NAGORNO-KARABAKH: La soluzione del conflitto va cercata a casa propria

Nel territorio del Nagorno-Karabakh, teatro di una sanguinosa guerra all’inizio degli anni ’90,  conteso da più di vent’anni da Armenia e Azerbaigian e non riconosciuto dalla comunità internazionale, si sono svolte poco tempo fa le seste elezioni parlamentari della storia della piccola repubblica de facto. Le elezioni, vinte dal partito “Madrepatria Libera“, nonostante siano state giudicate trasparenti e regolari dagli osservatori internazionali, si sono svolte nella totale indifferenza della comunità internazionale. Infatti, al contrario per esempio di Abkhazia e Ossezia del Sud, le altre due repubbliche de facto del Caucaso, riconosciute dalla Russia e da pochi altri stati, la repubblica del Nagorno-Karabakh non gode del riconoscimento di alcuno stato appartenente alle Nazioni Unite, nemmeno di quello della stessa Armenia.

Le recenti tensioni

Dimenticata per anni, la questione del Nagorno-Karabakh è tornata improvvisamente d’attualità a partire dall’anno scorso, quando lungo la linea di confine con l’Azerbaigian si sono verificati una serie di violenti scontri che hanno fatto temere a molti lo scoppio di un secondo conflitto nella regione. Lo scorso agosto il cessate il fuoco venne ripetutamente violato, e scontri armati si verificarono lungo tutta la linea di confine. Dopo una settimana di combattimenti, che lasciarono sul campo decine di vittime, grazie anche alla diplomazia russa la situazione rientrò, scongiurando l’inizio di una vera e propria guerra. Il successivo novembre però il Nagorno-Karabakh tornò a far parlare di sé, quando le forze armate azere abbatterono un elicottero militare armeno che stava sorvolando il confine, causando il più grave incidente mai verificatosi dalla fine della guerra e facendo temere ancora una volta lo scoppio di un nuovo conflitto armato.

Ma gli scontri lungo la linea di confine non rappresentano di certo una novità per il Karabakh: fin dal 1994, in seguito all’Accordo di Bishkek, che congelò il conflitto, lungo il confine si verificano continue schermaglie tra le due linee nemiche; incidenti che in vent’anni hanno causato numerose decine di morti. Le continue tensioni che scuotono la regione dimostrano come la questione del Karabakh sia ben lontana dall’essere risolta, con le tre parti in causa (Armenia e Nagorno-Karabakh da un lato, e Azerbaigian dall’altro) che non riescono a trovare un accordo, rifiutandosi invece di dialogare tra loro, difendendo strenuamente le proprie posizioni.

Lontani da una risoluzione

Da anni il Gruppo di Minsk, costituito da Russia, Stati Uniti e Francia, sta lavorando per cercare di trovare delle soluzioni per risolvere la questione del Nagorno-Karabakh attraverso vie diplomatiche. Dal 1994 a oggi però di concreti passi in avanti non ne sono stati fatti, e le forti tensioni tra Armenia e Azerbaigian non si sono attenuate; sono anzi arrivate più volte sul punto di esplodere, rischiando di scatenare un secondo conflitto, come gli scontri dell’ultimo anno hanno ampiamente dimostrato. Ma se al confine si continua a sparare, dalla fine dei combattimenti sulla carta la situazione è rimasta di fatto congelata: il Nagorno-Karabakh è una repubblica solo de facto che non ha al momento ottenuto alcun riconoscimento internazionale, nemmeno quello della stessa Armenia, che sotto pressione del Gruppo di Minsk ha preferito astenersene per non pregiudicare l’esito delle trattative di pace. Gli unici paesi ad aver riconosciuto l’indipendenza del Nagorno-Karabakh sono entità non riconosciute o parzialmente riconosciute dalla comunità internazionale, ovvero le repubbliche de facto di Abkhazia, Ossezia del Sud e Transnistria,

Serve un cambio di strategia

Alla luce degli ultimi eventi, la questione del Nagorno-Karabakh ha dimostrato di essere ancora lontana da una risoluzione. Finora però la situazione non è stata affrontata con il giusto metodo: per anni Armenia e Azerbaigian si sono dati battaglia all’interno degli ambienti diplomatici senza mai provare a cercare un dialogo costruttivo, cercando invece di procurarsi aiuti esterni, aspettando che qualcuno da fuori risolvesse la questione al posto loro. Nell’attesa di un aiuto da fuori, Yerevan e Baku negli ultimi vent’anni non si sono mai mossi dalle loro posizioni, evitando il dialogo e lasciando gestire la situazione a paesi terzi, attribuendo in questo modo a paesi come la Russia un ruolo più importante di quanto essi stessi non abbiano nel processo di risoluzione del conflitto. La risoluzione della questione del Karabakh dovrà quindi passare innanzitutto da un cambio di politiche e di strategie diplomatiche da parte dell’Armenia e dell’Azerbaigian, dove i rispettivi governi, che seguono linee politiche fortemente nazionaliste, si rifiutano da anni di collaborare per trovare una soluzione comune che possa mettere d’accordo entrambe le parti.

Se si vorrà davvero trovare il modo di risolvere questa complicata vicenda, rimasta bloccata da ormai troppi anni, non si dovrà fare affidamento alla diplomazia del Gruppo di Minsk, finora inconcludente, né si dovrà passare dalle decisioni della Russia, che fino a questo momento ha tenuto in scacco sia l’Armenia, fedele alleata, sia l’Azerbaigian, con cui Mosca intrattiene rapporti amichevoli, usando la questione del Karabakh per fare il proprio interesse; né si dovrà lasciare che altri paesi terzi – magari sbilanciati uno a favore di una e uno a favore dell’altra parte – prendano in mano la situazione. Finché a Yerevan e a Baku non capiranno che la questione del Karabakh dovrà essere risolta in casa propria, e non negli uffici di Minsk, Mosca, Parigi o Washington, sarà impossibile arrivare a una soluzione definitiva della controversia. Solamente ascoltando e prendendo in considerazione le posizioni e le richieste di entrambe le parti, le necessità di chi in quelle terre contese vive da anni, le ragioni di chi invece quelle stesse terre le ha dovute lasciare in seguito alla guerra, solamente in questo modo sarà possibile mettere la parola fine a un conflitto che da oltre vent’anni divide due popoli che proprio in quelle terre hanno convissuto per secoli.

Foto: Nina Stössinger

Chi è Emanuele Cassano

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Studente di Scienze Internazionali con specializzazione in Studi Europei presso l'Università degli Studi di Torino, si occupa dell'area del Caucaso, sia dal punto di vista politico che da quello storico e culturale. Dal 2012 è redattore di East Journal, mentre dal 2014 è coordinatore di redazione della rivista Most, quadrimestrale di politica internazionale. Parla inglese e francese e conosce basi di russo.

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