Vent'anni fa moriva la speranza del pensare diverso

Esattamente vent’anni fa non si rimescolava solo la geopolitica del mondo attraverso l’agonia e la morte dei paesi dell’est, in primis l’Unione Sovietica, che di quei paesi era bene o male il leader per così dire storico. L’autunno del 1991 segnava infatti i sussulti e le tensioni – senza particolare pathos ideologico – dei due paesi che pure avevano tentato – anche se a modo loro – di sperimentare la strada teorizzata da Marx un secolo e mezzo prima: appunto l’Urss con il suo socialismo di impianto leninista e la Jugoslavia con il suo differente socialismo autogestionario.

Entrambi questi paesi si sfaldarono: il primo con l’accordo di Belaja Veza dell’8 dicembre in cui i leader russo, ucraino e bielorusso chiusero con l’esperienza sovietica creando la vaga formula della Comunità di Stati indipendenti, il secondo sprofondando in un decennio di violenze ancora non del tutto rielaborate.

Ma al di là degli Stati ciò che affondava era l’idea stessa del comunismo come possibile, radicale alternativa al modello capitalistico oggi pressoché ovunque adottato. Il crollo dei paesi socialisti di vent’anni fa – ed il loro lungo, precedente logoramento – ha infatti talmente screditato da un punto di vista ideale e simbolico il comunismo da averlo presto accantonato tra le idee polverose quanto inservibili della storia novecentesca.

Negli stessi paesi detti ex socialisti la presenza di una sinistra marxista (e spesso di una sinistra tout court) è oggi del tutto irrilevante e marginale. L’insoddisfazione sociale (il “capitale di rabbia”) infatti è stata con più efficacia catturata da partiti di destra o di centro spesso a forti tinte xenofobe, populiste e nazionaliste. Anzi, negli anni novanta il nazionalismo è stato (l’ex Jugoslavia docet) il diffuso strumento di riciclo di tanti leader e di tanta nomenklatura ex comunista che hanno disinvoltamente cavalcato la transizione dei loro paesi. Lo stesso partito comunista russo di Zjuganiov, a torto considerato l’erede del Pcus, ha fin dall’inizio abbondantemente infarcito la sua ideologia con un patriottismo grande-russo e panslavo che con l’internazionalismo marxista ben poco ha a che fare.

E nei paesi occidentali, colpiti da tempo da una crisi che da economica sta divenendo sociale ed anche antropologica e che sta mettendo a dura prova le tante promesse del capitalismo e dei suoi cantori-ideologi, l’idea di una via alternativa predicata dai variegati epigoni di Marx non raccoglie, per ora, consensi e adesioni. E nemmeno, a dire il vero, una pur minima curiosità intellettuale. Segno ulteriore della irrilevanza, della evidente “in-credibilità” del progetto comunista e della sua declamata, totale alternatività all’attuale status quo socioeconomico. Infatti la convinzione diffusa è che, tutto sommato, dai malanni finanziari (francamente oscuri, vista la confusione delle diagnosi) del capitalismo si possa uscire con terapie ancora solo capitalistiche, magari mescolando creativamente (cioè caoticamente) ricette keynesiane, dosi di buonismo etico e proposte neoliberiste. Quanto alle conseguenze sociali, specie nel lungo periodo, la scienza economica – confermandosi come “scienza triste” secondo la definizione di Carlyle – appare impacciata ed avara di soluzioni.

Comunque, per il resto, nulla. L’idea di una palingenesi radicale o, più modestamente, di una strada non capitalistica di sviluppo non appaiono né convincenti né popolari, nemmeno tra quella classe operaia (la “classe generale” indicata da Marx) che di quella strada dovrebbe essere la regista e la beneficiaria. Certo, nei paesi dell’est – ma non in tutti – il socialismo reale riappare rassicurante nella dimensione emotiva del rimpianto (come nella jugonostalgija balcanica), ma questo vale quel che vale. Rimane invece il fatto che l’89 ed il conseguente ’91 non solo hanno spazzato via il ’17 e l’Ottobre con relativa mitologia, ma hanno ridotto oggi a ben poca cosa la speranza in un progetto di un “pensare diverso” dai canoni apparentemente “naturali” del capitalismo, di una utopia che potesse realizzarsi e divenire eterotopia. Un progetto capace insomma di indicare – come faceva la mano tesa verso l’orizzonte delle statue di Lenin – un futuro diverso. E migliore.

Foto: Reuters

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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12 commenti

  1. Che l’urrs o la ddr o similia, dove enormi risorse pubbliche venivano destinate ad individuare, deportare e accoppare chi “pensava diverso’ vengano considerate espressioni, per quanto fallite, di un progetto di ‘pensar diverso’ suona ilare.

    Il difetto più grave del marxismo, cosi come di altre teorie di economia pianificata, nn é tanto dato dalla sua impraticabilità materiale (e dai disastri economici che ne derivano), ma dal fatto che inevitabilmente abolisce la libertà individuale, nel tentativo di creare una societá perfetta, ed eticamente pura. Roba da incubo, che in confronto i capitaisti cattivi sono agnellini.

    Ma poi qual é il senso dell’articolo? Mica si capisce

    • Mi permetto di rispondere alle tue obiezioni grossolane.

      In primo luogo le “risorse pubbliche destinate ad individuare, deportare e accoppare chi ‘pensava diverso” erano irrisorie persino nel più buio stalinismo in confronto al volume economico del paese; questo perchè, oltre al fatto che deportazione e uccisione non erano di per sè onerose, esistevano informatori praticamente in tutti i condomini i quali erano “ricompensati” al massimo con qualche rublo o erano essi stessi agenti della milicija, e la stessa polizia non era certo puntigliosa. Dopo di chè il tornaconto economico del lavoro dei deportati era notevole.
      Secondo l’impraticabilità materiale e l’inefficienza necessaria dell’economia pianificata non è per niente dimostrata; si verificarono, questo sì, grandi errori nella sua strutturazione. Studiosi dell’economia socialista affermano che poteva invece essere molto efficiente.
      Infine, per quanto riguarda la libertà individuale, tu la vidi da una prospettiva odierna, liberale, la libertà nell’accezione socialista erano altre…

    • @Leopoldo
      Mi permetto di rispondere alle tue obiezioni grossolane.

      In primo luogo le “risorse pubbliche destinate ad individuare, deportare e accoppare chi ‘pensava diverso” erano irrisorie persino nel più buio stalinismo in confronto al volume economico del paese; questo perchè, oltre al fatto che deportazione e uccisione non erano di per sè onerose, esistevano informatori praticamente in tutti i condomini i quali erano “ricompensati” al massimo con qualche rublo o erano essi stessi agenti della milicija, e la stessa polizia non era certo puntigliosa. Dopo di chè il tornaconto economico del lavoro dei deportati era notevole.
      Secondo l’impraticabilità materiale e l’inefficienza necessaria dell’economia pianificata non è per niente dimostrata; si verificarono, questo sì, grandi errori nella sua strutturazione. Studiosi dell’economia socialista affermano che poteva invece essere molto efficiente.
      Infine, per quanto riguarda la libertà individuale, tu la vidi da una prospettiva odierna, liberale, la libertà nell’accezione socialista erano altre…

      • @Lorenzo

        mi fa piacere risentirti. Su su però… teniamo bassi i toni. Che vi sento già “caldi”. Detto questo, non ho sufficienti elementi per dire se l’economia pianificata avrebbe potuto essere funzionale. So solo che non lo è stata. Anche il liberismo, prima di Bretton Woods, non lo è stato. E sembra che pure ora abbia bisogno di correzioni. Aver fallito non significa per forza essere fallimentare. Diciamo che all’economia pianificata non è stata data una seconda chance, anche perché richiedeva un sistema chiuso, e tirar su altri Muri non era bello.

        Sulla libertà individuale: forse Leopoldo -e anche io- la vediamo da una prospettiva attuale ma non mi pare che a Budapest nel ’56, a Poznan, sempre nel ’56, a Praga nel ’68, a Danzica nel 1980 ( e sono solo alcuni esempi) la vedessero da una prospettiva tanto diversa… o no?

        Matteo

    • @ Leopoldo Anche stavolta non siamo d’accordo. L’articolo – a mio avviso – non esprime nostalgia per il “pensar diverso” della DDR o dell’URSS, ma della possibilità di alternativa che al di qua del muro l’ideologia comunista proponeva e realizzava pur tra mille contraddizioni. Con la caduta del socialismo realizzato, mi sembra dica l’autore, cade anche l’idea che ne stava alla base messa presto tra le cose da buttare. Quel “pensar diverso” che al di qua del Muro era rappresentato dall’ideologia comunista non si è evoluto in qualcosa di nuovo, adatto ai tempi, ma è stato anch’esso rapidamente buttato via. Oggi, in piena crisi economica, si sente la mancanza di un’alternativa capace di immaginare un futuro diverso. Ecco, questo mi pare dica l’articolo (senza voler parlare al posto dell’autore) e ritengo sia anche una valutazione non del tutto priva di fondamento. Lungi dal rimpiangere Lenin (chi sarebbe tanto sciocco?) quel che oggi manca è davvero un’alternativa forte al nostro modello economico. Un’alternativa – questa però è opinione mia – non solo economica ma anche politica quale il comunismo, a suo tempo, è stata. Oggi tutto il pensiero che potremmo riferire al concetto di “decrescita” è assai poco politico. Vive nelle pratiche di chi lo segue (è politica anche quella, vero) ma non è abbastanza forte da farsi reale alternativa di sistema. E, a parte qualche interessante nicchia, non vedo alternative de facto all’attuale modello capitalistico-finanziario.

      Che poi il comunismo abbia realizzato atroci dittature, è evidente a un cieco, ma non mi pare che il prof. Filippi lo negasse. Né auspicasse il ritorno all’economia pianificata. Diciamo che alla parola “comunismo” ancora molti animi si scaldano facilmente.. 😀
      Un saluto

      Matteo

  2. Dal 1990, democrazia liberale e capitalismo sono le uniche soluzioni politiche disponibili per garantire libertà civili e decenti standard di vita. Dispiace? A me no.

    PS: l’analogia tra URSS e Jugoslavia è a mio parere fuorviante

    PS-2: l’idea che dalle rovine del comunismo nascano i nazionalismi è senza verifica empirica in Europa orientale, salvo il caso jugoslavo con le sue specificità. Anche il ritorno dei comunisti al potere in diversi paesi nella seconda metà degli anni ’90 non è preso in considerazione. Partiti nazionalisti, marginali o meno, ci sono anche in occidente, e mi sembra che ci dobbiamo fare il callo e prenderli seriamente.

  3. claudio vito buttazzo

    E’ vero che in Europa (sia occidentale che orientale) il marxismo vive una crisi, ma il mondo non si esaurisce affatto dentro i confini dell’Europa. Dobbiamo rassegnarci ad uscire da una visione eurocentrica, secondo cui tutto gira attorno all’Europa. Non è più pe nulla così; anzi, a breve, il nostro continente diventerà la periferia del mondo. Nel mondo emrgente (Asia, America Latina, Sud Africa) il marxismo non mi sembra affatto in crisi e addirittura negli stessi Usa è in atto un certo risveglio. Il comunismo, nel futuro, sarà prerogativa dei paesi più sviluppati (cioè, appunto, quelli oggi emergenti) e ciò cosrrisponde esattamnte a quello che prevedeva Marx.
    Mi dipiace per chi ha già reciato il de profundisi, ma il comunismo non è mai stato così attuale e diffuso nel mondo come lo è oggi.

  4. lorenzo, ti ringrazio per aver colmato le mie lacune sull’efficienza economica (bassi costi, alta produttività) del sistema di controllo, deportazione, tortura e assassinio in urrs o negli altri paesi comunisiti ;).

    Accidenti: non avevo neanche valutato il contributo ai pil di quei paesi che i ‘pensatori diversi’ davano lavorando da deportati. Ah ecco, scusa, non erano pensatori diversi, erano criminali che attentavano all’idea di libertà nell’accezione socialista ‘del tempo’. Geniale: il sistema deportandoli riusciva a trasformarli in risorse produttive utili per quell’ideale, cui tutti gli altri liberamente, e volontariamente aderivano.

    Matteo, l’autore dell’articolo dovrebbe utilizzare non l’impersonale e oggettivizzante “si sente la mancanza di un sistema ecc ecc”, con un più soggettivo (e ciascuno sia libero di condividerlo, secondo propri personali gusti o ideali d’epoca) “sento la mancanza ecc”. Io per esempio sto benissimo con il nostro imperfetto sistema, e non sento proprio nessuna mancanza di simili ‘modelli alternativi’. Anzi ne temo l’applicazione, in quanto, essendo probabilmente incapace di aderirne agli ideali (sono sempre un po’ fuori tempo 🙂 verrei spedito da qualche lorenzo a contribuire all’economia del modello in un campo di lavoro.

  5. Matteo, per rispondere al tuo commento: modelli politico-economici alternativi a quello basato sull’iniziativa individuale (volontaria) e lo scambio (volontario) ce ne sono tantissimi, a quelli a sfondo religioso a quelli a sfondo marxista, o magari toh, nazionalista o razziale. Se ne potrebbero anzi, con un po’ di fantasia, inventare di sana pianta. In generale presuppongono una qualche forma di economia pianificata, che potrebbe anche tecnicamente funzionare, sul piano dell’allocazione delle risorse.

    Il problema secondo me è che tutti questi ‘sistemi alternativi’, nessuno escluso, aboliscono il termine ‘volontario’ da accostare al repertorio dei comportamenti umani. Tutti obbligano l’individuo ad aderire, che lo voglia o no, a una qualche idea di ‘solidarietà’ o ‘etica’ di Stato, che sia basata sui testi sacri del marxismo, o magari del cristianesimo o dell’islam. Ne consegue, inevitabilmente una riduzione della libertà delle persone di iniziativa materiale prima, e poi di pensiero ed espressione: nessuno Stato che stabilisce un’etica collettiva obbligatoria per i suoi cittadini può permettersi infatti che qualcuno di essi la metta in dubbio con idee e comportamenti, rischiando magari di trovare proseliti, e poi di creare un vero e proprio movimento dissidente. Questa è logica situazionale, ancora prima che teoria politica o economica.

    Si può sempre obiettare che l’etica di questo o quel sistema politico sia superore a quelle individuali, e che quindi sia giusto e doveroso reprimere o ‘correggere’ i dissidenti. E’ esattamente l’atteggiamento che ha caratterizzato che ne so (gli esempi sono tantissimi) i comunisti, i fascisti, ma anche gli attuali islamisti, o magari il regime calvinista a Ginevra nel 500 (e lo so, ora tutti i nipotini storicisti di Hegel che scrivono sul tuo blog insorgeranno a sentire questi paragoni). Chi aveva ragione tra tutti questi? Il mercato delle verità etiche assolute, ciascuna delle quali, per definizione, esclude e falsifica le altre, e dei conseguenti modelli alternativi di ‘società perfette’ offre ampia scelta, e sorprende che ci siano persone che si rifiutino di seguirne qualcuna.

    Il cosiddetto sistema ‘liberale’ si basa sul riconoscimento del fatto gli individui sono intrinsecamente fallibili. Che nessuno può davvero stabilire cosa sia la ‘verità assoluta’ sul come ci si dovrebbe comportare (l’etica), e anche se l’ha fatto, non ha il diritto di obbligare gli altri a sottostarvi. Tutti gli ordinamenti, norme, istituzioni, sistemi elettorali di questi nostri sistemi, sono progettati (o dovrebbero esserlo) non per raggiungere obiettivi utopici, come la ‘giustizia sociale’, o ‘l’uguaglianza’ (si tenta poi di sviluppare strumenti specifici per risolvere questi problemi) ma per ridurre al minimo ragionevole le possiblità che qualche gruppetto di fautori di qualche verità assoluta prenda il controllo del potere e la imponga sugli altri (e non lo mollerà se non a furia di fucilate, il potere, perché chi è convinto del ‘Bene’ non è disposto a cedere a chi sta in errore il timone). E’ un sistema imperfetto, ma per ora, l’unico che ci permette, per esempio, di scrivere i nostri discorsetti e litigare amichevolmente su un blog, come in questo nostro caso.

    • Bon, personalmente trovo una certa acredine nei tuoi commenti. “Nipotini di Hegel” non ne conosco, ognuno qui esprime la sua (e solo la sua) idea liberamente. Personalmente non litigo, nemmeno scherzosamente, su dei muti post: lo trovo triviale. Personalmente distinguo liberalismo da liberismo. Il primo mi piace, il secondo no. Ci fosse un’alternativa, o più d’una, mi interesserebbe conoscerla. A me le alternative piacciono.

  6. @Matteo (redazione)
    Obiettivo e analitico come sempre 😉

    Per quanto riguarda il tema della libertà, io avevo semplicemente rilevato questa differenza sostanziale senza definirla, che io stesso grosso modo sostengo (essendo anch’io figlio del mio tempo e dei relativi principi!). Hai certamente ragione infatti quando dici che le rivolte dell’est europeo esprimevano questo senso di libertà (liberale, individuale), ma proprio perchè questi paesi non erano l’Unione Sovietica e non si erano mai “socialistizzati” – come del resto nemmeno la stessa URSS appieno.
    Per libertà socialista si intendeva quella – veramente morta e irresuscitabile – dallo sfruttamento e dall’opperressione del prossimo, e da tutte le libertà “egoistiche” – inclusa quella di critica – lesive dell’intera società(quasi a dire “la propria libertà finisce dove inizia quella altrui”).

    @leopoldo
    grazie, ma non prenderla con irriverenza perchè ho dato una risposta puramente oggettiva e “cinica”. E’ ovvio che neanch’io condivido la libertà socialiste (che nemmeno gli stessi russi sostenevano) e denuncio le repressioni; e io in primis riconosco che l’economia sovietica a grandi linee fallì. Ma tutto questo non significa che si debbano fare conclusioni affrettate e spesso (volontariamente) DISTORTE.

  7. Se sono i termini a infastidirti Matteo, li sostituisco senza problemi: “discutere amichevolmente” (era ciò che intendevo) invece litigare. Per il resto non vedo contenuti offensivi nei miei commenti. Il riferimento a Hegel (che molti credo apprezzerebbero, a sentirselo attribuire) deriva da ragionamenti storici (piu nei commenti che in nel post, non intendevo generalizzare) basati su concetti secondo cui gli uomini sarebbero ‘figli della loro epoca’ o programmati secondo una data “weltanschauung” culturale o antropologica. Sono metodi di interpretazione che io non condivido, troppo a buon mercato, e utili per cascare ‘sempre in piedi’ in ogni discussione. Si può per esempio sempre sostenere (vedi commento di Lorenzo) che i ribelli di Praga non furono una dimostrazione che nel sistema socialista mancassero le libertà civili, ma che vivessero secondo valori di libertà ‘diversi’ da quelli del sistema socialista, dove gli uomini a quanto pare erano come ‘programmati’ come tanti robottini secondo un qualche strano ideale di ‘libertà socialista’ (per noi o i ribelli praghesi inaccessibile, in quanto ‘robottini’ programmati con un programma di ”idea liberale”) e in quanto tale ‘liberi’. Se si aderisce a questo approccio relativistico al concetto di libertà individuale, ogni affermazione è possibile, e ogni forma di abuso e schiavitù può essere rappresentata con buona corroborazione di fatti e informazioni storiche, come una qualche forma di “libertà”.

    Le alternative sono cose belle: ma quando si collocano sullo stesso piano di realtà (o di sogno), e non su quelli diversi della ‘realtà’ e dei ‘sogni’. Nel caso dei modelli economici da adottare, non mi pare ci siano alternative a quello di mercato (e io non ci posso fare nulla, è come cercare alternative alla legge di gravità), a meno di compromettere in maniera più o meno accentuata le libertà individuali. Ho cercato di spiegarlo nell’altro post: quanto più si pianifica, tanto più il gruppetto di pianificatori al potere si appropria di un po’ dell’iniziativa individuale dei cittadini, prescrivendo loro (ed obbligandoli ad aderirvi) delle precise regole di comportamento in nome del “il bene comune”. Ma qual è il ‘bene comune’? E’ quello che credono di conoscere i pianificatori, secondo quanto si trova scritto sui loro libri sacri (laici o religiosi che siano)? Di teorie del ‘bene comune’ nella storia ce ne sono state tante (così come di regimi che hanno tentato di applicarle) e tante ce ne saranno, ma il meccanismo, mi pare, è sempre lo stesso.

    Questo non avviene nei sistemi di mercato, dove le regole stabiliscono che le attività economiche vengano svolte autonomamente dalle persone sulla base di accordi stipulati volontariamente, assumendosi la responsabilità di rispettarli. Lo stato qui fa (o dovrebbe fare) da arbitro, garantendo che gli impegni presi vengono rispettati da tutti, e sanzionando chi trasgredisce. Liberalismo non è uguale a liberismo, come tu giustamente distingui (ché vi può essere tranquillamente libertà economica in un contesto politico illiberale e totalitario o quasi, come mi pare, accade in Cina o sotto qualche tiranno singolo, ad esempio nell’Iran di Pahlavi), ma tendenzialmente senza libero scambio e libera iniziativa privata, sistemi politici che garantiscono l’autonomia dei cittadini non si affermano: non riesco a evitare di pensare che questo dipenda dalla logica delle cose, ancor prima che dalle specifiche contingenze storiche o culturali. Siamo un po’ andati fuori tema rispetto al post di Filippi, (e chiedo venia ai lettori di EJ per il pistolotto liberal-liberista) evabbé, ‘discutiamo’ allegramente. 🙂 Pace

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