Il golfo di Pirano è sloveno. Ma la Croazia non ci sta

Si è conclusa giovedì la procedura di arbitrato internazionale sulle acque del golfo di Pirano. La Slovenia si è vista riconosciuta la sovranità su tre quarti della baia, e il diritto di passaggio fino alle acque internazionali. Ma la Croazia ha annunciato che non riconoscerà la decisione arbitrale .

La Corte permanente di arbitrato con sede all’Aja (da non confondersi con la Corte internazionale di giustizia né con il Tribunale penale per l’ex Jugoslavia) si è pronunciata sulla questione dopo esserne stata incaricata nel 2009 con un accordo tra i due paesi, mediato dall’UE, che aveva così garantito la fine del veto sloveno ai negoziati d’adesione di Zagabria. L’arbitrato – una procedura volontaria di risoluzione delle controversie di diritto internazionale – avrebbe dovuto stabilire il confine tra i due paesi nella baia di Pirano, e la giunzione tra le acque territoriali slovene e quelle internazionali. Il trattato d’adesione della Croazia all’UE, in vigore dal 2013, specificava il rispetto della decisione arbitrale come condizione.

La Croazia contesta dal 2015 la procedura arbitrale, dopo che erano stati rivelati contatti inappropriati tra il giudice sloveno e un funzionario del governo di Lubiana. Quest’ultimo era stato rimosso dal governo sloveno, mentre il giudice sloveno si era dimesso. Il tribunale arbitrale era poi stato riconfigurato, con un giudice svizzero e un norvegese a sostituire i precedenti membri sloveno e croato – ma Zagabria ne aveva approfittato per tirarsene fuori, denunciando la procedura come irrimediabilmente compromessa.

Secondo la presidente della repubblica croata, Kolinda Grabar Kitarovic, “la Croazia non accetterà né rigetterà la decisione arbitrale per la semplice ragione che il tribunale non esiste” e ha invitato la Slovenia al tavolo per “iniziare immediatamente i negoziati”. Il primo ministro sloveno Miro Cerar, d’altra parte, ha rifiutato ogni possibilità di rinegoziare la decisione del tribunale arbitrale, che la Slovenia considera vincolante per entrambe le parti. Un diplomatico sloveno, sentito da EUobserver, ha affermato di aspettarsi che le istituzioni europee stiano dalla parte del diritto internazionale, poiché “ne va della credibilità dell’UE”.

La Commissione europea finora non si è esposta, affermando di non essere parte dell’accordo d’arbitrato del 2009 e di “non avere competenza sulle dispute confinarie tra stati membri”, ma Lubiana insiste che tale accordo era stato mediato dall’allora commissario all’allargamento Oli Rehn e controfirmato dalla Svezia come presidenza rotativa del Consiglio UE.

Intanto, altri stati membri hanno iniziato a prendere posizione. Secondo l’ambasciata tedesca a Lubiana, “preservare l’integrità di una giurisdizione internazionale è nell’interesse di tutti” e gli stati membri UE devono “dare il buon esempio”, mentre il ministro degli esteri estone Sven Mikser – da questa settimana a capo della presidenza semestrale del Consiglio UE – ha assicurato al collego sloveno Karl Erjavec il suo “sostegno al rispetto del diritto internazionale”.

Nel frattempo, malgrado la ritrosia croata, la situazione di fatto non cambierà granché. Le navi battenti bandiera slovena continueranno a passare per le acque croate – come loro diritto, secondo Lubiana, o solo per gentile concessione, secondo Zagabria. Ma la Slovenia ha già annunciato che invierà una nota di protesta a Zagabria per la presenza di pescherecci e navi della polizia croata nella sezione centrale della baia – quella che secondo la decisione arbitrale è sotto sovranità slovena. “Queste azioni mostrano un gran nervosismo da parte croata”, ha spiegato il ministro degli esteri sloveno Karl Erjavec. Secondo l’ex capo di stato croato e professore di diritto internazionale Ivo Josipovic, sentito da Balkan Insight, l’unica soluzione giuridica alla questione consisterebbe ora in un ricorso alla Corte di giustizia internazionale.

Ma oltre che su solide basi legali, la posizione di Lubiana si basa anche su considerazioni politiche. L’accordo d’arbitrato tra Slovenia e Croazia era uno dei pochi modelli di risoluzione delle dispute di confine nell’area balcanica, mine vaganti a rischio di rallentare il processo di integrazione degli stati della regione. Se l’UE non riuscisse a garantirne la messa in atto da parte di due stati membri, che credibilità avrà nel chiedere agli altri stati dei Balcani occidentali di fare lo stesso? 

Foto: Ariel Arias, Flickr

 

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