondo Bianet, il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, sarebbe il diretto responsabile della riapertura del caso nel 2021: non poteva sopportare che il presunto fautore delle proteste di Gezi rischiasse di uscire di galera. Bianet ritiene che, a seguito di una dichiarazione di Erdoğan durante una riunione di partito, i tre giudici della corte penale responsabili della sentenza siano stati indagati. Da lì, l’accusa, nella persona di Edip Şahiner, ha chiesto di rovesciare il verdetto.

Lo stesso governo ha definito gli avvertimenti del Consiglio d’Europa “un’interferenza” e, lo scorso Ottobre, il ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu era pronto a dichiarare persona non grata gli ambasciatori di 10 Paesi (Canada, Danimarca, Francia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Finlandia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Svezia) per aver sottoscritto un appello a favore della scarcerazione di Osman Kavala. Non si rischia una crisi diplomatica del genere se non per un vero nemico dello stato.

Nella sua ultima dichiarazione pubblica, Osman Kavala ha sottolineato di non essere mai stato interrogato dall’ufficio del Pubblico Ministero per ciò che concerne l’eventuale coinvolgimento nel tentato golpe del 2016. “Non interrogandomi, l’accusa non ha svolto il suo compito. D’altronde, se lo scenario di fantasia che hanno costruito è già dato per vero, capisco che non ci sia bisogno di alcun interrogatorio”.

I condannati non si arrendono

Sia i partiti dell’opposizione che le associazioni internazionali per i diritti umani (da Amnesty International a Human Rights Watch) sono unanimi nel condannare la pagina più nera della storia della giustizia in Turchia. Con ogni probabilità, la difesa farà ricorso a questa sentenza disperata.

“Ogni luogo è Taksim, ogni luogo è resistenza” è lo slogan del 2013, urlato in aula dopo il verdetto. “Non credo sia detta l’ultima parola” ha dichiarato Mücella Yapıcı, una delle sette persone condannate a 18 anni di reclusione. “Non ho commesso furti, reati, corruzione. Sono orgogliosa della mia vita e vi auguro, giunti alla mia età, di essere altrettanto orgogliosi della vostra”.

I condannati non vogliono mollare, e con queste parole Osman Kavala concludeva il suo lungo comunicato dello scorso 22 aprile: “dopo aver perso quattro anni e mezzo della mia vita, trovo consolazione solo nel fatto che questo processo possa contribuire ad affrontare i problemi cruciali del sistema giudiziario in Turchia, così che chi si confronterà con la corte in futuro possa ricevere un trattamento più giusto”.

foto: illustrazione di Murat Başol

Chi è Eleonora Masi

Classe 1990, una laurea in Relazioni Internazionali ed esperienze in Norvegia, Germania, ma soprattutto Turchia, di cui si occupa dal 2015. Oltre a coordinare la redazione dell'area del Mediterraneo orientale per East Journal svolge il ruolo di desk per The Bottom Up mag.

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