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JUGOSLAVIA: Storia di una transizione che ha disgregato un paese senza portare democrazia

Trent’anni fa il 1990, l’ultimo anno della Jugoslavia unita. L’ultimo anno in cui si poté dire che si “andava al mare in Jugoslavia”: dopodiché, lentamente, si imparerà a dire che si va in vacanza in Croazia, anche se nei primi anni novanta i pernottamenti dei turisti sulla costa dalmata scenderanno ai livelli del 1960. D’altronde nel 1990 giungeva a maturazione quel crescendo rossiniano che erano stati gli anni ottanta, ovvero un vorticoso e confuso processo di strappi, di fratture, di rivalità senza fine, in un clima rissoso e violento da “osteria balcanica”, per dirla con Krleža. Samo da rata ne bude, “Basta che non ci sia la guerra”, titolava una canzone del notissimo cantautore Đorđe Balašević nel 1986, quando mancano ancora cinque anni all’inizio degli scontri armati e nessuno immagina il tragico epilogo. Eppure già c’è “qualcosa nell’aria” e c’è fin dalla morte di Tito: infatti nella canzone Balašević ricorda il 1980 – l’anno della morte del Maresciallo – ed il “treno nero” che si porta via la salma di Tito. E su questo treno se ne va lui stesso ed il paese intero. 

In un certo senso è vero: a tappe, il paese chiamato Jugoslavia se ne stava andando alla deriva, come nell’onirica scena finale di “Underground” di Emir Kusturica, e il 1990 fu solo l’anno della sua massima insostenibilità sistemica. Lo state building jugoslavo si reggeva e trovava giustificazione su quattro elementi: il titoismo, il partito (o meglio, la Lega), la struttura federale, le forze armate. Il titoismo non era solo la mitopoiesi del Maresciallo, ma anche il socialismo in salsa autogestionaria e una “partigianocrazia” che nasceva dal “mito sacrificale” della seconda guerra mondiale, un mito unitarista ed antifascista che veniva ossessivamente ricordato nella diffusione degli spomenik (si veda in rete il ricco sito Spomenik Database). Ma il titoismo e i suoi collegati erano stati erosi velocemente negli anni ottanta, tanto è vero che la Titova štafeta fu fatta per l’ultima volta nell’87 ed il socialismo autogestionario non aveva più credibilità né ideologica (l’89 era appena consumato) né tantomeno economica, viste le privatizzazioni (eufemisticamente chiamate “trasformazioni della proprietà”) avviate dal premier Marković e l’inflazione che raggiunse il 120%.

Il partito si dissolse nel gennaio del 1990, quando nell’immensa sala blu del Sava Centar di Novi Beograd la delegazione slovena guidata da Milan Kucan abbandonava i lavori e se ne ritornava a Lubiana. Ormai gli eventi correvano su strade diverse: in tutte le repubbliche si svolsero le prime elezioni politiche e la Lega dei comunisti – non più federale ma segmentata per repubblica, mutata di nome e riciclata nei suoi dirigenti – conosceva sorti diversissime. L’irrilevanza in Slovenia, Bosnia, Macedonia e nella Croazia di Tudjman o ancora il potere per i ribattezzati partiti socialisti in Serbia ed in Montenegro. Veloce fu la transizione dal comunismo al nazionalismo, dato che – secondo il politologo belgradese Vladimir Goati – entrambi sono ideologie collettivistiche, mentre la democrazia si basa sull’individuo. Per cui facile è stata la transizione dai concetti di classe, interesse di classe, nemico di classe a quelli di nazione, interesse nazionale, nemico della nazione.

Malgrado il motto della “fratellanza e unità”, la Federazione non riuscì nemmeno a “legare” lo spazio economico jugoslavo: nel 1970 lo scambio di merci e servizi avveniva per il 60% all’interno delle singole repubbliche, nel 1980 si era saliti al 69% per crescere ancora nel corso degli anni ottanta in un vortice inarrestabile di “nazionalismo economico” (la Croazia ed il Montenegro erano le repubbliche più “autarchiche” grazie al turismo) che virerà ben presto in nazionalismo tout court. Lo stesso numero di imprese autogestite con unità produttive in due o più repubbliche – previste dalla Costituzione del 1974 al fine di saldare gli interessi delle varie aree jugoslave – rimarrà irrilevante. D’altronde la stessa Costituzione disegnava una struttura di fatto confederale con una implicita sovranità di repubbliche e regioni autonome ed un esplicito diritto alla secessione per le sei repubbliche. Si può dire che la Carta costituzionale del ’74 fu il tentativo, estremo se non estremista, di bilanciare le esigenze del centro federale con le crescenti pressioni che montavano nelle repubbliche. Arrivando ad una “feudalizzazione” repubblicana che paralizzava la Federazione attraverso i poteri di veto incrociati, una “vetocrazia” che portava a defatiganti negoziazioni tra repubbliche e quindi all’impotenza decisionale. Per cui alla fine degli anni ottanta la Costituzione federale kardeljana veniva stravolta o ignorata, mentre le nuove Costituzioni nazionali (e nazionalistiche) la sostituivano velocemente e già nel 1990 Croazia e Serbia si davano le loro nuove Carte costituzionali. 

Infine le forze armate (la JNA). Alla fine degli anni ottanta si erano ridimensionate rispetto al passato, ma erano pur sempre le più potenti dei Balcani nonché l’istituzione federale più vasta e costosa: controllava un complesso industriale che assorbiva grandi somme provenienti soprattutto dalle repubbliche settentrionali (al budget di 2,2-2,9 miliardi di dollari la Slovenia contribuiva con un miliardo circa). Sarà proprio la Slovenia ad entrare in conflitto con l’Armija (all’inizio con la corrosiva rivista “Mladina”) fino ad arrivare, nel settembre del 1990, ad impedire alle proprie reclute di fare il servizio militare al di fuori di Slovenia, Croazia e Bosnia. Ormai la JNA, nata dall’epopea unitarista della guerra partigiana di liberazione, stava per divenire “un esercito senza Stato” (Vojska bez drzave, dal titolo del libro che l’allora ministro della Difesa Kadijevic pubblicò nel 1993), per poi fratturarsi in tante bande l’una contro l’altra armate l’anno seguente

Samo da rata ne bude, la canzone di Balašević, divenne presto l’inno contro la guerra di tutti i pacifisti jugoslavi: un inno però desolatamente inascoltato. In realtà la guerra, come un fiume carsico, correva nemmeno tanto sottotraccia già nel 1990 attraverso le violenze delle etno-tifoserie croate e serbe negli stadi, antipasti di ben più corpose future violenze. Ecco perché allo stadio Maksimir di Zagabria ancora oggi una lapide ricorda “i tifosi della Dinamo, la cui guerra cominciò il 13 maggio 1990”.

Immagine: sondaggibidimedia.com

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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