Il papa contro Međugorje, la fine di una bugia che viene da lontano?

Ogni giorno, alla stessa ora, la Madonna appare, là, “in mezzo alle colline”, questo il significato del nome Međugorje. “Ma che veggenti sono questi che vedono la Madonna su appuntamento?” si è chiestopapa Francesco di ritorno dal viaggio che lo ha portato a Sarajevo. “Non è fede cristiana“, sottolinea. Ricordando il fatto che questi veggenti, sulla Madonna, ci campano pure. ”Papa Benedetto XVI, a suo tempo, aveva fatto una commissione presieduta dal cardinale Camillo Ruini sul problema di Međugorje. Hanno fatto lo studio e il cardinale Ruini è venuto a consegnarmelo. Hanno fatto un bel lavoro. Siamo lì lì per prendere delle decisioni. Per il momento si danno soltanto alcuni orientamenti ai vescovi sulle linee che si prenderanno“. Dichiarazioni che fanno pensare che la pacchia per i veggenti di Međugorje stia per finire.

C’è dunque da attendersi un atto formale con cui papa Francesco metta finalmente la parola fine su quel baraccone fatto di apparizioni fasulle, veggenti a ore, superstizione di povera gente presa in giro da Madonne che parlano su appuntamento, come i commercialisti. Dopo tre anni di ricerche e studi la commissione vaticana, promossa da Benedetto XVI e guidata da monsignor Ruini, e che annovera anche l’arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljić, è giunta alla conclusione che le apparizioni non siano “vere”. 

Ma quella di Međugorje, anonima cittadina dell’Erzegovina assurta a capitale del turismo religioso, è una storia mendace fin dall’inizio, e le visioni si inseriscono in un quadro di lotte di potere fra l’ordine francescano locale e la Santa Sede, sullo sfondo del montante nazionalismo croato che porterà, dopo una guerra atroce, il paese all’indipendenza. L’indipendenza croata è legata a doppio filo con Međugorje. La questione, qui, non è sulla possibilità che la Madonna o i santi appaiano, questa è materia di fede. La questione qui è che le visioni di Međugorje sono il risultato di un preciso contesto storico e sociale, e hanno fatto comodo a molti che le hanno giustificate e protette per fini assai poco nobili.

Siroki Brijeg e i francescani

La vicenda che porta alle apparizione mariane di Međugorje comincia molti secoli fa, con l’arrivo in Dalmazia dei primi missionari francescani (XIII secolo) e la fondazione dei primi monasteri, tra cui quello di Traù. Dalla costa dalmata i frati cominciarono a compiere missioni nell’entroterra, in Erzegovina, diventando un punto di riferimento (spesso l’unico) per la comunità cattolica bosniaca durante il periodo delladominazione ottomana. Una dominazione con cui i francescani seppero fare i conti, ottenendo privilegi e terre, saldandosi così nell’area erzegovese e diventando i veri rappresentanti spirituali della comunità cattolica locale. La fine della dominazione ottomana diede nuovo impulso ai francescani e nell’anno 1844 venne costruito – nei pressi di Mostar – il monastero di Siroki Brijeg, centro culturale, politico e religioso di un’Erzegovina che andava sviluppando sempre più marcatamente un’identità croata, distinta rispetto agli altri cattolici di Bosnia. L’Erzegovina cattolica cominciò allora a guardare verso Zagabria. Lo sviluppo del sentimento nazionale croato trovò nell’opera dei francescani un forte elemento identitario. La compenetrazione dei due elementi, nazionale e religioso, si compirà nella seconda metà dell’Ottocento e avrà in Siroki Brijeg un centro fondamentale di sviluppo del nazionalismo croato.

I francescani alleati del regime ustascia

Non a caso i principali quadri del nazionalismo croato si formarono a Siroki Brijeg. Tra loro anche i quadri del movimento ustascia, guidato da Ante Pavelic, che nel 1941, con l’appoggio dell’Italia fascista e della Germania nazista, diede vita allo Stato Indipendente Croato (NDH), includendo anche l’intera Bosnia-Erzegovina. Il legame tra regime ustascia e francescani fu così stretto che il campo di concentramento di Jasenovac, in Croazia, venne affidato alla guida di Miroslav Filipovic Majstorovicfrate francescano che fu anche capo delle guardie di Pavelic, rendendosi partecipe di stragi ai danni della popolazione serbo-bosniaca in Erzegovina. Non solo, nel 1941, sulla stessa collina che oggi è meta di pellegrinaggio, vennero trucidati dagli ustascia circa 400 civili serbi.

Non deve dunque stupire che, con l’avanzata dell’esercito partigiano jugoslavo di Tito, i francescani venissero trattati come criminali di guerra, uccisi con processi sommari, quali collaborazionisti dello stato nazi-fascista croato. Questo però rafforzò il legame con la popolazione locale che si raccolse intorno ai superstiti di Siroki Brijeg. D’altro canto il Vaticano, nel 1966, firmò un’intesa con Tito di fatto promuovendone il regime a scapito di qualsiasi volontà indipendentistica locale. A seguito di ciò, avvertendo un senso di persecuzione, molti francescani scelsero la via dell’emigrazione e trovarono impiego, come scrive Luca Rastello in La vergine strategica (Limes 1/2000) in quegli ambienti della diaspora dominati dagli erzegovesi legati al regime di Pavelic costretti a fuggire dopo il 1945. Le gerarchie vaticane cercarono allora di riprendersi il controllo della provincia ma si scontrarono con i fedeli che murano l’ingresso delle chiese pur di non farvi entrare i prelati inviati da Roma.

Le visioni di Medugorje e il traffico d’armi

E arriviamo così al 24 giugno 1981. Tito è morto, in Jugoslavia cominciano a ribollire i nazionalismi, le comunità locali si risvegliano e rivendicano nuovi spazi di autonomia politica. Quel giorno sei ragazzi raccontano di aver visto apparire in una zona detta Podbrdo (sul monte Crnica), una donna giovane e bellissima con un bimbo tra le braccia, che viene subito identificata con la Vergine. Da quel giorno i giovani dicono di avere visioni ricorrenti e di comunicare con la Vergine. Nonostante lo scetticismo del vescovo di Mostar, mons. Ratko Peric, e di molti prelati all’interno della Chiesa, Međugorje attira molti fedeli da tutta l’Erzegovina e ben presto da tutto il mondo. Sulla stessa collina che vide l’eccidio dei civili serbi, viene ora eretta un’enorme croce. La promozione del culto di Međugorje, vera spina nel fianco del Vaticano, fu organizzata dalla diaspora croata. L’enorme flusso di pellegrini rappresentò una minaccia costante per le gerarchie vaticane: il culto infatti fu abilmente gestito dai francescani, interessati ad accrescere il loro potere nei confronti della diocesi locale. Ma fu anche un problema per le autorità jugoslave che vedevano rinascere il sentimento nazionale croato.

I francescani seppero, con la guerra del 1991, organizzare una rete di aiuti internazionali controllando il flusso degli aiuti umanitari grazie alla Caritas francescana. Le rotte degli aiuti umanitari e quelle del pellegrinaggio furono ideale copertura per il traffico di armi destinate all’HVO (Hrvatsko Vijece Obrane), le milizie neo-ustascia stanziate proprio nei pressi di Medugorje, nell’Erzegovina. Medugorje quindi è molto più di un luogo religioso. Come scrive lo storico Joze Pirjevec (Le guerre jugoslave, Einaudi 2002), il fenomeno delle visioni mariane si lega a una rinascita del sentimento cattolico nella popolazione di nazionalità croata.

Il business globale del turismo religioso non solo spingeva il mondo cattolico a sposare la causa croata sull’onda della passio mariana, ma diventava copertura per traffici illeciti di denaro destinato ad essere candeggiato o investito nell’acquisto di armi. Anche in Santa Sede non mancavano esponenti di spicco degli esuli croati, uno su tutti fu monsignor Milan Simcic protagonista dell’Internazionale democristiana che, nel dicembre del 1991, a Roma, alla presenza di otto capi di stato, venti ministri degli esteri e diverse personalità politiche europee, appoggiò una volta per tutte l’indipendenza croata.

Wojtyła e il nazionalismo croato

Così, malgrado il dissidio fra diocesi e ordine francescano, anche il Vaticano sposò presto la causa croata. Una causa che non era da lasciare nelle sole mani dei francescani, pena la perdita definitiva dell’influenza episcopale nella regione. Due mesi dopo l’Internazionale democristiana sarebbe venuto il riconoscimento ufficiale della Croazia indipendente da parte della Germania di Kohl e Genscher e del Vaticano di papa Wojtyła.

Lo stesso Wojtyła che, il 21 luglio 1991, si espresse durante l’Angelus domenicale sostenendo la necessità di accontentare le legittime aspirazioni sia dei croati che dei serbi. «Oggi più che mai si richiede prudenza e saggezza da parte dei rappresentanti di questi due popoli per proseguire con tenacia e buona volontà nella ricerca di accordi che garantiscano i diritti e le legittime aspirazioni degli uni e degli altri». Appena tre settimane dopo, il 17 agosto, Karol Wojtyła cambiò musica e visitando Pécs, in Ungheria, a pochi passi dal confine croato, dichiarò: «Alcuni popoli, come gli ungheresi, sono ormai affrancati dai lunghi anni trascorsi tra sofferenze e prove, mentre altri, come i croati, necessitano ancora dell’aiuto della comunità internazionale per trovare soddisfazione delle loro legittime aspirazioni. Condivido il profondo dolore dei vescovi che vedono disperso il loro gregge e distrutte le loro chiese».

In questo discorso appare evidente come nel parlare delle “legittime aspirazioni” dei croati non si faccia più menzione dei serbi. E soprattutto si accomunano gli ungheresi con i croati, due popoli cattolici, mentre i serbi (che sono ortodossi) sono evidentemente lontani dagli interessi vaticani. Lo schieramento della Santa Sede con una delle due parti in conflitto spiazzò il governo italiano, allora socialista, il cui ministro degli Esteri, Gianni De Michelis, disse senza mezzi termini: «So benissimo che in Vaticano sia presente una forte lobby croata, ma che interesse c’è nel riaprire una guerra di religione?». Toni forti che restituiscono la gravità di quella scelta drammatica. L’appoggio della Santa Sede e della Germania fu fondamentale per le istanze indipendentiste croate e, in certa misura, allo scoppio della guerra.

La leadership nazionalista croata trovò così il necessario appoggio politico per aggirare l’embargo militare e riequilibrare le sorti del conflitto. Scrive Francesco Strazzari, nel suo Notte balcanica (Il Mulino, 2008), che tra il 1991 e il 1995 la Croazia poté investire fino al 40% del suo budget in armi. Armi con cui si giunse infine a quella “operazione Oluja”, la ‘tempesta’ guidata da Ante Gotovina, con cui i croati riconquistarono la Krajina riequilibrando le sorti del conflitto e, di fatto, aprendo la strada verso Dayton.

Fine di una messinscena?

Con la fine della guerra, Međugorje è diventato una delle mete più importanti del pellegrinaggio cattolico. Nessuno parlava più dell’eccidio dei serbi sulla collina, nessuno diceva nulla del vicino campo di concentramento di Čapljina. E papa Wojtyła, devoto al culto mariano, guardava con simpatia al fenomeno delle apparizioni pur senza che mai la Chiesa ne riconoscesse formalmente la veridicità. E’ solo con l’arrivo dipapa Ratzinger, già a capo della Congregazione per la dottrina della fede, organismo incaricato di vigilare sulla purezza della dottrina della Chiesa cattolica, che si decide di vederci chiaro e viene nominata unacommissione il cui compito è indagare sulla veridicità delle visioni di Međugorje. Ora un altro papa sembra pronto a ristabilire l’autorità della Chiesa, e la sua credibilità. Le visioni, per chi ci crede, sono una cosa seria. E il pasticcio religioso-politico di Međugorje non sembra avere nulla a che fare con la fede.Nemmeno oggi, che la cittadina è diventata un “Virgin megastore (vedi foto)“ di santini e rosari sulle bancarelle per turisti. “La Madonna – ricorda il papa – non è un capo ufficio della posta, che invia messaggi tutti i giorni alla stessa ora”.

La questione delle visioni non può essere presa isolatamente, senza inserirla nel contesto storico e politico balcanico. Che le visioni possano avvenire, è questione di fede. Ma che un luogo diventi centro di culto non è un evento casuale ma il risultato di una serie di processi storici che non possono essere ignorati se si vuole comprendere pienamente il fenomeno delle visioni mariane di Međugorje.

 

 

Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso, EastWest, il Giornale e il Dolomiti. E' stato redattore a Narcomafie, mensile su mafia e crimine organizzato internazionale. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015. Ha un master in Giornalismo, e una laurea magistrale in Lettere.

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