POLONIA: “Non ci furono campi polacchi”, la legge sulla shoah e il negazionismo

Il senato polacco ha approvato in via definitiva la legge sull’Olocausto che vuole difendere l’immagine del paese ma che è stata criticata da Israele, che ha accusato Varsavia di negazionismo. La legge prevede fino a tre anni di carcere o una multa per chi definisca “polacchi” i campi di sterminio installati dai nazisti in Polonia durante la seconda guerra mondiale.

Il pogrom di Kielce

Nel 1946, nella piccola città di Kielce, si consumò uno dei più terribili pogrom compiuti in territorio polacco. Al termine delle violenze perpetrate dagli abitanti contro i propri concittadini ebrei, sopravvissuti alla Shoah e accusati del rapimento di un bambino, si contarono 38 morti, fra cui un neonato e una donna incinta, e 40 feriti gravi. Le forze dell’ordine locali non intervennero a sedare la folla, mentre le violenze si estendevano ben oltre i confini della cittadina. Il fatto scatenante rimase a lungo poco chiaro, anche cinquant’anni dopo, quando il protagonista inconsapevole parlò per la prima volta pubblicamente.

Il 1° luglio 1946 il piccolo Henryk Błaszczyk di nove anni lasciò casa sua e andò a giocare da alcuni amici di famiglia a 25 chilometri da Kielce, vi rimase due giorni e fu trattato più che bene. Il 3 luglio fu riportato a casa e, nonostante i suoi timori, il padre non lo sgridò, gli chiese solo di raccontare una piccola bugia: era stato rapito da un ebreo di via Planty 7, dove risiedevano praticamente tutti gli ebrei di Kielce, era stato tenuto nascosto in una cantina e poi liberato da un ragazzino attraverso una finestra. La denuncia alla polizia scatenò la violenza cieca della città intera, forse a orchestrare il tutto fu la polizia segreta comunista, ma è certo che a compiere gli omicidi indiscriminati furono semplici cittadini, uomini e donne, con pochissime eccezioni.

Il pogrom di Kielce è un fatto incontrovertibile, una macchia indelebile nella storia del dopoguerra polacco, che racconta molto di quanto l’antisemitismo fosse radicato in gran parte della popolazione polacca, anche dopo e nonostante la Shoah. Già nel luglio 1941 a Jedwabne la cittadinanza, sobillata dai soldati tedeschi che avevano riconquistato i territori precedentemente occupati dai sovietici, consumò un pogrom in totale autonomia contro i propri concittadini.

Una legge controversa

Oggi quel passato funesto torna in superficie in tutta la sua virulenza in occasione della controversa legge, approvata nella notte del 1° febbraio dal Senato polacco, con 57 voti favorevoli, 23 contrari e due astenuti, già passata alla Camera, che prevede fino a tre anni di carcere per quanti accusino la Polonia di aver collaborato con i nazisti alla Shoah e per quanti definiscano “polacchi” i campi di sterminio e internamento presenti sul territorio nazionale. La legge intende far piazza pulita di qualsiasi responsabilità polacca contro i concittadini ebrei durante la seconda guerra mondiale: a prima vista è sicuramente così, ma occorrono alcune precisazioni.

Da qualche tempo, soprattutto nella storiografia statunitense, è venuta in uso la definizione di “campi polacchi” per indicare i lager nazisti sul territorio polacco occupato. Una tendenza che non dovrebbe diventare oggetto di controversia penale, ma che riesce ancor oggi a toccare sensibilità e suscettibilità molto accese.

Per comprendere quanto i nervi siano ancora tesi e quanto l’antisemitismo possa ancora essere oggetto di pubbliche prese di posizione, è necessario ripercorrere brevemente la recente storia polacca.

Le radici del nazionalismo polacco

Le radici del nazionalismo risalgono senza dubbio all’epoca delle tre spartizioni del paese (1772, 1793 e 1795) tra Prussia, Russia e Austria. La scomparsa della Polonia dalle cartine geografiche per più di un secolo fu la prima molla che creò un forte sentimento nazionalista, in parte identificatosi con la Chiesa cattolica, unico baluardo contro la frammentazione dei polacchi. Alla fine della prima guerra mondiale la Polonia ritornò a essere indipendente e, dopo la guerra polacco-sovietica, allargò i sui confini a est inglobando anche Leopoli e Vilnius. Il governo del maresciallo Piłsudski si volse gradualmente verso un assolutismo che lo avvicinò ai fascismi europei e l’antisemitismo latente, anche se non sempre condiviso, trovò terreno fertile.

La nuova, drammatica spartizione della Polonia nel settembre 1939 tra Germania nazista e Unione Sovietica, in seguito al Patto Ribbentrop-Molotov, che diede il via alla seconda guerra mondiale, rappresentò una ferita insanabile. Occupata a ovest dai nazisti il 1° settembre e il 23 dello stesso mese a est dai sovietici, la nazione fu smembrata in tre parti. Fra i territori occupati rispettivamente dai russi e dai tedeschi, sorse il Governatorato Generale sotto controllo nazista e comprendente Varsavia e Cracovia. Mentre a ovest iniziarono le persecuzioni contro gli ebrei, la costruzione dei cinque campi di sterminio e le deportazioni dei polacchi in Germania come mano d’opera forzata, a Est centinaia di migliaia di cittadini e famiglie intere furono condotti nei Gulag e nelle zone più impervie della Siberia; nella primavera del 1940 circa 22.000 ufficiali polacchi furono trucidati a Katyń e in altre località sovietiche dagli uomini dell’Nkdv.

Sotto il dominio tedesco i polacchi, al pari di altri popoli slavi, subirono gli effetti dell’ideologia nazista che li sottopose a un processo di totale reificazione. Non elementi da eliminare, come gli ebrei, ma da sfruttare attraverso un ampio ventaglio di azioni programmate. I primi prigionieri non tedeschi di Auschwitz furono polacchi, circa 200.000 furono deportati in altri campi in Polonia e Germania. A Ravensbrück, il lager femminile a 80 chilometri da Berlino, erano le polacche a essere usate come cavie di scellerati esperimenti medici sulle gambe, ma, nonostante la loro presunta inferiorità, alcuni bambini polacchi dai tratti ariani furono sottratti alle famiglie per essere inseriti nel progetto di germanizzazione Lebensborn.

Molti polacchi recarono a lungo con sé il retaggio di questo brutale trattamento che provocò la morte di più di cinque milioni di loro, di cui tre milioni di ebrei. La Polonia fu segnata da un senso di incomprensione profonda e di ingiustizia subita, che il periodo dell’influenza sovietica sopì, ma non attenuò.

Strumentalizzare il passato

Questo fardello di dolore e violenze, comprese le collusioni con i nazisti così come le opere di salvataggio di ebrei, il paese ha il numero più alto di Giusti riconosciuti dallo Yad Vashem, pone oggi la Polonia di fronte a due strade che le consentano una qualche forma di rielaborazione. Una, la più ragionevole e in parte praticata, quella di rendere quel peso oggetto di ricerca storiografica e di contestualizzazione, senza nascondere le responsabilità individuali. L’altra, quella più subdola e ingannevole, di utilizzare il passato a fini prettamente politici. Jarosław Kaczynski, presidente del PiS (Diritto e Giustizia), il partito al governo, ha da tempo imboccato la seconda strada. Il parlamento polacco, in carica dall’autunno 2015, vota questa legge a conclusione di una serie non indifferente di norme liberticide che hanno limitato le libertà di informazione, associazione e manifestazione, hanno intaccato l’indipendenza del potere giudiziario sottoponendolo a quello dell’esecutivo, hanno minacciato la libertà delle donne nel ricorso all’aborto.

Ora il PiS sceglie la chiave del vittimismo per esibire una verginità storica e politica che nessuno ha chiesto di certificare. Kaczynski sta rendendo un pessimo servizio ai polacchi, imboccando un piano inclinato dal quale sarà difficile risalire.  Non resta che sperare in un ripensamento del presidente Duda che ha meno di venti giorni per firmare la legge. Nonostante le sue dichiarazioni a favore, forse gli appelli di intellettuali e semplici cittadini sia polacchi sia di altre nazioni potranno fargli cambiare idea.

Chi è Donatella Sasso

Donatella Sasso
laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono La guerra in Bosnia in P. Barberis (a cura di), Il filo di Arianna (Mercurio 2009); Milena, la terribile ragazza di Praga (Effatà 2014); A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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