Arma il prossimo tuo: Storie di uomini, conflitti, religioni

Visitare una mostra fotografica insieme agli autori non offre soltanto un considerevole aiuto nel decifrare un luogo, conoscere qualche elemento in più di un soggetto ritratto, comprendere una situazione, ma permette anche di percepire lo spirito con cui sono state scattate e scelte le immagini esposte, con quale atteggiamento i fotografi si sono caricati delle loro attrezzature per andare a vedere con i propri occhi la guerra. O, meglio, le guerre. Perché di guerre, terre contese, confini chiusi da filo spinato e accampamenti per profughi Paolo Siccardi e Roberto Travan ne hanno documentati davvero tanti. Da trent’anni Siccardi, un po’ meno Travan, sono passati, ciascuno per proprio conto, dai Balcani all’Africa centrale, dal Medio Oriente all’Ucraina, dalla Cisgiordania al Nagorno Karabakh con uno sguardo incredibilmente sintonico nello scatto come nella ricerca del particolare tanto da rendere indistinguibili le foto dell’uno da quelle dell’altro, riconoscibili soltanto dalla lettura delle didascalie.

Tema conduttore della mostra è quello delle religioni che dalla ex Jugoslavia alla Siria paiono essere una costante ineludibile dei conflitti a cavallo dei due secoli. Una costante che si esprime in forme differenti, ma persistenti. Da paravento per manovre economiche e finanziarie a bandiera di nazionalismi fanatici che non risparmiano nessuna confessione, nei Balcani degli anni novanta gli estremismi politici che si mescolavano alle appartenenze religiose si espressero in tutte le parti in conflitto, le religioni accompagnano le guerre contemporanee, che ne espongono i simboli più o meno ostentatamente. In un certo senso talvolta diventano esse stesse un’arma del conflitto, in grado di esacerbare gli animi e contribuire alla costruzione del nemico.

La religione, però, è anche consolazione, appiglio estremo per chi si getta in battaglia, come per chi subisce la violenza dei conflitti. È preghiera, filtro alla realtà, quand’essa è troppo dura, speranza estrema, quando le macerie sono più delle dimore rimaste in piedi.

Questo secondo aspetto è estremamente percepibile perché l’obiettivo dei due fotografi, pur non ritraendosi di fronte ai corpi senza vita e alle fosse comuni, mostra un rispetto estremo verso i soggetti ritratti. Nessun indugio sulla sofferenza, nessun compiacimento per le ferite materiali e psicologiche che ogni conflitto dei tempi nostri infligge ai civili.

Al fondo del lungo corridoio del Museo del Risorgimento di Torino, che ospita la mostra, un montaggio di quattro volti, quattro uomini di zone di guerra diverse, quattro sguardi intensi, uno dei quali riesce persino ad abbozzare un mezzo sorriso, accoglie i visitatori.

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– Come fai a scattare foto così dirette e, in qualche misura, intime? Chiedo a Paolo Siccardi.

– Spesso si tratta di militari con cui conviviamo nei giorni di trasferta sui luoghi di guerra. Sono persone di cui dobbiamo fidarci completamente e cui affidiamo la nostra incolumità. In breve tempo si instaura con loro un legame di fratellanza fondata sul rispetto e il riconoscimento reciproco. A loro è facile scattare foto in primo piano, mentre guardano direttamente in camera. In altri casi si tratta di persone di cui ascolto prima le storie o che ritraggo in momenti della loro martoriata quotidianità.

Nessuna foto rubata, quindi, piuttosto foto conquistate senza sotterfugi.

Roberto Travan aggiunge: – Mi sottraggo di fronte a situazioni troppo cruente, che non riesco a catturare, ma cerco ugualmente di realizzare reportage esaustivi e fedeli alla realtà.

Qualunque siano le scelte operative è certo che al centro della mostra non vi sono le armi, né il sangue, solamente gli uomini e le donne che nei conflitti si trovano a dover continuare a vivere, ciascuno con i propri mezzi e le proprie residue risorse. Scrive Domenico Quirico nella prefazione alla mostra: “Abbiamo pietà, vi prego, degli uomini che vedete in queste foto. Sono alle soglie della morte, o forse un po’ più in là, ma lo ignorano”. Non sono solo parole poetiche le sue, ma anche profetiche. L’uomo armato di fucile e crocifisso, fotografato nel 2017 in Ucraina, che compare nella locandina di “Arma il prossimo tuo”, è morto poco tempo dopo lo scatto.

Il suo sguardo intenso e diretto sembra ricordarci che la guerra è quanto di più lontano vi sia dalla sua rappresentazione eminentemente estetica, in guerra si muore e si muore malamente.

Arma il prossimo tuo. Storie di uomini, conflitti, religioni

di Paolo Siccardi e Roberto Travan

Prefazione di Domenico Quirico

Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino, piazza Carlo Alberto 8

Periodo: dal 1 marzo al 9 settembre 2018, dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle ore 18 (ultimo ingresso ore 17.00), lunedì chiuso

Biglietto unico mostra + museo: 10 euro, ridotto 8 euro – gratis Abbonamento Musei e altre card

Info: www.museorisorgimentotorino

La mostra è organizzata dal Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, in collaborazione con il Consiglio regionale del Piemonte, con il supporto di Fujifilm Italia.

Chi è Donatella Sasso

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laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono La guerra in Bosnia in P. Barberis (a cura di), Il filo di Arianna (Mercurio 2009); Milena, la terribile ragazza di Praga (Effatà 2014); A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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