UNGHERIA: Il caso migranti tra parole e fatti

Negli ultimi mesi l’Ungheria è diventata un paese di frontiera, avendo dovuto affrontare una delle più grandi ondate migratorie dal dopoguerra a oggi: rifugiati dalla Siria, dall’Iraq, dal Pakistan e dall’Afghanistan hanno attraversato i Balcani e superato il confine serbo-ungherese per approdare così in Europa.

Parole

Il 29 settembre, il primo ministro ungherese Viktor Orbán si è rivolto ai rappresentanti degli altri paesi membri delle Nazioni Unite durante il summit riguardante la crisi dei rifugiati in Europa. Il discorso è stato improntato al buonsenso e alla comprensione delle difficoltà che hanno riguardato in primo luogo i protagonisti di quest’ondata migratoria: “Sono vittime del malgoverno dei loro paesi, che ha sottratto loro la dignità di esseri umani. Sono vittime di decisioni politiche internazionali fallite che hanno portato le regioni alle devastazioni provocate dalla guerra. Sono vittime della politica fallimentare di noi europei, che suscita aspettative impossibili da soddisfare. E sono vittime della tratta di esseri umani, che ormai è divenuto un business redditizio, e una storia non raccontata. E’ nostra responsabilità morale restituire a queste persone le loro case e il loro paese”.

Il premier ungherese ha dimostrato di capire la necessità di un coordinamento, non solo europeo, ma globale nella gestione della crisi: “Vorrei che fosse assolutamente chiaro: l’Europa non sarà in grado di portare questo fardello da sola. Se non vi è alcun cambiamento nelle tendenze attuali, l’Europa sarà destabilizzata. Sulla base di questi fatti, esorto il Segretario generale ad avviare i negoziati sulla condivisione di questo onere a livello globale. Tutti i principali attori della politica internazionale dovranno prendere una parte dei migranti nei loro paesi come parte di un sistema di quote globale”.

Fatti

Ciononostante, l’Ungheria si è spesa soprattutto in uno sforzo di arginamento dei migranti, mancando in questo modo delle risorse necessarie a gestire la crisi umanitaria. Il governo ha predisposto una recinzione con filo spinato al confine con la Serbia, che funge da vero e proprio muro tra ciò che è parte dell’Unione Europea e ciò che non lo è. Questo non è stato sufficiente a fermare i viaggiatori più disperati, che hanno messo a repentaglio la loro stessa incolumità per superare l’ostacolo. Anche l’impiego della polizia ungherese si è rivelato inefficace, tanto che lo scorso 22 settembre il Parlamento ha approvato il dispiego di 3.500 soldati lungo il confine. A dare maggiore risalto a un clima già di per sé teso e ostile si aggiunge il video di László Toroczkai, sindaco di Ásotthalom, una cittadina ungherese di poco più di 4.000 abitanti al confine con la Serbia. Nel video il sindaco, circondato da poliziotti armati, esorta i migranti a non attraversare il confine ungherese e cercare accesso in Europa attraverso altre strade.

Queste altre strade alle quali si riferisce Torczkai sono state effettivamente battute dai migranti, che hanno scelto sempre di più l’itinerario attraverso la Croazia per raggiungere i più ricchi paesi del nord. Proprio per questo, un muro analogo a quello sul confine con la Serbia è stato predisposto con la Croazia, colpevole di aver indirizzato treni carichi di migranti verso l’Ungheria. L’appoggio è giunto da Romania, Slovacchia e Repubblica Ceca, che così come l’Ungheria hanno votato contro il piano europeo sull’equa ripartizione dei migranti tra i paesi dell’Unione. Se il voto è parso giustificato dagli altri tre paesi, risulta miope per l’Ungheria, per la quale il piano significherebbe un alleggerimento dal peso dei migranti, anche se come lasciato intendere dal governo, la cifra di rifugiati ospitati alla quale si aspira resta pari a zero.

Discrepanze

Viviamo in un mondo interconnesso nel quale tutti dipendono gli uni dagli altri. Secondo il sociologo Ulrich Beck, non è più possibile interpretare questo nuovo mondo con gli strumenti del secolo scorso, ma necessitiamo di uno sguardo cosmopolita. L’atteggiamento che ha caratterizzato il governo ungherese fin ora è stato miope e inconcludente: interessandosi solo a ciò che è bene per l’Ungheria non ha fatto che nuocere all’Ungheria stessa. Si può solo sperare che le parole di Orbán alle Nazioni Unite siano l’inizio di una collaborazione attiva con gli altri paesi e che portino a una reale presa di coscienza sulla natura del problema.

Chi è Gian Marco Moisé

Gian Marco Moisé
Dottorando alla scuola di Law and Government della Dublin City University, ha conseguito una magistrale in ricerca e studi interdisciplinari sull'Europa orientale e un master di secondo livello in diritti umani nei Balcani occidentali. Ha vissuto a Budapest, Sarajevo e Pristina. Parla inglese e francese, e di se stesso in terza persona.

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