SIRIA: Gli Usa attaccano Assad, missili contro una base militare di Damasco

Nella notte di giovedì 6 aprile gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco contro postazioni militari del regime di Damasco. È la prima volta dall’inizio della guerra in Siria che Washington colpisce direttamente Assad. L’escalation è avvenuta in seguito al bombardamento con armi chimiche compiuto dall’aviazione di Damasco su Khan Sheikhoun il 4 aprile scorso, nel quale sono state uccise almeno 70 persone in una zona sotto il controllo di diverse milizie ribelli.

L’attacco degli Usa

Gli Stati Uniti hanno lanciato sulla Siria 59 missili Tomahawk da due cacciatorpediniere, la USS Ross e la USS Porter, che incrociano nel Mediterraneo orientale. L’obiettivo è la base militare di Shayrat, in mano ad Assad. Secondo il ministero della Difesa Usa, l’attacco ha colpito caccia siriani, depositi di carburante e altre infrastrutture tra cui la pista. Lo scopo dichiarato è impedire al regime di Damasco di poter usare una base aerea, come quella di Shayrat, da cui potrebbero essere decollati i caccia responsabili del bombardamento chimico del 4 aprile. Secondo il Pentagono, a Shayrat il regime potrebbe aver stoccato una riserva di armi chimiche. Fonti dell’esercito di Assad hanno confermato la morte di almeno 6 militari.

“Non è l’inizio di un’offensiva”

«Anni di tentativi di cambiare l’atteggiamento di Assad sono falliti in modo davvero drammatico», ha affermato il presidente americano Trump in una conferenza stampa. Con questa mossa, Trump ha modificato radicalmente l’atteggiamento che, solo fino a pochi giorni fa, sembrava voler tenere verso il regime di Damasco e la questione siriana in generale. La rappresentante Usa alle Nazioni Unite, ad esempio, aveva dichiarato che abbattere Assad non era più una priorità dell’amministrazione statunitense. Tuttavia, sembrerebbe che l’attacco non preluda ad un’escalation ulteriore. Fonti della Difesa americana hanno riferito a Reuters che l’attacco non procederà oltre e che non esistono piani per un’offensiva ulteriore.

La reazione della Russia

Gli alleati di Assad hanno immediatamente protestato contro l’attacco americano. Il portavoce del presidente russo Putin, Dmitry Peskov, ha affermato che l’attacco si qualifica come «un’aggressione contro una nazione sovrana», e che si tratterebbe di un cinico pretesto per sviare l’attenzione dalle stragi di civili che gli Usa stanno compiendo in Iraq, nel corso della campagna di Mosul.

La Russia è non solo il principale alleato di Assad, ma ha anche centinaia di uomini e mezzi militari dispiegati in Siria. Anche nella base di Shayrat. Fonti americane assicurano di aver avvertito i russi prima di lanciare l’attacco contro la base attraverso i canali già avviati da tempo per la deconfliction. Un modo per evitare che succedano incidenti, visto che sia caccia russi che americani operano in Siria: i primi soprattutto nella parte ovest, i secondi a est contro l’Isis. Le stesse fonti Usa aggiungono di aver colpito solo quei settori in cui non erano presenti forze russe, ma in ogni caso di non aver cercato di ottenere l’approvazione al raid da parte di Mosca.

Le reazioni al bombardamento chimico

Fin dalle prime ore dopo il bombardamento chimico di Khan Sheikhoun, la Russia ha sposato la versione del regime di Assad, che sostiene di aver colpito con armi convenzionali un deposito di armi chimiche in mano ai ribelli, ribaltando dunque la colpa su di essi. Una versione, questa, che non trova praticamente nessun riscontro, soprattutto dal punto di vista tecnico quando si va a guardare il metodo di impiego di un’arma chimica come il gas nervino. Ad ogni modo, Mosca aveva anche bloccato una risoluzione di condanna presentata all’Onu il 5 aprile da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Salvo poi diramare una nota in cui sosteneva che il suo appoggio per Assad “non è incondizionato”. Alleati sì, ma entro certi limiti.

Ma è altrettanto interessante notare quale siano state le prime reazioni dell’amministrazione Usa all’attacco chimico. Il comunicato infatti condannava in due righe il regime di Assad per l’uso di armi chimiche, per poi addossare tutte le colpe dell’attuale situazione in Siria – ancora una volta – alle scelte di Obama. Un riferimento chiarissimo ai fatti dell’agosto 2013 a Ghouta, sobborgo di Damasco. Lì Assad aveva compiuto una strage con armi chimiche, che Obama considerava una linea rossa da non oltrepassare o avrebbe attaccato Damasco e spodestato Assad. Ma l’ex presidente americano aveva infine scelto di non intervenire, rimangiandosi le minacce e preferendo trovare un accordo con la Russia per smantellare l’arsenale chimico del regime siriano.

Una chiave di lettura

Due posizioni – quella russa e quella americana – che potrebbero quindi essere molto meno lineari di quanto appare. Da un lato, Mosca ha scelto di difendere Assad ma ha fatto capire in modo piuttosto chiaro che non è disposta a tollerare i suoi colpi di mano. In molti si chiedono che vantaggio potesse avere Assad, che sta vincendo la guerra, a usare armi chimiche attirandosi strali da tutto il mondo.

Il vantaggio è invece lampante: ai negoziati di pace a Ginevra, la Russia sta premendo perché il regime e i rappresentanti dei ribelli trovino un accordo il più in fretta possibile. Questo significa che il Cremlino, pur di scrivere la parola fine al suo dispendioso intervento militare (riuscito), vuole che Assad conceda ai ribelli più di quanto il regime siriano è disposto a dare. E infatti Assad si è impuntato, l’ultimo round negoziale finito il 31 marzo si è chiuso con un nulla di fatto.

Così l’attacco chimico potrebbe essere un messaggio di Assad ai russi, un modo di alzare la posta in gioco – sulla pelle dei siriani, ma questo ad Assad non importa. Assad sa che la Russia lo dovrà difendere. E la Russia l’ha fatto, con tutta probabilità controvoglia, come si evince dalla nota in cui definisce il suo supporto a Damasco non incondizionato. Una dichiarazione forse senza precedenti.

Dall’altro lato, gli Stati Uniti di Trump sono già più che occupati nella campagna contro l’Isis tra Iraq e Siria orientale. L’offensiva di Mosul è in corso da mesi, l’assalto finale a Raqqa sta per partire. E’ difficile credere che voglia davvero lanciarsi in un’avventura sconsiderata invadendo il resto della Siria e cacciando Assad. Troppi i rischi: sarebbe una dichiarazione di guerra alla Russia; non avrebbe forse molti alleati nella campagna (la Gran Bretagna in queste ore si è affrettata a specificare che appoggia questo attacco degli Usa, ma non un’escalation più ampia), e rischierebbe di impantanare gli Usa in un secondo Iraq (e un terzo Afghanistan).

Invece un singolo attacco mirato, come quello portato a termine nella notte, ha diversi vantaggi: dà un messaggio interno chiaro, cioè segna la differenza tra Trump e Obama; dà un messaggio alla Russia, facendo capire di non avere alcun timore ad usare la forza se necessario; può aiutare a rafforzare i legami con i molti alleati regionali con cui i rapporti sotto l’amministrazione Obama si erano piuttosto raffreddati, ad esempio Israele, Arabia Saudita e Turchia.

Chi è Redazione Medio Oriente

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Redazione: Lorenzo Lazzerini, Carlo Pallard, Sophie Tavernese, Simone Zoppellaro.

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