BIELORUSSIA: Il ventiquatrenne esule e la rivoluzione telematica

di Christian Eccher

Vjaceslav Djanov è un ventiquattrenne scappato dal proprio paese, la Bielorussia, subito dopo gli scontri fra manifestanti e polizia del 19 dicembre scorso, il giorno in cui si sono svolte le elezioni che hanno sancito la rielezione del presidente Lukaschenko. Il regime aveva deciso di mostrare i denti e la polizia aveva definitivamente piegato gli oppositori che da giorni manifestavano nelle piazze e nelle vie di Minsk per protestare contro l’oppressione nei confronti dei partiti d’opposizione e contro i brogli elettorali. Djanov si trova adesso a Varsavia, dove si è scritto all’Università grazie a una borsa di studio offerta dal governo polacco a lui e a molti altri giovani fuoriusciti. Dalla casa dello studente dove vive, Djanov gestisce il dissenso dei suoi connazionali attraverso la rete “РЧСС (Револуция через социалную сеть)”, ovvero “RCSS (Rivoluzione attraverso la rete sociale)”.

La rete del dissenso si appoggia al social-network “Vkontakte”, che è la versione russa di Facebook. La RCSS conta circa 30.000 aderenti e Djanov, in un’intervista telefonica con Pavel Kanygin, corrispondente del quotidiano russo “Novaja Gazeta”, si definisce semplicemente l’amministratore tecnico della rivoluzione. In realtà, Djanov è molto di più di un semplice amministratore: è infatti lui a organizzare le manifestazioni silenziose di protesta che ancora oggi si svolgono nel centro di Minsk, e a cui fino a qualche mese fa prendevano parte anche 3-4.000 persone. I partecipanti stavano semplicemente fermi e zitti e di tanto in tanto, da un punto indefinito al centro della folla, partivano slogan anti-Lukaschenko.

Negli ultimi mesi, però, gli incontri di protesta si sono ridotti perché la polizia ha cominciato a usare contro i manifestanti elettromanganelli che tramortiscono le vittime al solo contatto. La protesta è ora quasi completamente telematica (alle manifestazioni di inizi luglio contro il carovita hanno partecipato una quindicina di persone) e, grazie all’opera di coordinamento di Djanov, ha assunto una connotazione artistica: i manifestanti si sdraiano davanti agli edifici chiave del governo, disegnano con i propri corpi lettere che compongono a loro volta slogan di protesta e poi scompaiono all’improvviso, così come sono venuti, prima che la polizia riesca a identificarli.

Anche dietro alle numerose scritte contro il regime che si materializzano misteriosamente durante la notte sui muri degli edifici pubblici della capitale c’è la regia della rete RCSS e del suo “amministratore”. A testimonianza del fatto che Djanov non sia soltanto un semplice web-master ci sono le dichiarazioni di Aleksandar Milinkevic, il leader del partito d’opposizione “За свободу”, “Per la libertà”. Milinkevic sostiene che dietro a Djanov si nascondano organizzazioni politiche e militari straniere, ma non specifica quali. In effetti, è difficile dire chi sia davvero Djanov, ma vien fatto di pensare che la rete RCSS non sia altro che una rete spontanea, e che l’amministratore ventiquattrenne si sia semplicemente trovato a coordinare un dissenso e uno scontento diffusi, dovuti al fallimento delle rivolte dell’inverno scorso e all’inerzia del partito di Milinkevic, il quale non ha saputo e non sa come riprendersi dopo il colpo mortale inferto il 19 dicembre agli oppositori dal presidente Lukaschenko.

Il partito “Per la libertà”, fallite le proteste di piazza, non è stato più in grado (non per colpa dei suoi leader, ma per via della stretta di ferro del regime che impedisce ogni forma di opposizione) di indirizzare il malcontento delle masse deluse dalla rielezione di Lukaschenko. I manifestanti, sconfitti nelle vie della capitale, si sono spostati sulla piazza virtuale di “Vkontakte”. Milinkevic ha paura che Djanov possa un giorno tornare in patria e usurpare a lui e al suo partito la gestione del post-Lukaschenko: la caduta del regime e del suo presidente non sono solo una speranza da parte degli oppositori, ma una possibilità concreta dovuta alle pessime condizioni economiche in cui versa la Bielorussia da dicembre a questa parte.

Dopo le elezioni del dicembre scorso, infatti, la paga media mensile è passata improvvisamente da 500 a 200 dollari. A causa della crisi, molti piccoli commercianti hanno visto fallire le proprie rivendite al dettaglio e si sono trovati improvvisamente disoccupati. I prezzi dei beni alimentari, soprattutto di quelli importati, crescono di giorno in giorno in maniera esponenziale.

I cittadini bielorussi hanno trascorso, come ogni anno, l’estate nelle proprie dacie, o comunque lontano dalle città che si sono svuotate. A settembre, con la vita che lentamente riprende i suoi ritmi normali, i centri urbani tornano a riempirsi a poco a poco, non solo di gente ma anche di rabbia e di malcontento. Osserva Dmitryi Kovalni, attivista di RCSS, in un’intervista rilasciata sempre a “Novaja gazeta”, che proprio questo malcontento potrebbe trasformare la rivoluzione telematica in protesta concreta, violenta e organizzata. Come faranno i bielorussi a pagare le spese dell’elettricità e del riscaldamento con gli stipendi che si sono nel giro di un anno più che dimezzati? Come potranno mantenersi ed evitare la fame, se i i prezzi delle derrate alimentari crescono vertiginosamente? Il lungo inverno nordico è alle porte e potrebbe portare stravolgimenti inattesi, che neanche il regime di Lukaschenko potrebbe essere in grado di fermare e controllare.

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