Eretico di nessuna chiesa: Jan Patočka a Praga

di Andrea Loffi

Il comunismo, che fu il più ateo di tutti i regimi, fu anche tra i più religiosi. È opinione abbastanza diffusa, e ormai non soltanto tra i critici liberali alla Montanelli, che il comunismo di oltre cortina, ma in piccolo anche quello domestico, avesse i tratti di una chiesa, coi suoi dogmi, la sua inquisizione, i suoi roghi e tutto il resto. A lungo gli scienziati sovietici (così racconta un aneddoto) avrebbero contestato la scoperta della fisica quantistica, perché secondo quest’ultima la materia “non esiste” e dunque addio materialismo storico.

Praga, con la sua Primavera di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo, confermò di essere la città eretica che già altre volte era stata: la città alla cui università insegnò il grande eresiarca Jan Hus, e la città della famosa Defenestrazione che diede la stura alla Guerra dei Trent’anni (e di cui quest’anno ricorre il cinquecentesimo). Nel caso di Hus il problema era la Chiesa cattolica, nell’altro era l’impero che imponeva dogmi e gabelle, nel caso della Primavera fu l’Unione sovietica. Il rogo fece luogo ai lanzichenecchi, e questi all’Armata rossa.

Mentre i carri T-34 trambustavano per le vie di Praga, nel silenzio del suo studio Jan Patočka forse andava meditando certe idee che gli fecero metter mano alla stesura dei suoi Saggi eretici sulla filosofia della storia distribuiti clandestinamente pochi anni dopo in poche copie dattiloscritte.

Il rifiuto di aderire al Partito comunista dopo la guerra era costato a questo filosofo la docenza; la riebbe per poco nel ’68, durante il governo Dubček per perderla di nuovo, perdendo, con essa, anche la vita. Al suo fisico debilitato fu fatale l’interrogatorio che subì da parte della polizia di regime, che gli aveva fatto visita perché primo firmatario e portavoce di Charta 77, movimento di opposizione al governo filosovietico.

I saggi eretici

I Saggi eretici sono, in qualche modo, il suo testamento spirituale. Si sente l’influenza pervasiva dei suoi maestri Husserl e Heidegger, che Patočka ha meditato e di cui ha dato una sintesi originale. Il libro è difficile. In parte – soprattutto nella prima parte – è scritto in una prosa errabonda e involuta, al limite della reticenza, che dei due maestri ha l’asperità ma non la risolutezza, e di domanda in domanda il testo si chiude proprio con una domanda. Si fatica a trovare una riga brusca o un accento polemico. Dell’eretico Patočka non ebbe né l’ardore né la gelida geometria del pensiero: non fu insomma né un Lutero né un Calvino. Ma ebbe la consapevolezza forte e profonda di un problema, quello del senso della storia: «il problema della storia non può venir risolto, deve restare un problema»

In estrema sintesi, l’idea fondamentale dei Saggi eretici è che la storia comincia quando l’uomo si rende conto che c’è qualcosa che non quadra, che la vita non è semplicemente un circolo che torna su sé stesso in cui l’importante sarebbe tirare a campare e sopravvivere il meglio possibile. In questo senso, i grandi imperi dell’antichità sono, per Patočka, preistorici, perché sono ancora immersi nel mondo naturale e accettano «semplicemente, come un dato, come ciò che è di per sé manifesto, la comunità che lo popola: la comunità degli dei e dei mortali». Per converso, la «storia sorge con lo sconvolgimento del senso ingenuo e assoluto, pressoché contemporaneamente al sorgere della politica e della filosofia, con cui è in relazione di reciproco condizionamento».

Il modello dell’uomo autenticamente storico è perciò Socrate, che all’interno di una polis libera assume il compito di problematizzare il senso delle cose, e conseguentemente il compito della cura dell’anima. In un altro passaggio, l’autore scrive: «Proprio perché la storia rappresenta in primo luogo questo processo interiore, cioè la genesi dell’uomo che risolve il dilemma originario delle opposte possibilità che gli si aprono davanti grazie alla scoperta dell’autentico, unico io, essa è in primo luogo storia dell’anima». Per questi motivi, il nostro autore si guadagnò il soprannome di Socrate di Praga.

La filosofia come opposizione politica

Conviene forse risparmiare al lettore lo sbrogliare più oltre la trama di questi Saggi così irti di tecnicismi. Veniamo a un ultimo punto, per concludere: la critica al comunismo sovietico. È evidente che Patočka non può accettare la filosofia della storia marxista, i cui cardini sono il materialismo, il problema della struttura economica e l’instaurazione sulla terra di quello che Löwith ha chiamato il regno di Dio senza Dio.

Il dissidio, però, non è soltanto teorico, ma anche pratico e, se la parola è lecita, esistenziale. Patočka vede nell’Unione sovietica il «successore della Roma Orientale, capace di governare non solo il corpo dell’uomo, ma anche la sua anima». Essa (ma non solo essa, anche l’Occidente è coinvolto) consiste nel trionfo di una tecnica e di una burocrazia senz’anima, in una civiltà della Forza dove l’«organizzatore dei piani quinquennali è allo stesso tempo il regista dei processi spettacolari e di una nuova caccia alle streghe», ed è dominata da una «Noia di dimensioni mostruose».

In risposta a ciò, emergono i temi del sacrificio e della solidarietà tra gli scampati: chi ha fatto l’esperienza del fronte e della persecuzione scopre lo «sporgersi della vita nella notte», scopre cioè una dimensione umana più profonda, trasversale ed etica che accomuna gli uomini. E quando parla di questi scampati, la penna grigia del Socrate di Praga, per una volta, si infiamma.

 

Foto: dokument-festival.com

Bibliografia

Jan Patočka, Saggi eretici sulla filosofia della storia, a cura di Mauro Carbone. Torino, Einaudi, 2008

voce “Jan Patočka” di G. Tagliavia in: Enciclopedia filosofia Bompiani. Milano, Bompiani, 2006.

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