La Jugoslavia e la questione di Trieste tra 1945 e 1954

È uscito l’8 ottobre 2020 il volume La Jugoslavia e la questione di Trieste 1945-1954 di Federico Tenca Montini, edito da Il Mulino. Si tratta di un’opera necessaria che va a coprire una lacuna negli studi del Novecento italiano. Come sottolinea Jože Pirjevec nell’introduzione, l’autore, rispetto agli altri storici che si sono occupati della questione giuliana, “ha avuto un vantaggio notevole” (p. 11), ovvero la conoscenza linguistica che gli ha permesso di ricostruire in maniera organica il delicato periodo storico anche sulla base degli archivi jugoslavi.

Adattamento della tesi di dottorato che Federico Tenca Montini ha discusso nel 2018 in cotutela tra gli atenei di Teramo e Zagabria, il testo si presenta diviso in tre sezioni.

La prima parte prende avvio dalla fine del conflitto mondiale fino al noto dissidio tra Stalin e Tito (1948) che rese la Jugoslavia “il paese più isolato al mondo” (p. 127); la seconda analizza i rapporti tra Jugoslavia e blocco occidentale conseguenti a questa data; la terza infine ricostruisce minuziosamente le lunghe (quasi estenuanti!) trattative diplomatiche che portarono alla consegna definitiva di Trieste e della zona A alla repubblica italiana, in seguito alla Nota bipartita dell’8 ottobre 1953 (non sarà un caso che l’uscita del libro sia coincisa con questo fondamentale anniversario storico). Ma Trieste, ci racconta il libro di Tenca Montini, poteva anche seguire un destino completamente diverso. 

La questione dei territori giuliano, isontino, istriano nel periodo post-bellico è rimasta per molti versi ignota e poco approfondita nella storiografia, spesso sconosciuta — benché vicinissima nel tempo — agli stessi abitanti della zona. Eppure, come ricorda Pirjevec, Trieste, ben prima di Berlino, è stata “un simbolo della Guerra fredda, un punto di disaccordo tra Mosca e Belgrado da una parte, Washington, Londra e Roma dall’altra, che per qualche giorno nel maggio del ’45 sembrava potesse addirittura sfociare nella terza guerra mondiale” (p. 7).

Tra la zona A, assegnata all’amministrazione anglo-americana, e la zona B, assegnata a quella jugoslava, sorge in questi anni la fantasia del Territorio Libero di Trieste, da porre sotto la tutela del Consiglio di sicurezza Onu (un’utopia che stenta a morire anche oggi): un’entità statale che a Belgrado appariva “comunque meglio di una cattiva divisione [territoriale]” (p. 157) e che anche dal punto di vista locale veniva guardata di buon grado, sulla base dell’“intuizione che un territorio posto al confine tra i blocchi occidentale e comunista e posto sotto la tutela dell’Onu avesse prospettive di assistenza economica più attendibili che se Trieste fosse tornata all’Italia” (pp. 106-7). Dopotutto, la stessa diplomazia inglese durante i trattati di pace “propose la creazione di uno Stato libero”, “uno stato cuscinetto” (p. 72) nella regione. Al tempo, “i margini perché l’Italia influisse sulle decisioni della Conferenza di pace erano praticamente inesistenti. Nella sua posizione di paese sconfitto, non le rimaneva che affidare la tutela dei propri interessi […] alla preferenza dei governi occidentali” (p. 83).

Il destino di Trieste si gioca quindi altrove, sui tavoli delle cancellerie internazionali e per molti versi nella politica interna italiana. In una condizione infelice si ritrovò in particolare il PCI, indeciso sulla posizione da assumere rispetto al capoluogo giuliano e ai compagni jugoslavi. Nel 1946, allora, “Tito e Togliatti concordarono un compromesso basato sul passaggio all’Italia di Trieste, mentre alla Jugoslavia sarebbe spettato il resto dei territori contesi compresa la città di Gorizia” (p. 86); tuttavia, una levata di scudi generale affossò (forse troppo in fretta) il progetto.

L’eventualità di un referendum da sottoporre alla popolazione locale venne sempre scartata, benché più volte rievocata: De Gasperi infatti “era contrario all’idea di un plebiscito per la Venezia Giulia, perché ciò avrebbe costituito un pericoloso precedente per l’Alto Adige” (p. 72).

In questi anni Trieste finisce per giocare a livello italiano tutt’al più il ruolo infelice (e, per la sua anima storica e geografica eterogenea, profondamente indegno) di simbolo di una certa italianità tronfia, passato anche attraverso cultura, sport, musica (nel 1952 Vola colomba, cantata da Nilla Pizzi, si aggiudicò il festival di Sanremo). Nel frattempo si traduce anche in azioni violente, come i pogrom anti-sloveni del goriziano e le “Giornate di sangue” di Trieste dell’autunno del 1953.

E tra le tante chance rimaste insondate, ci fu quella della ratifica italiana della Comunità europea di difesa, che avrebbe controbilanciato il ruolo della Nato: fu questo, osserva De Leonardis in una citazione riportata nel volume di Tenca Montini, “l’effetto più grave della crisi su Trieste”.

East Journal presenterà il libro assieme all’autore Federico Tenca Montini giovedì 29 ottobre alle ore 18.30 in diretta Facebook. L’incontro sarà poi disponibile sul nostro canale YouTube.

Chi è Martina Napolitano

Dottore di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, è direttrice editoriale di East Journal e scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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