L’ Asia Centrale e la rivoluzione russa del 1917

Quando si parla di Asia Centrale spesso ci si trova di fronte ad una limitante visione eurocentrica, che fa immaginare questa regione come un blocco compatto isolato dal resto del mondo. Inutile dire che questa sorta di pregiudizio porta a distorsioni e mancate comprensioni della realtà centroasiatica, anche per quanto riguarda la rivoluzione del 1917. Questa data rappresenta per la Storia europea un vero e proprio spatiacque, inserito all’interno di quel grande momento di rottura che fu la Prima guerra mondiale, iniziata tra canti di volontari e finita tra urla di tragedia.

Per capire gli effetti della rivoluzione russa in Asia Centrale bisogna fare un passo indietro, alla rivolta del 1916 che avevamo già affrontato qualche tempo fa. Questa sollevazione fu l’esito di un un processo di colonizzazione che si concluse nella seconda metà del XIX secolo, convenzionalmente con la caduta del Khanato di Kokand nel 1876. A spingere le autorità russe verso il completamento della conquista dell’Asia Centrale fu la guerra civile americana, a causa della quale si interruppe l’mportazione di cotone verso l’impero russo. Servivano alternative.

E l’alternativa fu conquistare l’Asia Centrale e soggiogarla agli interessi economici dei conquistatori. La parte occidentale della regione divenne infatti luogo di coltura intensiva di cotone, spazzando via le colture locali e legando gli abitanti al fluttuare del mercato, con un conseguente aumento dei casi di indebitamento per far fronte a calo dei prezzi oppure cattive annate; la parte orientale divenne invece meta di emigrazione dalla Russia e luogo di produzione di grano. Sia il cotone che il grano erano destinati al centro, dove giungevano attraverso un recentemente costruito sistema ferroviario.

I rapporti ecomomici ed i trasporti erano talmente accentrati verso Mosca da rendere quasi assenti le relazioni tra le varie parti dell’Asia Centrale, un problema che sussiste ancora oggi ed è all’origine della difficile coordinazione tra le repubbliche centroasiatiche. A rendere più complessa la situazione vi era la storica divisione tra nomadi e sedentari, portatori di diversi stili di vita e di fede. Sebbene questi gruppi sociali fossero entrambi musulmani, i nomadi erano soliti seguire l’adat, un sistema di usi tradizionali, mentre i sedentari erano scupolosi osservatori della sharia, tanto da fare per lungo tempo di Buchara una delle città più sacre nel panorama religioso dell’Islam.

Un libro fondamentale, probabilmente tra i pochi esistenti in italiano sul tema, è La rivoluzione capovolta di Marco Buttino, storico esperto di Asia Centrale. L’opera di Buttino si rivela illuminante e la sua tesi, si rivela già nel titolo. Secondo l’autore la rivoluzione russa, una volta giunta in Asia Centrale, si capovolse diventando controrivoluzione soprattutto verso la popolazione locale. Il libro è assolutamente piacevole, tanto più che Buttino legge i grandi avvenimenti partendo da realtà locali da lui ben conosciute, offrendo uno spaccato di vita quotidiana davvero interessante senza perdere di vista l’argomento oggetto di studio.

Nel 1917 gli attori in gioco in Asia Centrale sono sostanzialmente tre ed i loro conflittuali rapporti determineranno la Storia centroasiatica del periodo. Questi attori sono il centro, ossia le varie realtà al potere a Mosca, i coloni russi e la popolazione locale. La rivoluzione di febbraio vide il nascere di una grande effervescenza anche tra gli intellettuali musulmani, soprattutto in quella parte di Islam più progressista influenzata dalla filosofia del jadidismo spesso diffusa da persone di origine tatara. Tuttavia tra i coloni russi grande era la paura per una maggioranza politica in mano ai musulmani.

Tale maggioranza si ebbe effettivamente con elezioni della Duma di Tashkent, quando la città si divise letteralmente in due anche politicamente. La popolazione musulmana era di fronte alla prova della partecipazione politica ed i maggiori partiti di riferimento, dalle visioni nettamente diverse, si trovarono a doversi alleare. Gli jadid avevano le conoscenze tecniche ed i rapporti con le autorità russe, mentre gli ulema, ossia i religiosi, avevano dalla loro l’appoggio della popolazione. L’alternativa alla lotta politica era la lotta armata, ancora serpeggiante e mai del tutto sopita dopo la rivolta del 1916.

Il 1917 fu un anno di carestia, i cui effetti furono aggravati dalla forma coloniale dell’economia centroasiatica. Il clima fu pessimo e la rivolta dei cosacchi di Orenburg impediva l’invio di grano via rotaia dalle altre parti della Russia. Tra i tre attori in gioco si scatenò una vera guerra per il controllo dei pochi raccolti ed un aumento delle tensioni tra russi e musulmani, tanto che questi ultimi decisero di costituire un proprio governo autonomo, significativamente stabilito a Kokand. Ma nel frattempo le cose stavano cambiando anche a Mosca, con la presa del potere da parte dei bolscevichi.

Nonostante i proclami federalisti del centro, tutto il potere ai soviet significò in Asia Centrale la vittoria di quella parte coloniale meno propensa a dare autonomia alla popolazione locale. Le velleità autonomiste vennero soppresse con le armi e di fatto la vittoria dei bolscevichi significò la fine delle speranze di autonomia dei musulmani centroasiatici. Una fine ben rappresentata dal suicidio di Vladimir Petrovich Nalivkin, deputato di Tashkent alla Duma e presidente del Comitato per il Turkestan, che nel 1918 una volta esautorato dai bolscevichi si uccise sulla tomba della moglie.

Fonte immagine: Eurasianet

Chi è Pietro Acquistapace

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Laureato in storia, bibliofilo, blogger e appassionato di geopolitica, scrive per East Journal di Asia Centrale. Cura il blog Farfalle e trincee, e una pagina FB su Mongolia e Asia Centrale. Ha collaborato per varie riviste come Asia Blog e per il bollettino di Soyombo, associazione dedita alla diffusione della cultura mongola. Nel 2011 è andato fino in Mongolia in Panda.

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