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Černobyl’ ventisette anni dopo, intervista a Igor Kostin

Riproponiamo l’intervista al fotoreporter Igor Kostin, realizzata dall’allora direttore di Narcomafie, Manuela Mareso. Kostin fu colui che per primo immortalò il disastro di Černobyl‘ nel lontano 1986. Lontano, ma vicino. A venticinque anni dall’esplosione della famigerata centrale nucleare, un’altra catastrofe si profila all’orizzonte: quella di Fukushima. Ecco allora che l’intervista a Kostin diventa ulteriore occasione di riflessione su un tema tanto attuale. Proponiamo anche una selezione delle fotografie di Kostin, prese dal suo libro (Chernobyl. Confessioni di un reporter, Edizioni Gruppo Abele 2006) che -per la gravità dei contenuti- potrebbero impressionare i lettori più sensibili.

Tornato a casa dopo aver sorvolato in elicottero la centrale nucleare di Chernobyl per fotografare l’esplosione del reattore 4, Igor Kostin, primo fotoreporter accorso sul posto quel 26 aprile del 1986, ebbe una brutta sorpresa: tutte le fotografie scattate risultavano nere, tranne una. Del resto la missione era già partita con il piede sbagliato: buttato giù dal letto prima dell’alba da una telefonata, giunto con l’elicottero in prossimità della centrale riuscì a fare solo 20 scatti, dopodiché la macchina si inceppò.

Kostin non sapeva ancora che la causa di quelli che all’inizio sembravano imprevisti era in realtà la tremenda quantità di radiazioni cui era stato esposto. Per questo non c’è altra traccia fotografica dello scenario di guerra di quel 26 aprile, di quel viavai di veicoli militari che gli ricordava le sue missioni da reporter di guerra in Afghanistan o in Vietnam. Quell’unica immagine fece immediatamente il giro del mondo e venne pubblicata su tutti i principali quotidiani del globo. Tranne quelli russi, che, secondo un “grande classico” dell’informazione sovietica, blindarono la notizia. Anche perché il Partito comunista, dopo aver rifiutato gli aiuti internazionali, sapeva che per rimediare al danno non aveva altra risorsa se non i “robot biologici”.

Per liquidare il disastro i vertici del regime mandarono sul posto 600-800 mila uomini (il numero esatto non si potrà mai sapere), soprannominati, appunto, “i liquidatori”: equipaggiati di materiale ridicolo (come tute per la guerra chimica e maschere inadatte per le radiazioni), si trovarono a fronteggiare la catastrofe armati di badile, costretti a spostare con le mani blocchi di materiale radioattivo.
E mentre i piloti degli elicotteri dai quali si lanciava il liquido per evitare che le polveri radioattive si spargessero svenivano ai comandi per morire poco dopo, i giornali russi titolavano trionfalisticamente “Chernobyl, luogo di grandi imprese”, “Il reattore è vinto”, “La vita continua”. E il Primo maggio, quando a noi italiani – e così negli altri Paesi europei – venivano fatte decine di raccomandazioni (non bere latte, lavare bene la verdura, non mandare i bambini a giocare nei parchi) e gli studenti dei nostri Politecnici riuscivano a fare esperimenti e rilievi di elementi radioattivi analizzando le foglie degli alberi davanti agli istituti, a Kiev, per non seminare il panico, il regime decise di non annullare la consueta sfilata e migliaia di persone vennero lasciate attraversare una città in cui i livelli di radioattività erano al di là di ogni rischio accettabile.

Tutti i documenti secretati relativi alla tragedia sono stati resi pubblici solo nel 1992. Ma Chernobyl resta ancora oggi un buco nero dell’informazione, e non solo nei Paesi post-sovietici, perché i dati sulle dimensioni e le conseguenze del disastro sono stati falsificati fin dal primo momento, dunque anche nel “libero” Occidente qualunque ricostruzione deve fare i conti con quel vizio iniziale. Ufficialmente si parla “solo” di 4 mila morti, ma i decessi e le patologie scaturite da quell’incidente non sono mai state seriamente censiti. Come Galia Ackerman ha scritto nel libro fotografico di Kostin (Igor Kostin, Chernobyl. Confessioni di un reporter, Ega 2006), basta andare in qualunque cimitero della zona contaminata e leggere sulle tombe le date dei decessi e l’età dei deceduti per aver idea dell’ampiezza della catastrofe. Nei territori contaminati, ha rilevato Silvia Pochettino, autrice del libro Chernobyl. Una storia nascosta, 1 bambino su 4 oggi non può seguire i regolari programmi di ginnastica. E la maggior parte di noi sa quanto numerose siano le iniziative di accoglienza dei bambini malati di Chernobyl.

Invece di lasciare il suo Paese, come avrebbe potuto fare, Kostin tornò sul campo più volte, consapevole di rischiare la vita, per documentare il lavoro di migliaia di martiri, lo sfollamento e il letterale seppellimento di interi villaggi, la disperazione di coloro che vedevano morire i propri cari e distrutte e sotterrate le poche cose che avevano.
Le continue esposizioni lo avrebbero costretto a pesanti cure; ma ancora oggi, che per le sue condizioni di salute non può permettersi di assorbire neanche più un milli-röntgen, Kostin dice che finché sarà in vita continuerà ad occuparsi di Chernobyl.
Animato da questa tensione, il reporter soprannominato dal «Washington Post» “l’uomo leggendario” ringrazia coloro che si interessano alla sua denuncia, e all’età di settant’anni, dopo aver trascorso l’intera giornata spostandosi in diverse città, incalzato dai giornalisti per la presentazione del suo libro fotografico, ora in uscita in 20 Paesi del mondo, è entusiasta di accoglierci nel suo albergo, dove risponde alle nostre domande fino all’una di notte.

Kostin, nel suo libro ha scritto che Chernobyl le ha cambiato la vita, l’ha fatta rinascere. Perché, tra le tante difficoltà e tragedie che ha affrontato nella sua vita privata e professionale, proprio Chernobyl l’ha segnata così profondamente?
Perché lì ho visto un dolore immenso, di cui tuttora mi duole parlare. Pensi che la soglia massima di assorbimento di radioattività per il corpo umano è fissata a 25 röntgen. Con 500 röntgen se si prende un bicchiere in mano la pelle vi resta attaccata. Sul tetto del reattore numero 3, dove si erano depositati i detriti dell’esplosione del reattore 4, i röntgen erano a un livello di 10-15 mila. I “gatti del tetto”, come venivano soprannominati gli addetti alla bonifica di quell’area, potevano starci per 40 secondi, correndo a ogni suono di sirena. Per proteggersi si coprivano con fogli di piombo malamente ritagliati e modellati artigianalmente come maschere, caschi e protezioni per il cervello, i genitali e il midollo osseo. Quegli uomini hanno salvato mezza Europa, che altrimenti avrebbe dovuto essere sfollata.
Oggi faccio molta fatica a vivere con gli altri. Non capisco di che cosa si preoccupino: il salario, il quotidiano, le piccole storie sentimentali. Rispetto al male che ho visto non è niente. Ringrazio Dio perché tutto ciò che ho fatto negli ultimi vent’anni ha avuto un frutto e sono contento che la verità abbia la possibilità di essere resa nota in tutte le nazioni in cui il mio libro esce. Perché l’esplosione di quella centrale non è stata un problema solo del mio Paese.

Lei ha scritto che un sacrificio come quello di Chernobyl non sarebbe potuto accadere che in Unione Sovietica…
Perché lì il regime non dava nessuna importanza alla vita e perché i sudditi per il regime avrebbero fatto qualunque cosa. Ho visto personalmente alcuni “gatti del tetto” falsificare i registri in cui dovevano segnare il grado di radioattività che il loro corpo aveva assorbito per poter restare più giorni a lavorare. C’era un eroismo che all’epoca nessuno ha considerato. C’era da fare questa cosa ed è stata fatta. Non si sa il numero esatto di queste persone, non si sa neanche chi fossero. Le cerimonie di sepoltura erano sbrigative, i vitalizi garantiti alle famiglie di questi martiri non si sono mai visti, perché concederli avrebbe significato lasciare un’ulteriore traccia dell’accaduto e ammetterne anche la responsabilità.

Dalla sua descrizione degli imputati, in particolare di Briukhanov, il direttore della centrale condannato a dieci anni di reclusione, emerge un’altra tipologia di vittima, certo diversa dalla povera gente e dai liquidatori, ma comunque specchio di un’umanità fragile perché tesa ad assecondare e compiacere il potere sopra ogni altra cosa… Chi è allora il responsabile del disastro di Chernobyl?
Il responsabile è l’Ideologia comunista, il regime e il suo modo di plasmare e plagiare le persone. Questo è il vero e unico responsabile di quella tragedia. L’ideologia, che era al di sopra di ogni senso di responsabilità e di umanità.

Che giudizio ha di Gorbaciov?
Dobbiamo ringraziarlo perché ha portato alla caduta del muro di Berlino e con esso della Cortina di Ferro. Gorbaciov ha fatto soffiare il vento del cambiamento, ma era comunque un uomo con un passato organico ai tempi oscuri del comunismo. Lui stesso, come uomo, non poteva cambiare d’un tratto e dunque in relazione al disastro, anche negli anni successivi, ha sempre lasciato trapelare solo quanto non recava danno all’Ideologia. E tutt’oggi noi risentiamo di questo atteggiamento: il mio libro non ha ancora nessuna possibilità di essere pubblicato nel mio Paese.

Nel 1991 alla centrale ci fu una nuova esplosione, di cui l’unica traccia sono state solo le sue fotografie. Il tutto dopo che fin dall’87 si erano susseguite proteste da parte della popolazione. Chernobyl non aveva insegnato nulla dunque?

No, nulla. E il fatto drammatico è che tutt’oggi non ha insegnato nulla. Proprio il 23 marzo scorso il Governo ucraino ha approvato un piano per la costruzione di 22 reattori nucleari entro il 2030. Un fatto clamoroso, tenuto conto che la ferita di quel 26 aprile 1986 è tuttora sanguinante.

Nell’autunno del 2004 Kiev è sembrata risorgere con la “rivoluzione arancione”. Quanto ha contato Chernobyl in quella reazione?
In quel periodo ero a Parigi, e avevo deciso di posare le mie tre macchine fotografiche. Ma quando ho sentito della “rivoluzione arancione” sono partito immediatamente. Ho letteralmente pianto di gioia nel vedere il mio popolo rivoltarsi contro quell’Ideologia. Mi sono trasferito nella tenda n. 26 per stare a fianco di coloro che protestavano. Ho assistito a qualcosa di unico: c’erano delle vecchiette, con pensioni da fame, che spendevano il loro denaro per comprare cibo per i manifestanti. È difficilissimo rendere l’idea di quello che è successo in quella piazza a chi non sa che cosa abbia significato vivere sotto il regime.
Si è trattato di un avvenimento epocale, anche perché gli ucraini sono un popolo molto paziente. L’origine di quella rivolta sta in un’insofferenza per la mancata trasparenza dell’informazione e il continuo imbavagliamento dei giornali; il popolo era stanco di vivere nella menzogna e la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata l’uccisione nel 2002 del giornalista Géorgiy Gongadze. Ma di sicuro Chernobyl è stato un punto di partenza fondamentale per questo risveglio e di questa ribellione.

Tornando alla catastrofe del 1986, senza il suo contributo ci troveremmo di fronte a un buco irrimediabile dell’informazione. La pubblicazione della fotografia di un bambino malformato ospite in un orfanotrofio ha spinto un pool di medici britannici a occuparsi di questi bambini e quel piccolo è stato poi adottato…
Facendo il reporter ho fatto del bene semplicemente perché ho fatto bene il mio lavoro. Tutto quello che potevo fare contro quel mondo politico sporco, quelle ingiustizie, ho cercato di farlo esercitando al meglio la mia professione. Sì, mi sento di aver salvato il destino di quel bambino, ma questo deve stare nel compito, nella missione di chiunque faccia questo mestiere.

di Manuela Mareso

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