Sono passati ormai più di 20 anni da quel 6 gennaio 1992, data in cui il Nagorno-Karabakh – territorio del Caucaso meridionale arroccato al confine tra Armenia e Azerbaigian – proclamò l’indipendenza della propria repubblica. Da allora, però, in tutto questo tempo, il dibattito sul riconoscimento non ha compiuto ancora nessun passo importante verso una risoluzione, a causa soprattutto del disinteresse generale della comunità internazionale. La situazione, dal termine della guerra, è rimasta quindi pressoché invariata; il cessate il fuoco imposto dall’accordo di Bishkek nel 1994 non viene sempre rispettato da entrambe le parti, creando frequenti incidenti nei punti di confine, presidiati dai cecchini.
Tra le tante discussioni che si possono fare riguardo al mancato riconoscimento del Karabakh da parte della comunità internazionale, è interessante fare un paragone con un’altra recente controversia internazionale, quella del Kosovo, simile nella forma, ma dal diverso esito.
Il Kosovo, nonostante non fosse tra le repubbliche costituenti la Jugoslavia, rappresentava, insieme alla Voivodina, una delle due province autonome all’interno della Repubblica Socialista Serba. Fu proprio grazie a questo suo status particolare, che le garantiva un’autonomia pari quasi a quella di una repubblica costituente, che il Kosovo, a maggioranza albanese, si sentì in diritto di lottare per la propria indipendenza da una Jugoslavia a maggioranza serba e sempre più nazionalista. La NATO, guidata dagli USA, i quali volevano cogliere l’occasione per installare delle proprie basi nei Balcani, e dai paesi membri dell’Unione Europea, si schierò come principale sostenitrice dei diritti del Kosovo, e addirittura, per quanto riguarda le relazioni diplomatiche, arrivò a riconoscere come principali interlocutori i miliziani dell’UÇK, movimento terroristico kosovaro, arrivando così a legittimarli. Quando, nel febbraio del 2008, il governo di Pristina proclamò la propria indipendenza, gli USA e molti paesi UE si affrettarono a riconoscere la nuova repubblica.
Più o meno sullo stesso principio si basano le argomentazioni con le quali il Nagorno-Karabakh difende la propria indipendenza. Durante l’epoca sovietica il Karabakh formava un Oblast autonomo all’interno della RSS Azera, ma, con la dissoluzione imminente dell’URSS, il soviet locale decise di non seguire le sorti dell’Azerbaigian, e, sfruttando una legge allora vigente, proclamò la propria indipendenza.
Come mai allora la maggior parte dei Paesi NATO e dell’Unione Europea si sono schierati apertamente come paladini in difesa dei diritti e della libertà del Kosovo, mentre ignorano platealmente il caso del Nagorno-Karabakh, che a conti fatti non sembra essere poi tanto dissimile da quello kosovaro? La risposta a questa domanda non si ottiene sfogliando manuali di diritto internazionale, poiché le ragioni di questa totale indifferenza sono di tipo esclusivamente economico.
La comunità internazionale non vuole accollarsi la questione del Nagorno-Karabakh, preferendo restare a guardare e lasciando che siano le due parti in guerra a vedersela per conto loro, lasciando la mediazione alla Russia e alla Turchia. Riconoscendo l’indipendenza del Karabakh, infatti, si verrebbero inesorabilmente a compromettere i rapporti con l’Azerbaigian, e, di fatto, si rischierebbe di perdere il tanto ambito petrolio di Baku, evidentemente troppo prezioso per essere sacrificato per la causa nagornina.
La situazione è da anni in fase di stallo, e la mediazione russa non sembra bastare a mettere d’accordo i due governi dell’Armenia e dell’Azerbaigian. Se la questione del Karabakh non sarà affrontata seriamente dalla comunità internazionale, allora sarà destinata a rimanere aperta ancora per molto altro tempo, contribuendo ad alimentare quel clima di tensione e di conflitto che imperversa da ormai troppo tempo nella polveriera caucasica.













mi dispiace sig. emanuele ha evidenziare diversi punti contrari a cio che hai scrito, Prima su tutte gli USA nn hanno acolto nessuna occasione per fare delle basi nei balcani, in macedonia e albania gli implorano nel vero senso della parola, poi la Nato che ingloba tutto il territorio in questione fa veramente ridicolizzare cio che sostieni, secondo in Kossovo comincio la tragedia dell Yugoslavia e ivi fini…poi nn dobbiamo dimenticare la posizione russa che e una grande superpotenza cosi forte da voler metere la sua voce nei balcani figuriamoci nelle aree del suo ex impero… infati cio che e successo con la georgia nel 2008 lo dimostra chiaramente senza fare dei paragoni inutili ed infantili… l’indipendeza del Nagorno-karabakh ha altri aspeti che nn combaciano nn soltanto economica visto che la russia suporta apertamente l’armenia e la turchia vuole un status quo per i propi affari, tutto cio vedendo la situazione geopolitica fa che ogni cosa rimanga in stallo e poi per raggione di verita sono stati gli azeri a uscire sconfiti da questa guerra… ricordilo .. casi analoghi poi ne hai a decine da cipro a transnistria libano inguscetia ect
Ad integrazione dell’interessante articolo crediamo opportuno sottolineare come dopo la fine della prima guerra mondiale la percentuale degli albanesi nel Kosovo era intorno al 65% mentre quella degli armeni nel Nagorno Karabakh superava il 90%. Alla fine degli anni Ottanta gli albanesi del Kosovo erano saliti (grazie ad immigrazioni forzate volute da Tito) al 75% mentre nel NK la percentuale degli armeni, nonostante flussi azeri, era ancora del 78%.
Questi dati ribadiscono, ove mai ve ne fosse bisogno, che la non decisione che ancora pende sulla repubblica del Nagorno Karabakh è squisitamente politica ed economica (petrolio).
Cordiali saluti e buon lavoro.
Una richiesta riguardo un commento dell’Iniziativa Italiana per il Karabakh: avete citato, tra i motivi dell’aumento della presenza albanese in Kosovo nell’era socialista, “le immigrazioni forzate volute da Tito”. Potete riportare fonti e riferimenti che lo confermino?
l’america ha piazzato bonsteel proprio dentro la serbia e scagazza dappertutto perchè vuole che il mondo intero sia il suo unico impero…
c’è arrivata per sbaglio una mail che è per questo blog…
arriva da uno che si dice di estrema destra..
nn vediamo l’ora di mandervela e cancellarla.. ci porta male !
a che mail possiamo mandarla ?
mandatela a info (at) eastjournal.net; grazie.
Purtroppo dissento completamente con l’analisi esposta nell’articolo.
In primis, a livello di diritto internazionale: le condizioni di “oblast” del Nagorno-Karabakh e di “provincia autonoma” del Kosovo non erano identiche, e non danno adito alle stesse conseguenze. Inoltre, l’attuale N-K non coincide con il territorio dell’oblast sovietico. In ogni casi, al massimo tale autonomia precedente potrebbe giustificare una autodeterminaziona interna (autonomia) ma non esterna (indipendenza). Il diritto internazionale, nel caso del N-K, pende principalmente dalla parte di Baku,.
In secondo luogo, l’indipendenza del Kosovo è stata giustificata da alcuni secondo la teoria dell’ “indipendenza come rimedio”: rimedio al tentativo di genocidio messo in atto dallo stato serbo miloseviciano tra il 1997 e il 1999: malgrado tale teoria sia comunque discutibile, la stessa cosa non si può dire nel caso del Nagorno-Karabakh.
Poi, sì, sono d’accordo nel dire che l’Europa non può permettersi di perdere l’appoggio di Baku per quanto riguarda l’energia, ma ci sono tanti altri contesti in cui questo si può vedere: diritti umani, elezioni e democrazia nel paese, in primis.
Infine, sarebbe forse più utile comparare con gli altri staterelli caucasici (Sud-Ossezia, Abkhazia) che con un contesto ben diverso quale quello del conflitto serbo-albanese.
Una precisazione all’intervento di Davide Denti la cui valutazione sullo status giuridico dei soggetti in questione non ci trova d’accordo.
L’oblast’ autonomo del Nagorno Karabakh fu creato il 7 luglio 1923, per decisione politica staliniana non condivisa neppure dall’Ufficio Caucaso del Comitato Centrale del Partito Comunista, all’interno della RSS di Azerbaigian. La sua posizione era ovviamente subordinata a quella della repubblica ma rappresentava comunque una specificità ben individuabile da tre elementi: 1) sostanziale monoetnicità distintiva (cristiani armeni) rispetto al resto del territorio popolato da azeri musulmani 2) capacità amministrativa ben individuata attraverso l’attività del Soviet Regionale del NK 3) ulteriore suddivisione amministrativa interna in rayon.
Era dunque un entità che si collocava giuridicamente al terzo gradino della scala amministrativa (Unione, Repubblica, Oblast autonomo).
Occorre inoltre precisare che non tutti gli oblast’ presenti nelle repubbliche dell’Unione Sovietica avevano la caratteristica di autonomia: ad esempio dei quarantasette della Russia solo uno (quello ebraico) lo era.
Quindi, a nostro parere, nessuna differenza sostanziale esiste con la Provincia Autonoma di Kosovo e Metohija creata nel 1946 anche se inevitabilmente i due territori hanno seguito percorsi storici diversi.
Ma il punto è un altro. Nel momento di disgregazione dell’Unione Sovietica viene varata una legge (3.04.1990, Registro del Congresso dei deputati del popolo dell’Urss e Soviet Supemo, n.13) in base alla quale una regione autonoma all’interno di una repubblica che decideva il distacco dall’Unione aveva diritto di scegliere attraverso una libera manifestazione di volontà popolare se seguire o meno la repubblica secessionista.
La decisione del soviet del NK di non seguire l’Azerbaigian che abbandonava l’Urss fu presa dunque in virtù di tale dettato normativo e venne confermata (28.11.91) dalla stessa corte Costituzionale sovietica. L’autodeterminazione fu frutto quindi di un percorso democratico e legale al quale purtroppo seguì (dopo il referendum e le elezioni politiche monitorate a livello internazionale) la guerra avviata (e persa) dall’Azerbaigian.
A nostro avviso un riconoscimento internazionale, accompagnato da un accordo di compromesso tra le parti ( che non metta in discussione l’indipendenza ormai acquisita né la necessità della piccola repubblica di avere coperto il fianco occidentale contiguo all’Armenia) porrebbe fine ad una pericolosa instabilità regionale e regalerebbe a tutta l’area un futuro meno incerto e più sicuro (anche sotto il punto di vista degli interessi europei). Con la speranza che non si guardi solo e soltanto al tornaconto delle compagnie petrolifere del Caspio…
Cordiali saluti
Gentilissimi,
rimango dell’opinione esposta sopra: nulla, a livello di diritto internazionale, può garantire al Karabakh (così come al Kosovo) l’autodeterminazione esterna, nemmeno la teoria della secessione-rimedio che qualcuno ha proposto per il Kosovo.
Riguardo le statistiche demografiche riportate sopra, non ne vedo la rilevanza.
Infine, per restare nel concreto: ciò che serve al Karabakh oggi non è tanto il riconoscimento internazionale quanto una distensione dei rapporti tra Yerevan e Baku che dìa respiro all’economia e permetta di passare dall’indipendenza alla democrazia: solo attraverso un percorso di democratizzazione, il diritto all’autodeterminazione dei cittadini del Karabakh sarà tutelato. Ne avevamo parlato qui: http://www.eastjournal.net/armenia-nagorno-karabakh-passare-dallindipendenza-alla-democrazia/17588
I casi del Kosovo e del Nagorno-Karabakh non potranno mai essere del tutto identici per la ovvia diversità contestuale in cui i due Paesi si trovano, ma in fondo i due casi non sono poi così radicalmente diversi. Non a caso la vicenda del Karabakh è stata confrontata proprio con la vicenda kosovara, rispetto invece ad un possibile confronto riguardante quanto successo nelle altre repubbliche indipendentiste caucasiche, che come esempio sono sicuramente più vicine nel contesto e nella forma: è stato scelto il Kosovo poiché rappresenta un chiaro esempio della diversità di trattamento che la comunità internazionale ha riservato per l’uno e per l’altro Paese. Non penso che NATO e UE siano volue rimanere estranee alla vicenda per questioni di diritto internazionale: dietro a questo disinteresse c’è una motivazione prettamente economica. Parlando di diritto si potrebbero fare tanti ragionamenti, tra cui l’esempio – sopra citato – del fatto che l’attuale territorio del Nagorno-Karabakh è frutto della guerra civile e non corrisponde al vecchio Oblast sovietico, avendo sottratto il NK ulteriori territori all’Azerbaigian. Questi discorsi sono corretti, ma non penso che con il diritto si possa spiegare l’indifferenza che la comunità internazionale ha mostrato. Certo è che la democrazia rappresenta una tappa obbligata per il Karabakh, tappa che dovrà essere raggiunta, se si vorrà continuare a sostenere la lotta per il riconoscimento. Ma il lampante disinteresse della comunità internazionale non facilita di certo la risoluzione di un conflitto che dura ormai da anni, destabilizzando la regione e fomentando l’odio tra armeni e azeri. Un minimo di interesse in più, almeno per tentare di dare una svolta pacifica alla vicenda, poteva essere mostrato.
Ciao Emanuele, ancora due commenti:
1) non sono convinto che la diversità di interesse dell’ “Occidente” (comunque inteso) rispetto a Kovoso v. Nagorno-Karabakh sia legata alle vicende economiche. Gli interessi economici appaiono in base alle opportunità che si presentano: il Kosovo, prima del ’99, non se lo filava nessuno. Ma qua temo che ci troviamo in una discussione a rischio ideologico: vi è un dibattito infinito sulla questione se alla base della maggioranza delle decisioni in politica internazionale vi siano motivazioni squisitamente economiche o più complesse, culturali/politiche/legali. Io personalmente trovo semplicistico ridurre il tutto alla sola dimensione economica. Anche solo a livello di legittimazione, le differenze a livello di diritto internazionale sono importanti. E il diritto è la base su cui si fonda la “comunità internazionale”.
2) non sono sicuro che un maggiore interesse della “comunità internazionale” (comunque intesa) al conflitto armeno-azero sia necessariamente positiva verso una sua risoluzione. Hanno detto: “It is easier to bring the positions of Baku and Yerevan closer to each other than to reach an agreement between the mediators- Russia and the Minsk Group.”, http://www.usak.org.tr/dosyalar/dergi/lo3d6dJUUdzacB0o79Im6SLLxUPlKD.pdf. Probabilmente la cosa più efficace sarebbe sviluppare i contatti people-to-people per favorire una maggiore comprensione tra le due parti.