GEORGIA: La centrale idroelettrica di Namakhvani non si farà?

Lo scorso 22 settembre la società turca Enka Renewables si è ritirata dal controverso progetto di costruzione della centrale idroelettrica di Namakhvani, in Imerezia (nord-ovest della Georgia). Dal valore di circa 800 milioni di dollari, quello di Namakhvani avrebbe dovuto essere il più ambizioso progetto energetico nella storia della Georgia indipendente. Enka Renewables ha annunciato la decisione facendo riferimento a “violazioni del contratto” da parte del governo georgiano e a “cause di forza maggiore”.

Come avevamo raccontato in precedenza su East Journal, nell’autunno del 2020 i residenti locali, uniti nel movimento Save Rioni Valley, avevano installato un accampamento di protesta nei pressi del cantiere, per ostacolare il proseguimento dei lavori. Secondo gli attivisti, il progetto di Namakhvani sarebbe stato autorizzato dal governo georgiano illegalmente, senza effettuare le dovute valutazioni dell’impatto ambientale: questo risulterebbe devastante per l’ecosistema unico della valle del fiume Rioni, ma anche per le vite dei residenti locali – centinaia dei quali si ritroverebbero sfollati. Inoltre, i termini del contratto tra Enka Renewables e il governo georgiano non sarebbe trasparenti e comporterebbero costi finali troppo elevati per i consumatori di energia elettrica.

Le crescenti critiche avevano spinto il governo ad imporre una moratoria di 9-12 mesi sui lavori lo scorso aprile, al fine di condurre accertamenti sul progetto. Le proteste erano però andate avanti, raggiungendo il culmine a fine maggio: migliaia di manifestanti avevano bloccato le strade della capitale, Tbilisi, dopo che le autorità avevano di fatto impedito ogni possibilità di protestare nella valle del Rioni.

A settembre, gli attivisti hanno deciso di ritirarsi dal processo di mediazione intorno al progetto, avviato a giugno sotto l’egida della Comunità dell’Energia europea. Pochi giorni dopo è arrivato l’annuncio del ritiro di Enka Renewables, che si era rifiutata di prendere parte al processo di mediazione. Sebbene la società non abbia fornito ulteriori spiegazioni in merito alla decisione, nel testo del contratto tra Enka Renewables e il governo georgiano erano elencate una serie di cause di forza maggiore per le quali la società avrebbe potuto ritirarsi dal progetto: tra queste, “proteste che minacciano o impediscono i lavori per oltre 21 giorni su un periodo di sei mesi”.

Gli attivisti di Save Rioni Valley e i loro sostenitori hanno celebrato il ritiro di Enka Renewables come una vittoria del movimento. La decisione rischia però di generare ulteriori problemi per lo stato georgiano, nettamente svantaggiato dalle clausole di recessione del contratto. Inoltre, come riportato da Eurasianet, restano ancora molti punti di domanda riguardo ai futuri sviluppi – specialmente in merito ai diritti di proprietà delle terre cedute (per i prossimi 99 anni) ad Enka Renewables, agli eventuali risarcimenti che il governo georgiano si ritroverà a pagare, nonchè alla possibilità che il progetto non venga abbandonato ma semplicemente attribuito ad un’altra società.

Tra le ragioni che spingono il governo georgiano a portare avanti (controversi) progetti di costruzione di nuove centrali idroelettriche nel paese c’è quella dell’indipendenza energetica. Attualmente, la Georgia è dipendente dall’importazione di energia elettrica dai paesi vicini, principalmente l’Azerbaigian e la Russia. Le importazioni georgiane dalla Russia sono aumentate in maniera costante nel corso degli ultimi anni, tanto che la Russia sarebbe diventata nei primi sei mesi del 2021 il principale fornitore di energia elettrica del paese (61% delle importazioni totali di energia), sorpassando nettamente l’Azerbaigian (29%).

Secondo alcuni esperti, la sospensione del progetto di Namakhvani renderebbe il paese ancora più dipendente dalla Russia – e quindi potenzialmente più vulnerabile a boicottaggi energetici da parte di Mosca. Gli attivisti ambientalisti sostengono invece che la sicurezza energetica del paese possa essere garantita con soluzioni aventi un impatto meno dannoso sull’ambiente e sullo stile di vita delle popolazioni locali: ad esempio, fonti alternative di energia rinnovabile (solare o eolica), l’uso di materiali di costruzione a risparmio energetico o il miglioramento dell’efficienza delle numerose centrali idroelettriche già esistenti nel paese fin dall’epoca sovietica.

Immagine: Flickr (Herbert Frank)

Chi è Laura Luciani

Nata a Civitanova Marche il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacia firmavano un accordo sulla dissoluzione dell'URSS. Attualmente è dottoranda in scienze politiche presso la Ghent University (Belgio), con una ricerca sulle politiche dell'Unione europea per la promozione dei diritti umani e il sostegno alla società civile nel Caucaso meridionale. Oltre a questi temi, si interessa di spazio post-sovietico in generale, di femminismo e questioni di genere, e a volte di politiche linguistiche. E' co-autrice del programma "Kiosk" di Radio Beckwith.

Leggi anche

crisi politica georgia

GEORGIA: Passano le stagioni, non la crisi politica

Le speranze che la crisi politica potesse risolversi con l'accordo mediato dall'UE si sono vanificate e, mentre Sogno Georgiano viene travolto da scandali e gravi accuse, le elezioni locali di ottobre diventano sempre più cruciali per il futuro del paese.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com